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1° ed. del Concorso Arte Ascona 2017-18 dedicato al concetto di “Perturbante”

Il Museo Comunale d’Arte Moderna di Ascona con la Fondazione Monte Verità e l’Associazione Visarte SezioneTicino si sono fatti promotori della Prima edizione del Concorso Arte Ascona 2017-18 dedicato al concetto di “Perturbante”.

Il progetto, a cura di Mara Folini, direttrice del museo, e la scrivente, prende avvio con la mostra tematica Arte e Perturbante/Die Kunst und das Unheimliche, un convegno laboratorio aperto al pubblico con interventi di Francesca Rigotti, Riccardo Bernardini, Massimo Pastorelli, la sottoscritta e Mario Perniola, autore della Lettura scenica del testo “24 ore”, recitato nella Sala Balint di Monte Verità dall‘attrice milanese Marika Pensa. Il 25 novembre è stata realizzata al Museo di Casa Serodine, Ascona la mostra–concorso “Arte e Perturbante – Visarte Ticino”, pensata per gli artisti dell’associazione ticinese chiamati a interrogarsi sul tema del progetto, mentre il 3 febbraio 2018 è previsto il Premio della Giuria e del Pubblico in occasione di questa prima edizione del suddetto Concorso Arte Ascona 2017-2018, che si vorrebbe appuntamento ricorrente.

l titolo Arte e Perturbante, che connota l’ideazione di questo concorso, intende ricondurre alla modalità in cui l’artista esprime una condizione emozionale non solo ambivalente, ma addirittura antitetica. Il perturbante interviene come categoria estetica, sia essa visuale, musicale, concettuale, oggettuale, letteraria, performativa o filmica, analizzata nel suo dar adito ad un paradosso cognitivo. In tedesco il termine Heimlich, che significa familiare, intimo, si colora, nella sua perversione lessicale, del significato del suo opposto Unheimlich, che significa estraneo, non familiare. Viene a crearsi così uno stato di frizione destabilizzante, a livello di senso, già a partire dalla sua definizione, che riconduce, in tal modo, al territorio psichico del turbamento. L’accezione del termine Il Perturbante in Ernst Jentsch, lo psichiatra tedesco che lo ha usato, nel 1906, per primo, va intesa come indecidibilità tra le categorie di animato e inanimato, con l’esito di una conseguente dissonanza interpretativa. Con Friedrich Schelling l’Unheimlich si identifica con l’affioramento di ciò che deve restare nascosto, con il ritorno del rimosso infantile. A partire dal racconto di E.T.A. Hoffmann Der Sandmann/L’uomo della sabbia (1815), il riferimento ai giocattoli e agli automi diventa immediato. Al termine Perturbante accenna, una prima volta, Freud in Totem e Tabù nel 1912-1913, riprendendolo, nel 1919, nel suo noto saggio Das Unheimliche, tradotto in Italia con il titolo, appunto, di Il Perturbante.

Quando in un’opera d’arte affiorano icone, figure, simboli, trasalimenti, sensazioni, scene primarie, riscontrabili anche in un inconscio collettivo, allora è agli archetipi (urtümliches Bild), teorizzati nella psicologia analitica di Carl Gustav Jung, che è lecito riferirsi. Ascona e Monte Verità sono la scaturigine di questo fenomeno estetico, teso a individuare e analizzare, nell’apporto creativo dell’artista giusto la scintilla scatenante quel cortocircuito interno e quella dissonanza cognitiva, che ingenerano, nell’opera, la condizione del Perturbante.

Citata nel saggio introduttivo di Mara Folini, direttrice del Museo Comunale d’Arte Moderna asconese, così scrive nel 1906 Ida Hofmann-Oedenkoven, fondatrice insieme al compagno Henri Oedenkoven della cooperativa individualista vegetabiliana Monte Verità: “Voglio raccontare la vita di alcuni uomini che, cresciuti in una realtà conflittuale in cui i rapporti interumani sono dominati da egoismo, lusso, apparenza e menzogna, attraverso mali ora fisici, ora spirituali, presero coscienza della loro condizione, decisero di cambiar vita per imprimere alla loro esistenza una direzione più naturale e più sana. La verità, la libertà di pensiero e azione dovevano accompagnare le loro aspirazioni future come costante punto di riferimento”.

È passato più di un secolo da quando l’anticonformista Ida Hofmann — scrive Mara Folini — esordiva con queste parole di grande attualità, nel suo saggio Wahrheit ohne Dichtung/Verità senza finzione), opponendosi ai valori – ritenuti falsi – della società del progresso, in nome di un utopico ritorno ai valori originari della natura, che avrebbero dovuto sanare ogni disagio, alienazione da metropoli, e perdita di identità, restituendo equilibrio e armonia tra anima e corpo, tra individuo e società, in un tutto organico. L’articolato progetto sul “Perturbante” realizzato ad Ascona tra Casa Serodine e Monte Verità, si proietta dunque in un substrato storico e antropologico sintomatico di grande attualità, per potere riflettere oggi sulla nostra società globalizzata, tanto più massificata, anonima e alienante di quella industriale e tecnologica di inizio Novecento, nella quale il “perturbante” – “sinistro”o “spaesante” – riaffiora con forza al cospetto della Società liquida (come l’ha definita Zygmunt Bauman), a un tempo globale e frammentaria, personale e impersonale, contraddittoria, perturbante.

Paradigmatici, in questo primo step del progetto, sono i cinque artisti internazionali selezionati per la mostra Die Kunst und das Unheimliche.

La lettura dell’opera dell’artista britannica Jane McAdam Freud (Londra, 1958)) non può prescindere dal fatto che l’identità di un soggetto partecipa di un flusso di relazioni che lo precede e gli sopravvive. Non è ininfluente il rapporto psico-biologico-culturale con la genealogia familiare e il fattore del DNA nella linea della discendenza dal bisnonno Sigmund, fondatore della psicoanalisi, e dal padre Lucian Freud, pittore tedesco naturalizzato britannico, espressionista e realista esasperato, amico e sodale di Francis Bacon. L’opera multimediale (scultura, bassorilievo, disegno, pittura, scrittura automatica, anagrammi, Macchie di Rorschach, installazione, fotografia digitale, video) di un’artista versatile come Jane McAdam Freud, potrebbe trovare anche un ulteriore riferimento scientifico nella Neuroestetica, teorizzata dal ricercatore britannico Semir Zeki. L’opera di Giuliano Galletta (Sanremo, 1955) si struttura sulla linea dell’autobiografia come autoantropologia, dell’autoritratto come luogo d’inquietante familiarità, della citazione come slogan popolar-filosofico-letterario, del musical in funzione di détournement situazionista. È sui punti di snodo di questi suoi tópoi che il dislivello di tensione ingenera l’effetto Unheimlich. Nel suo Journal intime, di ascendenza barthiana, prevalgono la scrittura come citazione, l’immagine come reperto, il colore rosso come investimento tragico-epico-erotico, il nero come pratica del lutto. Mauro Ghiglione (Genova, 1959) è un artista che attiva dispositivi politico-pulsionali dell’insaziabilità del desiderio e ne esteriorizza l’inconscio, realizzando uno scenario freudiano in cui fisiologia e psicoanalisi interagiscono. Le sue modalità di rappresentazione sono la fotografia digitale, tendente a un grado zero di definizione, l’installazione di Macchinazioni celibi, programmate per mettere in cortocircuito il Desiderio che suscitano. Europa: Aspetterò domani per avere nostalgia, è il titolo dell’installazione suddivisa, come Il Grande Vetro duchampiano, nello spazio superiore della Sposa e in quello inferiore dell’Officina Celibe. Un teschio è sospeso su un filo a piombo che attraversa il vaporoso abito nuziale: ambigua metafora di una morente Vecchia Europa che, travestita da fanciulla, mette in atto ogni astuzia di seduzione. Chantal Michel (Berna, 1968) è attiva sull’area del video, della fotografia, della performance, dell’installazione. Il titolo Jenseits von Zeit und Raum/Al di là del tempo e dello spazio, introduce ad un luogo immaginario. Un video, intitolato Der verbotene Garten/Il giardino proibito, proiettato sull’installazione da due postazioni, non cessa di destabilizzarla. La videocamera ruota intorno al corpo di una giovane donna bionda, in abito di tulle giallo, stesa a terra. Inerte, sotto i riflettori, non è chiaro se dorma o non sia più in vita. Un fondo sonoro rinvia a un battito cardiaco. Chantal Michel, infatti, non cessa di costruire identità mutanti che traggono dalla sua persona la materia per agire, mostrarsi, sparire. Un ulteriore elemento d’inquietudine si coglie nella ripetitività delle situazioni, quasi il soggetto subisse una coazione a ripetere, come la bambola Olympia, nel racconto L’uomo della sabbia (Der Sandmann, 1815), della raccolta Notturni, di E.T.A. Hoffmann, incentrato sull’immaginario di un automa. Mariateresa Sartori (1961) residente e attiva a Venezia, laureata in germanistica con una tesi su Freud, è dedita alla rappresentazione di idee, mentalità, comportamenti, relazioni, flussi, soggetti e oggetti, nelle modalità visuali e sonore del linguaggio. Il suo processo mentale realizza il paradosso di suscitare la percezione del Sublime (latino sub limen) a partire da un Grafo. La sua poetica asemantica deriva da una deprivazione di senso, di logica, a parole, suoni, ritmi, canti, testi, pervenendo a un’Estetica del Significante come percezione di una Bellezza matematica che, secondo Semir Zeki, sarebbe associata alle stesse aree del cervello stimolate da esperienze visive, musicali, poetiche. Con il video In Sol maggiore/In Sol minore si entra in una sequenza del film Heimat, di Edgar Reitz, del 1984. La dimensione melodica, apparentemente destinata al sottofondo, conferendo un ritmo all’azione, ne stimola la lettura in direzioni che modificano, se non addirittura contraddicono, il filo narrativo dell’impressione visiva.

Questa prima edizione del Concorso Arte Ascona 2017-18 dedicato al concetto di “Perturbante” si prospetta quindi — conclude Mara Folini — come occasione tempestivamente sintomatica per interrogarsi sul futuro della nostra società multimediale, ricca di accattivanti stimoli planetari, nella quale è anche facile perdersi, scoprendosi a dialogare più con i fantasmi robotici (tv, computer, tablet, iphone, GPS..), che con i nostri simili.

Viana Conti