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​Il lavoro di Federica Dal Falco al XLIV Premio Sulmona

Fra le tredici opere segnalate dalla giuria del XLIV Premio Sulmona (16 ottobre – 21 dicembre 2017) oltre a quelle dei tre vincitori, ne incontriamo una decisamente inusuale in quanto apparentemente intenzionata a sostituire, in qualche modo,  la Storia dell’Arte con la Storia Naturale pur affidandosi ad un sistema di realizzazione tecnicamente avanzatissimo. Si tratta di Carapace di Federica Dal Falco, realizzato nel 2015 presso il laboratorio modellistico e di prototipazione Unoauno del Tecnopolio Tiburtino di Roma.
Abbiamo chiesto all’autrice di aiutarci a venire a capo di questa affascinante ambivalenza che sembra tuttavia per molti versi perseguire una  linea di continuità con le sue opere più impegnative documentate di recente, nel volume “Visitatori”. (Ermes, Roma,2015). Riportiamo qui di seguito la sua risposta.
Come tutte le mie opere “Carapace” è il risultato di una ricerca sulla sparizione, è legata ad una storia e ai luoghi che nel tempo sono ad essa riconducibili. In questo caso si tratta della scultura digitale del guscio di una tartaruga gigante, la “Cylindraspis vosmaeri” una specie oggi estinta che era endemica dell’Isola Rodrigues la più piccola delle Isole Mascarene, nell’Oceano Indiano.
“Carapace” è il reperto di una narrazione e nasce da una personale passione per i Musei di Scienze Naturali. Parecchi anni fa, a Parigi, visitai la Salle des espèces menacées et des espèces disparues della Grande Galerie de l’Evolution dove in grandi teche di mogano e vetro, quasi al buio, sono conservati duecentocinquantasette animali estinti. Tra le specie più diverse si nota il guscio di una tartaruga gigante a cupola, la Cylindraspis peltastes dell’isola Rodrigues, descritta per la prima volta dall’ugonotto francese François Leguat insieme alla più grande Cylindraspis vosmaeri dal dorso a sella. Le due specie, considerate riserve di carne per le flotte francesi e inglesi, risultano estinte dalla fine del Settecento. Leguat venne abbandonato con sette compagni sulla disabitata Rodrigues il 16 maggio 1691. Naturalista per caso, riuscì a rientrare in Europa solo nel 1698, dopo mille peripezie. Dieci anni dopo pubblicò il suo diario dove sono descritti e illustrati gli animali che aveva visto e studiato, oramai estinti. Tra questi vi erano le testuggini giganti, il cui singolare comportamento si rivelava soprattutto al tramonto quando in branchi, strette le une alle altre, si radunavano così numerose da far sembrare l’isola pavimentata con i loro gusci. Il piano mobile di carapaci che si componeva nell’oscurità per dissolversi all’alba era come un tappeto fluttuante, un campo di forze instabili, metafora dell’esplorazione, dei viaggi e dello stesso nomadismo di Leguat. O forse Leguat sognava e l’impressionante rito dei Cheloni era frutto di un’illusione notturna, phantasmata creati ad arte dalla natura.
Tra realtà e finzione “Carapace” ci parla della fragilità della vita, della sparizione e al contempo di un’inversione temporale nel segno di una restituita visibilità. Dall’oblio, di memoria in memoria, “Carapace” trasferisce l’estinto in una forma della contemporaneità ricordandoci che il nostro passato va continuamente rivisitato perché è il bagaglio, il guscio più prezioso di qualsiasi opera d’arte.
Misure: “Carapace” misura 57 x 36 cm h: 32 cm ed è appoggiata su un carrello portavivande a quattro ruote di legno degli anni Trenta di dimensioni: 71,5 x 41 cm, h: 65,5. L’altezza totale dell’opera è di 64 cm.
Realizzazione: È stata realizzata con la resina digitale “fullcure” e la macchina “Connex350” dal Laboratorio modellistico e di prototipazione “Unoauno” Tecnopolo Tiburtino di Roma.