home Recensioni Ai Weiwei a Milano. Tradizioni e contemporaneità a confronto

Ai Weiwei a Milano. Tradizioni e contemporaneità a confronto

La sede milanese della galleria Massimo De Carlo accoglie nelle storiche stanze di Palazzo Belgioioso la mostra personale di uno dei più celebri e controversi artisti contemporanei, Ai Weiwei (Pechino, 1957).

L’artista cinese è noto per i suoi interventi artistici provocatori, sempre in bilico tra attivismo politico e ricerca artistica, affermandosi come personalità simbolo della lotta per la libertà d’espressione.

Il progetto espositivo che ci accompagna attraverso gli ambienti di uno dei palazzi simbolo dell’architettura neoclassica lombarda ci parla di un’arte che trae la propria energia dalla realtà storica, sociale e politica cinese – passata e presente – e di un artista che trasforma le proprie esperienze di vita personali e della propria terra in strumento di conoscenza e di dibattito al servizio dell’intera collettività.

Il fil rouge che sottende tutta la sua ricerca artistica è l’atteggiamento ambivalente che Ai Weiwei assume nei confronti del proprio paese: da un lato il peso di un forte senso di appartenenza alle tradizioni e alla cultura cinese, dall’altro l’esigenza di travalicare con tutta l’irruenza di uno spirito ribelle l’incombenza di questo stesso patrimonio culturale.

L’arte di Ai Weiwei è un campo di battaglia in cui di volta in volta si apre una sfida tra tradizione cinese e modernità, antico e contemporaneo, passato e futuro, appartenenza e rifiuto, una sfida che l’artista vive in prima persona, ma che, allo stesso tempo, diviene specchio di un conflitto più grande tra individuo e collettività.

Entrando nella prima sala del Palazzo, sembra quasi di percepire subito il peso di una storia scomoda che l’artista sente il bisogno di denunciare.

Al centro della stanza campeggia Garbage Container, una scultura in legno huali, che si presenta all’apparenza come un raffinato armadio, ma che in realtà riprende la struttura dei contenitori per l’immondizia, tipici delle città cinesi. Quello che si presenta a noi come un bell’elemento d’arredo ci parla, invece, delle estreme condizioni di povertà dei bambini di strada, innescando un collegamento diretto alla tragica vicenda di cinque clochard cinesi, morti per avvelenamento da monossido di carbonio.

La parete della stessa stanza è interamente ricoperta da The Animal That Looks like a Llama but is Actually an Alpaca, un’abbagliante carta da parati bianca e oro su cui risaltano alcuni dei simboli chiave del repertorio artistico di Ai Weiwei: inquietanti videocamere di sorveglianza, catene, manette, il logo di Twitter e gli alpaca, diventati dal 2009 simbolo della lotta per la libertà d’espressione in Cina.

Nel salone principale si dispiega in maniera ancora più lampante la conflittualità dell’artista tra modernità e tradizione cinese, attraverso opere emblematiche come Colored Vases e Dropping a Han Dynasty Urn, controversa e famosissima performance che lo vede far cadere un’urna funeraria della dinastia Han antica di oltre duemila anni, fissata da tre iconici scatti fotografici in bianco e nero e ricordata in mostra da un trittico realizzato con migliaia di mattoncini LEGO. 

In entrambe le opere Ai Weiwei si pone in un atteggiamento di sfida nei confronti del patrimonio storico e culturale della sua terra: nel primo caso, “contaminando” con della semplice vernice industriale dei vasi storici cinesi, nel secondo, presentandosi in prima persona come l’autore volontario di un’azione violenta e irriverente – tre fermi immagine che lo ritraggono in un atto di distruzione – denuncia di quella stessa distruzione dell’eredità storica cinese perpetuata dal governo negli anni della rivoluzione culturale.

In questi lavori l’artista palesa le sue contraddizioni attraverso un processo creativo che lo vede avvalersi di materiali e tecniche tradizionali (si pensi all’impiego di vasi cinesi e all’uso di antiche tecniche artigianali di lavorazione della porcellana, come nell’opera Free Speech Puzzle) e poi trasformare e manipolare questi retaggi culturali in un atto di ribellione e rifiuto.

Nell’ultima stanza della galleria è documentata la protesta portata avanti in prima persona dall’artista contro il ritiro del suo passaporto nel 2011 da parte delle autorità cinesi, con l’accusa di rappresaglia politica contro il governo.

All’interno di una teca di vetro troviamo Bicycle Basket, un cestino pieno di fiori di porcellana, che, proprio come l’armadio nella prima stanza, è l’oggetto concreto utilizzato dall’artista per raccontarci un retroscena più complesso: nel caso specifico, il cestino di fiori rimanda all’azione pacifica che ha visto Ai Weiwei impegnato ogni mattina, per 600 giorni, a lasciare fuori dal suo studio dei fiori freschi dentro il cestino di una bicicletta, una vera e propria campagna con tanto di tag #flowersforfreedom (fiori per la libertà) – documentata anche dal video esposto nell’ultima saletta – al fine di recuperare il suo passaporto e, così, la sua libertà.

Nel 2015, dopo ben 4 anni, l’artista cinese ha ricevuto indietro il suo passaporto e, a conferma del suo legame indissolubile con internet e il mondo dei social media, ha immediatamente documentato questa conquista postando una foto di se stesso con il documento tanto agognato sulla sua pagina di Instagram.

AI WEIWEI

Massimo De Carlo, Milano

Piazza Belgioioso, 2 – 20121 Milano

Fino al 18 novembre 2017

Aperto da martedì a sabato, 11:00 – 19:00