home Interviste, Recensioni 68° EDIZIONE DEL PREMIO SALVI L’intervista al curatore Riccardo Tonti Bandini

68° EDIZIONE DEL PREMIO SALVI L’intervista al curatore Riccardo Tonti Bandini

Un progetto messo a fuoco sulle tematiche del dibattito del’68 che il curatore della 68a edizione del Premio Salvi, Riccardo Tonti Bandini, utilizza come scusa per rivoluzionare il Premio, come esso stesso dichiara raccontandoci quali sono stati quest’anno i segnali di rottura con il passato e quale la continuità nella contemporaneità. Numerosissimi gli artisti che in questo lungo lasso di tempo hanno partecipato al Salvi e poi fatto la storia dell’arte italiana, quali Mimmo Paladino, Enrico Baj, Enzo Cucchi, Mario Giacomelli ed Omar Galliani, solo per ricordarne alcuni. Oggi, com’è giusto che sia, le porte si aprono ancor di più, si attivano legami con altre istituzioni e soprattutto si cerca di ridonare il Premio alla cittadinanza. La parola al curatore dell’edizione 2018.

M.B.: Passato e presente. Sessantotto anni fa nasce a Sassoferrato la Rassegna Premio internazionale d’arte contemporanea G. B. Salvi con lo scopo di onorare la memoria de “Il Sassoferrato”. Com’è cambiato negli anni il Premio e quali son stati i forti segnali di rottura che quest’anno hai apportato?

R.T.B.: Il Salvi oltre ad essere uno dei più longevi premi d’arte in Italia è la manifestazione più tangibile della forte vocazione del territorio di Sassoferrato per l’arte contemporanea. Nella sua lunga storia è sempre stata una rassegna ricca di opere e di artisti, si pensi all’edizione del 1968, curata da Achille Bonito Oliva: il totale delle opere in concorso e quelle fuori concorso era di 243. Un giovane Mimmo Paladino vinse il secondo premio. Si pensi anche all’edizione passata, la 67a, dove le opere in totale erano circa 223. È vero che in questi casi la quantità non è legata alla qualità, ma l’allestimento degli spazi espositivi che ho voluto raccontare nella 68a edizione è un altro. È un racconto legato all’arte contemporanea, ai linguaggi che noi tutti dovremmo parlare, è un allestimento che, se paragonato con il passato, sicuramente aiuta la lettura ed il godimento dell’opera d’arte. Un altro importante segnale di rottura è stato quello di sbarrare l’accesso al premio agli artisti sopra i 35 anni; in questo modo i giovani sono tornati protagonisti, proprio come lo erano nel periodo sessantottino. Dico questo perché il progetto è focalizzato sul dibattito del’68, che ho utilizzato, in fondo, come scusa per rivoluzionare il Premio.

M.B.: Il cuore della Rassegna è di certo il Premio che porta con sé due sezioni, una dedicata agli artisti italiani under 35 e l’altra denominata Piccola Europa che è riservata ai giovani provenienti dalle Accademie Europee. Secondo quali criteri si è svolta la selezione relativa al Premio?

R.T.B.: Il tema non è stato vincolante per evitare di “mettere il cappello” sul Premio. I criteri sono stati gli stessi per entrambe le sezioni, ovvero la qualità dei lavori, la contemporaneità dei linguaggi espressivi, la ricerca specifica di ogni giovane artista. Inoltre ci tengo a dirti che, al contrario della giuria, non sono stati per niente tenuti da conto criteri come la tecnica utilizzata, il significato del concetto espresso, la forma, l’originalità.

M.B.: Hai omaggiato, attraverso tre mostre personali, tre artisti consolidati che hanno allestito le loro opere in tre diversi spazi della città. Chi sono e cosa ti ha portato a scegliere loro tra tanti?

R.T.B.: Ho scelto tre figure che hanno la forza di comunicare al pubblico la presenza di un mondo diverso dall’immaginario collettivo del territorio, che hanno la potenza di raccontare la realtà e la dimensione dell’arte contemporanea. Le mostre personali sono degli artisti Nevio Mengacci, con Le
radiazioni non toccano il suolo
, Michele Alberto Sereni con Geografie sospese, Renzo Marasca con
Memorie dalla Marca.

M.B.: Con il progetto di quest’anno hai voluto attivare legami con altre istituzioni. Una sezione importante è a mio parere quella nata dalla collaborazione con il Museo Omero di Ancona. Vuoi raccontarci il perché e il come di questa sensibile scelta?

R.T.B.: Il Museo Omero è una realtà prestigiosa che abbiamo nella nostra regione e che dovremmo far conoscere di più. Quando ho proposto il progetto al Presidente Aldo Grassini mi ha raccontato il Museo dicendomi: “.. le arti visive, chi l’ha detto che sono visive?…”. Pensa che atto rivoluzionario sullo stato delle cose e sullo stato dell’arte. Seguendo questo pensiero abbiamo cercato di rendere accessibili le mostre ai fruitori non vedenti o ipovedenti e, tra le altre cose, abbiamo dedicato uno spazio per far fare esperienze tattili ai visitatori normodotati.

M.B.: Sembra tu abbia voluto fortemente ridare il Premio alla cittadinanza attraverso degli incontri aperti al pubblico e soprattutto con il coinvolgimento delle scuole. Quanto questo è importante per te e che segnale hai voluto dare?

R.T.B.: Il segnale, forte e chiaro, è ricordare al territorio che questo Premio è prima di tutto del territorio stesso. Gli incontri che abbiamo chiamato Conversazioni sul ’68sono stati momenti di grande partecipazione di pubblico; nei dibattiti aperti abbiamo parlato del tema portante dell’edizione di questo anno. Questo tipo di operazioni sono importanti, avvicinano le persone, combattono i pregiudizi e le paure di molti nei confronti dell’arte contemporanea.