home Interviste, Recensioni A nostra immagine e somiglianza: la parola a Berta e a Moya Garcia

A nostra immagine e somiglianza: la parola a Berta e a Moya Garcia

È da poco terminata A nostra immagine e somiglianza, la mostra di Filippo Berta alla Galleria Massimodeluca. Ho intervistato con molto piacere l’artista e il curatore, Angel Moya Garcia, focalizzando l’attenzione sull’azione performativa che ha preceduto l’inaugurazione dell’esposizione. Lo scorso 17 febbraio all’interno dello spazio di Mestre è sceso il buio, le luci sono state riaccese quando la performance ha avuto inizio e nuovamente disattivate quando i martelli hanno terminato di battere. Una linea imperfetta di crocifissi appesi a muro erano davanti ai nostri occhi. L’iconografia religiosa diviene pretesto per trattare tematiche intrinseche all’individuo e alla società. Ecco le risposte di Filippo Berta e di Angel Moya Garcia.

M.B.: A nostra immagine e somiglianza è la performance che hai realizzato in Grecia nel 2017 per la 6° Biennale di Salonicco, che hai riproposto alla Galleria Massimodeluca di Mestre e che è stata ripresentata in occasione dell’evento di Villam a Roma. Com’è nata, ormai un anno fa, l’idea di questa azione e, secondo l’esperienza fatta, il luogo scelto e le situazioni che si sono venute a creare ne modificano in qualche modo il risultato?

F.B.: La performance è il primo capitolo del trittico A nostra immagine e somiglianza, ideato nel 2014 e realizzato per la prima volta nel 2017 in occasione della 6° Biennale di Salonicco. L’intero progetto mira a far riflettere sull’esigenza della collettività di elevare un simile a una condizione superiore e di dominio pubblico. Questa nostra attitudine ha prodotto nella storia differenti immagini iconografiche (religiose e politiche) dentro le quali sono imprigionate figure paterne o materne rassicuranti. Partendo da questo dato di fatto, l’intento della performance è chiedere all’interlocutore se questa nostra condizione possa essere una schiavitù da cui è impossibile sottrarsi, proprio perché l’essere umano è il confine posto tra ‘l’ordine del sovraumano’ e ‘il disordine del corpo’. Nello specifico, la performance A nostra immagine e somiglianza 1 consisteva in un gruppo di persone impegnate a fissare un chiodo al muro con un martello, rimanendo tutti in punta di piedi. In questo modo, ciascuna delle persone raggiungeva il punto più alto concesso dai loro corpi, come fosse la peculiarità che li distingueva dalla collettività. Poi tutti hanno appeso ai chiodi dei crocefissi identici e il pubblico poteva vedere una linea irregolare e imperfetta, metafora di quel limite invalicabile oltre il quale è possibile estraniarsi dalla nostra dimensione corporale, spesso definita imperfetta dalle ideologie religiose. Dopo pochi secondi le luci si spegnevano offrendo al pubblico questa immagine su cui riflettere. Nella mia ricerca artistica il contesto sociale dove realizzare le performance è un elemento importante e questa in particolare può essere realizzata solo nelle società fondate su una struttura cristiana.

M.B.: La semplicità del gesto è uno degli elementi distintivi delle performance che metti in atto, sottendendo profonde simbologie e talvolta provocazioni. Qui più persone, in fila, colpiscono un chiodo con il martello cercando di raggiungere in punta di piedi, scalzi, il punto più alto a loro possibile per appendere un crocifisso. Una spiritualità ormai irraggiungibile nella società odierna o uno sforzo massimo per spingersi verso il divino senza che esso sia giudice in Terra?

F.B.: La performance si fonda sull’estenuante ricerca dell’essere umano di raggiungere una forma corretta, che spesso è rappresentata da un idolo con caratteristiche spirituali. In questo lavoro l’immagine dell’idolo perfetto è sintetizzata nel crocefisso perché, andando a ritroso nella storia della società occidentale, può essere definito come il precursore di tutte le successive iconografie dell’eroe. Di conseguenza questa performance non è un lavoro sulla religione cristiana ma quest’ultima è un pretesto per riflettere sul rapporto irrisolto tra l’individuo e la sua natura corporea, definita inspiegabilmente imperfetta da ideologie prepotenti.

M.B.: Scegli di non essere parte attiva nei tuoi lavori. Qual è il motivo che ti spinge ad esserne estraneo?

F.B.: Nessun artista di ricerca può essere definito estraneo dai suoi lavori, a prescindere dai modi con cui comunica agli altri la sua urgenza. Nel mio caso, riflettendo sulle tensioni che scaturiscono dai rapporti irrisolti tra individuo e collettività, non posso esimermi dal coinvolgere il soggetto principale della mia ricerca, vale a dire l’essere umano. In realtà da anni ho in archivio un progetto in cui è prevista la mia presenza fisica perché, dovendo riflettere sulla famiglia intesa come la prima società con cui tutti noi ci rapportiamo, ritengo interessante in questo caso partire dalla mia intimità.

M.B.: Hai curato a Mestre la mostra di Filippo Berta, artista che conosci da tempo. La scelta è stata quella di installare in galleria opere fotografiche relative alla performance e di inserire, quale perno del tutto, il video dell’azione collettiva alla sesta edizione della Biennale di Salonicco. Qual è il perché della scelta di questo allestimento e che cosa, attraverso di questo, si è voluto sottolineare del lavoro di Berta?

A.M.G.: In realtà anche se ci conosciamo da tanto tempo, la prima collaborazione con Filippo Berta è stata solo un anno fa durante un workshop di due giorni a cui ci aveva invitato il prof. Massimo Vitangeli all’Accademia di Urbino. In quel contesto avevamo lavorato con un gruppo di studenti, sia a livello teorico che pratico, sulla performance collettiva, mettendo in atto l’enactment di una delle sue performance più note come conclusione finale. Dopo quell’esperienza lo avevo invitato alla Tenuta Dello Scompiglio per sviluppare un laboratorio con più tempo a disposizione e una performance inedita con dieci studenti delle accademie di belle arti di tutta Italia. Successivamente, dopo queste due collaborazioni in cui abbiamo condiviso pensieri e progettualità, è stato lui ad invitarmi a curare la sua mostra a Mestre. Nella galleria Massimodeluca è stato lo stesso spazio e il materiale risultato della performance a suggerirci l’allestimento. Nella prima sala volevamo svelare fin da subito l’azione della performance, con il prequel del video in cui vengono assemblati industrialmente i crocifissi e la sua controparte umana, soggettiva e con un ritmo completamente diverso. Nella seconda sala invece volevamo che quell’azione si arrestasse per concentrarci sul momento finale della performance. L’istante in cui i performer guardano il crocifisso e in cui emerge tutta la tensione dell’azione che qua veniva congelata. In questo modo quella tensione che caratterizza tutta la produzione di Filippo Berta trovava in galleria la sua declinazione più naturale.

M.B.: Sei Co-Direttore per le Arti Visive presso la Tenuta Dello Scompiglio a Lucca e lavori spesso con i performer, interessato al concetto di identità e collettivizzazione dell’individuo, temi cari anche a Filippo Berta. Questa attenzione verso l’azione solitamente modifica il tuo approccio curatoriale e, se sì, in che modo? Come porti avanti generalmente il lavoro con i performer?

A.M.G.: Sinceramente credo che ogni artista trovi una modalità di restituzione formale propria per concretizzare la ricerca che sta portando avanti, di conseguenza non penso ci sia o ci debba essere una distinzione di approccio nel lavoro curatoriale. Mi interessa principalmente seguire tutto il processo fino al momento di verifica, dal punto di partenza teorico all’urgenza che in quel preciso istante sente l’artista, ma non ho mai sentito la necessità di diversificare la mia modalità di lavoro. L’unica differenza che posso sentire è la possibilità dell’imprevisto e la consapevolezza che a differenza di una mostra, in cui il giorno dell’inaugurazione l’artista abbandona per cosi dire il proprio lavoro per donarlo alla visione del pubblico, nella performance, soprattutto quando si tratta di un’azione unica, non c’è un dopo se non quello delle domande che possano restare aperte o delle suggestioni che l’artista possa aver stimolato nello spettatore.