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Alessandro Moscè

Il tempo lo ammazzo soprattutto salvando quello già trascorso attraverso il ricordo, altrimenti non sarei un poeta e un narratore. Non vivo l’eterno presente, che è il grande male dei nostri giorni.

L’eternità è un’idea, una speranza. Da qui all’immortalità, potremmo dire, che è la stessa cosa. Il dopo non lo conosce nessuno, ma si può immaginare come nel capolavoro di Dante. Non ho mai  distinto i salvati dai dannati, però, e non so immaginare come possa presentarsi l’anima scorporata dal corpo.

I sogni sono l’alimento vitale dell’esistenza, perché permettono di correggere la realtà, di indirizzarla secondo i nostri desideri.

Non faccio pronostici, se non per le partite di calcio della domenica. Non mi pongo traguardi, né obiettivi, forse perché non ho figli. Vivo facendo il mio mestiere, amando, ma non ho mai preteso di più da ciò che sono.

Ieri più di oggi e di domani: il passato, come accennavo, si affaccia spesso alla mia porta, specie mediante le figure dei nonni materni e paterni. Come diceva qualcuno, può capitare i morti parlino più da morti che da vivi.

Le canzoni della mia adolescenza: in particolare quelle dei cantautori italiani che ho amato di più: De André, Guccini, Carboni e tanti altri ancora. Qualche volta mi sovviene un motivetto inglese del quale non ricordo il titolo.

Se mi vedessi in pensione, nel mio caso non più capace di leggere e scrivere, sarei già morto.

L’aspettativa principale, ma lo dico sorridendo, è di vincere il Premio Strega. Chissà che non accada…

Le illusioni accompagnano la nostra vita di continuo. L’alba, per me, è il principio del giorno, quando mi metto a scrivere e cerco di cogliere un significato del mio pensiero che durante la notte, nella veglia, ho elaborato.

Alessandro Moscè