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Alvin Curran – Omnia Flumina Romam Ducunt

Alvin Curran
Alvin Curran

Omnia Flumina Romam Ducunt / Tutti i Fiumi Portano a Roma è il titolo dell’architettura sonora di Alvin Curran, a cura di RAM radioartemobile, promossa dalla Soprintendenza Speciale di Roma insieme ad Electa, che aprirà i suoi battenti al pubblico lunedì 22 ottobre alle ore 17:30 negli spazi delle Terme di Caracalla a Roma. Stanti l’eccezionalità dell’evento e la fama dell’autore, una vera e propria icona della sperimentazione musicale avviatasi negli anni ’60 del secolo scorso, abbiamo provato a parlarne con lo stesso Curran.

Paolo Balmas. Comincerei dal titolo stesso dell’evento che hai progettato e organizzato. Nel titolo si parla di fiumi che portano tutti a Roma, parafrasando il celebre detto “tutte le strade portano a Roma”. Mi sono chiesto il perché  di questo riferimento all’acqua invece che, magari, direttamente ai suoni o ad altro. E’ chiaro che l’idea nasce pensando funzionamento stesso di un impianto termale antico. Le Terme di Caracalla, usavano certamente l’acqua di qualche fiume, come accadeva sempre a quel tempo. Leggendo, però, una tua intervista abbastanza recente ho notato che ad un certo punto ti viene chiesto cosa faresti se avessi fondi illimitati per mettere su un evento, e tu  rispondi che forse faresti un evento all’esterno, nella natura o forse in un sito archeologico, ma poi  cambi opinione e dici,  che faresti un pozzo, un pozzo dal quale faresti uscire di tutto, suoni di ogni tipo, musica di qualunque popolo ed epoca, scommettendo sul fatto che l’insieme  funzionerebbe, cioè verrebbe capito, ascoltato, e in ogni caso, non percepito come  un pasticcio, ma come una cosa che ha la sua logica. Questo mi fa pensare che per te il mondo, il pianeta su cui noi poggiamo i piedi, abbia in qualche modo assorbito, abbia  dentro di sé,  una specie di memoria depositata, non tanto una registrazione puntualr quanto qualcosa che mantiene viva una rete di rapporti tra tutte le espressioni sonore di tutte culture che ci sono state. Una rete sulla quale tu sai come intervenire, non so se con un vero e proprio metodo, ma comunque con un tipo di lavoro che ti consente, queste espressioni,  di metterle l’una dopo l’altra senza che cozzino tra di loro, senza che sembrino in contrasto,  o altrimenti  in modo tale che, pur nel contrasto, si vengano a stabilire tra loro dei rapporti  in virtù dei quali il pubblico possa sentirle, capirle, e viverle  come musica.

A  questo punto ripensando al fatto che in quest’occasione, pur non avendo fondi illimitati, hai  comunque a disposizione un  luogo  di Roma  assolutamente centrale,  molto interessante sia rispetto al presente che rispetto  all’antichità, un luogo da cui parte la Cristoforo Colombo, che come l’antica via Ostiense raggiunge il Tirreno, il Mare Nostrum,  ma inizia  anche l’Appia che va giù verso lo  Ionio, la Grecia e tutte le civiltà mediterranee…

Alvin Curran. Anche l’Africa, il Levante…

Paolo Balmas. Esattamente, e allora mi è venuto in mente un po’ questo, che l’acqua rappresenti metaforicamente  per te un flusso capace di creare unione, di creare una sorta di rete che però è fluida, non una rete meccanica, scandita, sovrapposta,  ma una rete viva e disponibile che aleggia ovunque in questo impianto Termale, così come vi aleggia l’acqua stessa, che si candida dunque  non solo a trasportare  esclusivamente  suoni come l’aria, ma anche cultura, anche voci, anche storia e via discorrendo. Ecco, mi chiedevo se sono completamente fuori strada o se si può sviluppare questo discorso

 

Alvin Curran. No, sei perfettamente sulla strada  giusta, anche se io ho dietro di me alcuni anni  di lavoro che nascono del tutto intuitivamente per quanto riguarda la mia analisi, anzi, meglio, la mia autoanalisi. Come artista condivido, effettivamente un certo clima culturale, faccio parte di una storia molto recente e ancora in atto, la storia del cosiddetto “Sperimentalismo” in senso generale e più in particolare di quello Americano che a volte è molto rozzo, a volte è molto sofisticato, a volte sorprendentemente, quasi  mistico, come nel caso di John Cage, per esempio, che andava verso fonti di ispirazione di natura trascendentale.

In  questo contesto la mia storia personale è quella di uno che per più di 50 anni è vissuto tranquillamente con grande senso di appartenenza alla città, a  Roma stessa. Certamente il mio italiano così lontano dalle norme dalla lingua, sembrerebbe smentirmi, ma in realtà esso conferma un’altra cosa, conferma che sono un improvvisatore  e improvviso anche l’ italiano. In ogni caso volevo dire che le considerazioni che tu facevi, il tuo suggerimento secondo cui mi sarei appropriato di un detto già esistente spostandolo dalle strade ai fiumi,  sono senz’altro considerazioni valide, sempre però che si tenga conto del fatto che si tratta di un pensiero puramente poetico che si collega all’idea dell’importanza di questa città  nella storia, non solo quella antica su cui non ci sono dubbi, ma anche quella attuale. Oggi c’è ancora fermento, un gran fermento a Roma in particolare, e in Italia più in generale. Un fermento che però non viene sempre  riconosciuto.  Sempre più,  purtroppo, i giovani con cui sono molto in contatto, come gran parte del mondo intellettuale ed artistico, cercano luoghi fuori d’Italia per vivere, per   portare avanti il loro lavoro e questa è tutta un’altra storia piuttosto triste, però  non vuol dire che non succeda più niente qui, succedono molte cose.   

 Per quanto riguarda il mio lavoro in particolare ci sono tuttora le musiche scritte che continuo a fare, esercitando una vita puramente compositiva con brani musicali per strumenti normali,  e questa è una parte  del mio cervello, l’altra parte, l’altra metà è in un mondo completamente sperimentale dove ho sempre trovato ispirazione da ogni immaginabile luogo, memoria storica e particolarmente siti come rovine archeologiche. Un semplice giardino, una spiaggia o altre  cose che in se non suggeriscono molto, a parte una possibile scena per un pittore della domenica, per me sono fonti, in continuo sviluppo per quanto riguarda la loro potenzialità, il loro potenziale sonoro. E questo anche se tu vedi solo  una rovina, delle steli,  dei   sassi , dei mattoni, degli archi, delle cose che non dicono niente, un insieme che non  si  può descrivere come un lavoro d’arte, perché ormai è solo una accumulazione di resti accidentali, distribuiti puramente a caso, rovine nel senso letterale del termine che sono venute giù e sono rimaste tali e quali. 

L’evento ora della mia installation alle Terme di Caracalla è un evento per me di sogno. La mia musica, a parte l’uso degli strumenti tradizionali, consiste anche di una forte presenza del suono ambientale di diverse  parti del mondo. Un suono che potrebbe essere, per dare un esempio, quello prodotto da tutti i muezzin di Istanbul, e sono tanti,  quando è l’ora della preghiera, cinque volte al giorno. Tutti questi muezzin – non so se li hai mai sentiti, a Istanbul o altrove – rappresentano  un esperienza incredibile, cantano completamente a caso,  non c’è nessuna  coordinazione e tuttavia creano delle sinfonie corali ogni giorno, cinque volte al giorno. Sinfonie sempre  diverse, grazie alle quali   ogni volta abbiamo un’ altra densità, altri contrappunti, altre cose sorprendenti che sono li per tutti. 

Per me la musica, appunto, esiste dovunque tu ti trovi, se ti fermi e ascolti, stai ascoltando la musica naturale, anche se non c’è niente quel niente fa parte di questa musica. Le terme di Caracalla sono un luogo estremamente  suggestivo già solo per  la loro storia che ne fa uno dei più importanti centri culturali di Roma antica, un centro dove la gente andava non solo per fare i bagni, ma per leggere, per discutere, dibattere, meditare cioè trovarsi assolutamente staccati dal mondo, e questo in se è già un potentissimo suggeritore, tuttavia il luogo io lo vedo soprattutto dal punto di vista di un esperto che vive quotidianamente nell’acustica, nell’esperienza udibile, nell’esperienza vera e anche  immaginaria che mi circonda acusticamente. Così io vedo muri, mezzi muri, cose cadute, buchi già esistenti all’origine ma anche buchi fatti dopo da chissà quanti corvi, uccelli, aquile… e mi chiedo chissà chi ha abitato e  abita tuttora   questi luoghi, ma non vorrei essere frainteso, la mia fantasia, il mio sogno non è quello di ripopolare immaginativamente  quel mondo, di farlo tornare come era. Il mio desiderio non è quello di fare confluire veramente lì tutti i fiumi di cui parlavamo,  farei solo acqua, acqua, acqua, sarebbe  troppo facile.  Io voglio fare piuttosto un  disegno sonoro, una specie di soundscape, un paesaggio sonoro, così come come un paesaggista, un disegnatore di giardini o di altri luoghi architettonici, crea un suo mondo, con la differenza  che alle terme c’è già un mondo che si esprime 24 ore su 24 attraverso questi potentissimi resti dell’antichità. Resti che definisco  “potentissimi” perché sembra che parlino in continuazione di qualcosa che magari noi non possiamo neanche comprendere fino in fondo. 

Tutto questo mi porta ad assumere un altro punto di vista,  quello di chi riparte dal mero sito, cioè da un sito puro che offre la possibilità di essere utilizzato come un trasmettitore di impulsi udibili.  Non voglio però soffermarmi su gli altoparlanti che farò sistemare in alto, in basso, sotto il suolo, sotto le antiche condutture, o sull’acustica che già è a nostra disposizione grazie alla riflessione, alle distanze, alle vicinanze. Quello che conta è il disegno acustico che sarà possibile realizzare  grazie a queste emittenti nascoste che di volta in volta emettono un suono. Quale suono emettono?  Emettono suoni, in parte, della vita sonora che io posso verificare attraverso i dipinti romani in cui si vedono uccelli. leoni, elefanti, tutti animali che, per  un motivo o per l’altro erano sempre presenti  a Roma, ma anche suoni relativi a muli, cavalli, cani, gatti, ecc. che possiamo trovare anche nel presente. Circa il presente va detta anche un’altra cosa, va detto che stranamente alle Terme quando rimani dentro la sera o anche all’ora di punta, le auto che passano, cioè il rumore  della nostra città moderna, quasi non si  sentono. Tutto è molto silenzioso là dentro, è molto protetto dai muri esterni e ha il vantaggio di dar vita quasi ad un luogo vergine, per l’acustica immaginaria da cui nasce quello che io sto per comporre. La mia composizione comunque avrà diverse qualità, una delle quali  sarà l’uso continuo di lunghi silenzi per cui dove prima non c’era niente  poi d’improvviso c’è un suono. Suoni che però magari non riguardano il visitatore  nel momento in cui si sofferma sui percorsi di collegamento  come i due lunghi corridoi che vanno da una metà all’altra del sito., ma ricompaiono  lungo il passaggio centrale dove  ci sono le aperture che vanno direttamente alle antiche tubature e ai pozzi che si aprono tra di loro. Pozzi dai quali usciranno vari tipi di suoni particolarmente intensi. 

E qui mi fermerei nel tentare di descrivere qualcosa che è ancora in costruzione, anche se ci tengo a consigliare sin da adesso al visitatore di rinunciare all’orologio  e ad altri aggeggi contemporanei come l I-Phone o l’I-Pad, di lasciarli fuori ed entrare liberamente come in  un qualsiasi  museo. Il mio, infatti, è un progetto che richiede più di dieci minuti di collaborazione, di partecipazione, almeno quindici se cammini lentamente. Dal mio punto di vista poi è un luogo dove io personalmente posso andare e restare per delle ore in quanto sarà presentata una composizione che è  un continuo flusso quasi casuale, fatto con dei mezzi assolutamente imprevedibili comandati da un computer che fa scattare questo o quel momento o  quell’altro ancora.  

Da un punto di vista sonoro è qualcosa di molto complesso e anche se riappaiono alcuni momenti che hai già memorizzato non  ritornano  con gli stessi suoni di prima. Quello che viene proposto è cioè un tipo di ascolto non come al cinema, non come in un sala da concerto, non come in un jazz club e neppure come a casa,  è un ascolto dell’architettonica stessa, di distanze enormi. La natura vi regna pura ed io non posso neanche  prevedere se un suono che metto a trecento metri ti arriva chiaramente, dipende dove sei, perché  lo spazio è enorme.  

Non ricordo bene, nella disposizione originale delle Terme il nome di questo spazio, ma si tratta  di uno spazio centrale tra i più vistosi dell’intero complesso. Più o meno lo stesso spazio di fronte al quale l’opera di Roma pone il palcoscenico in occasione dei suoi concerti,  con la differenza però che nel nostro caso le rovine sono il palcoscenico,  dovunque esse siano e non sai mai da dove può uscire un suono, sia esso di natura, elettronico o generato in qualche altro modo. Per farti un esempio potrebbe accadere che da sotto i tuoi piedi cominci ad agire il suono di un migliaio di fenicotteri che può essere seguito da qualcosa di altrettanto esteso ma opposto come quella delle cicale, non quelle mediterranee, ma quelle dell’Indonesia che hanno una frequenza così acuta che è quasi intollerabile per l’orecchio umano. Altri suoni difficili da riconoscere potrebbero provenire dai venti, ma non da lampi e tuoni divenuti troppo banali. Oppure potrei usare strumenti quasi sconosciuti come il corno di un Kudu africano, magari moltiplicato mille volte. Un suono primitivo che nessuno di noi ha mai sentito,  neppure gli stessi antichi romani che semmai  preferivano usare la tuba che era pur sempre  corno sia pure più elaborato. 

 Quello che mi interessa dire in ogni caso è che userò uso delle cose molto primitive, molto semplici, molto naturali, che possono provenire da qualsiasi parte del mondo  non per produrre l’ennesima immagine di Roma antica o moderna. Io sto dipingendo qui con la mia immaginazione sonora e con il materiale che ho già in mano e con altre cose che devo ricercare. Quello che voglio realizzare è  un paesaggio in continua evoluzione che non è fatto di colore ad olio   su una superficie né di materiali come il metallo, il legno o il marmo che usano gli scultori, ma è fatto semplicemente di aria in movimento, aria che è assolutamente fluida e invisibile e perciò da luogo ad un dipinto sonoro assolutamente invisibile….

Paolo Balmas. È noto che tu, rispetto ad altri tuoi amici americani con i quali hai cominciato le tue esperienze, hai scelto di rimanere a Roma, magari sei tornato in America per insegnare, però sostanzialmente sei stato a Roma,  quindi a partire dagli anni ’60 questa città meno dirompente che Londra o New York, ma che stava cambiando, stava sprovincializzandosi, l’hai scelta come luogo nel quale vivere. Vorrei capire se i suoni di questa città ,  secondo me molto disarmonica e per certi versi anche poco interessante, sono rimasti anch’essi nel tuo lavoro? Se li hai registrati, nel tuo sentire, oppure non ne troveremo nessuna traccia nella tua installazione sonora.

Alvin Curran. No, assolutamente, sono  entrati nel mio lavoro e anche nella mia anima come una cosa molto naturale. Quando  sono arrivato qui alla metà degli anni ’60 era un momento magico per Roma, per molti motivi, in particolare, la città stava uscendo da diverse storie simultanee e vivendo un presente molto promettente. Era una città, almeno per quanto riguarda le mie conoscenze, che era guidata da una grande euforia per il cinema dell’epoca, ma anche  per  quello che succedeva in particolare a cinecittà, e soprattutto nei teatri di Roma, in  quei cosiddetti “buchi pestiferi” che erano dappertutto, pieni di giovani che cercavano di saltare nel presente. Era veramente il momento di buttarti nel presente, nell’attuale e sulla scia di ciò che accadeva con grande intensità mi son trovato a far parte di questo luogo con persone, come Memé  Perlini, Mario Ricci, Alberto Grifi, e tanti altri protagonisti. Il mondo dell’arte poi era incredibile, era un propulsore  dell’intera città che stava diventando una sorta di montagna sacra. Per non parlare poi del ‘68, del suo fermento utopico e dei nuovi mondi che andava prefigurando un’ondata giovanile molto seria e molto bella, un’onda globale, che montava simultaneamente in tutto il mondo.  Per  me come americano senza una vera conoscenza sia della storia antica che di quella recente dei luoghi in cui mi trovavo, c’ erano delle difficoltà, ci voleva tempo per capire ciò che succedeva, ma non tardai ad adeguarmi.  Per la musica c’era una vita molto attiva a Roma, con personaggi come Franco Evangelisti, Nuova Consonanza e tanti altri che sperimentavano in continuazione in ogni direzione immaginabile. C’era  molta ispirazione per me personalmente nei quartieri più attivi,  pieni di speranza che qualcosa sarebbe accaduto, doveva accadere. Dappertutto  c’era un gran da fare in questa direzione, anche se politicamente c’era molta confusione alla fine si stava andando verso quegli anni ’70 nei quali molte cose  si sono parzialmente codificate, con  l’Estate Romana con Nicolini e molte altre iniziative. La situazione era cambiata, ma l’ottica era sempre sul contemporaneo. Ora tutto   questo è passato e  il contemporaneo italiano non si manifesta più a Roma, appare  a Berlino, a New York, a Tokio e altrove. Non appare più qui   e questo  è molto triste ed è impossibile non osservarlo avendo sulle spalle cinquant’anni di  partecipazione e attaccamento personale al  ai fatti   che nascevano a Roma. Oggi non dico che i fatti non nascano più è, semmai, il loro riconoscimento e la loro attualizzazione politico-economica che non c’è.

Paolo  Balmas. È senz’altro così anche per me, ma debbo aggiungere che da un certo momento in poi gli artisti stessi hanno cominciato a togliere l’indirizzo di casa dal loro biglietto da visita ideale.   Io faccio il critico d’arte e posso assicurarti che almeno  a partire dagli anni ‘80 quando chiedevi ad un giovane artista di fare la sua scheda tendeva regolarmente a scrivere cose come “vive tra New York e il Madagascar” e via dicendo,  cioè sceglieva due sedi  delle quali una molto prestigiosa, una metropoli, l’altra molto esotica. Naturalmente nella maggior parte dei casi non era vero, era solo il frutto di un’idea di Globalizzazione mediatica e festosa che oggi non avrebbe più ragione di esistere. 

Ora però ripensando  agli anni in cui tu sei voluto rimanere a Roma, e hai fatto sperimentazione prima  sulla musica elettronica, poi con il Minimalismo, non posso fare a meno di ricordare che anch’io,  pur essendovi nato, sono a Roma in pianta stabile solo dal 1966, ragion per cui ho   dovuto vivere anch’io un mio adattamento che non somiglia neanche un po’ alla descrizione per decenni della storia recente che oggi si fa, quella secondo i ‘60 sono gli anni del boom, della gioia di vivere, della liberazione sessuale, i ‘70  sono gli anni della sovversione politica irresponsabile, gli anni di piombo, gli ‘80 e i ‘90 infine sono gli anni dello spreco,  della finanza allegra dove tutti truccavano i conti e spendevano senza problemi. Per quanto mi riguarda io ricordo molto più un percorso continuo della mia generazione toccato appena da questo presunto succedersi di compartimenti stagni. Un percorso umano dove le iniziative coraggiose e l’incontro con la persona giusta erano ancora importanti.  Tu cosa ricordi?

Alvin Curran. Si…  tornando indietro negli anni  mi hai fatto ricordare anche  la generosità di Fabio Sargentini, la sua capacità di importare un’intera cultura Newyorkese e farla rivivere qui a Roma, una cosa straordinaria, particolarmente per me perché quei newyorkesi erano tutti miei amici e alla fine sono andato poi a collaborare con personaggi come  John Jones e Trisha Brown e  anche con  Steve Reich, con il quale ho suonato in giro e poi La Monte Joung, e così via.  Effettivamente  ho lasciato fuori menzione tutto questo che era molto importante non solo per gli eventi musicali che ha prodotto ma anche per l’affermazione della danza contemporanea.  Allo stesso modo va ricordato anche il Sargentini gallerista che andava avanti con una forza tutta sua, così come tanti altri che in quell’epoca  creavano  una Roma artistica in fermento continuo e straordinario.  E non posso fare a meno di ricordare anche il  Film Studio,  un altro centro culturale nato da sé, un altro fenomeno che ha avuto la sua storia e ora non c’è più, purtroppo. Esso ha dato il via a un una cultura cinematografica alternativa come nessun altro. Naturalmente non posso tornare  indietro a tutte le mie esperienze ma posso parlare di un percorso che va ancora avanti anche  nel presente.  Anche ora che ho quasi  ottant’anni lavoro in continuazione per via delle esperienze del passato che ho rivissuto, rivisitato e ricucito in una prassi artistica molto personale e questo mi fa molto piacere, in particolare a proposito di questo lavoro  delle Terme che è in se un simbolo di Roma, un simbolo che forse non sono riuscito a spiegare qui con tutta la dovuta chiarezza, ma  che sicuramente più di qualsiasi altro intervento su di un sito naturale è per me un lavoro di Land Art. Un immenso pezzo di scultura naturale che, accettando un’enorme sfida, ho cercato di ricondurre ad un mio disegno sonoro musicale, un lavoro che mi ha consentito di concludere che  il luogo è esattamente  quello che avevo sognato per cinquant’anni.