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Arte Povera a New York da Hauser & Wirth

Non succede tutti i giorni di vedere in una mostra vero fuoco e vero ghiaccio, ma proprio questi sono i materiali semplici e naturali di cui spesso erano fatti i prodotti di questa arte. “Arte Povera”, così il critico Germano Celant la chiamò nel 1967, fu più che un movimento in senso stretto una libera fratellanza di artisti che lavoravano, in Italia, con materiali “poveri”, della vita quotidiana, al di là e contro i raffinati componenti industriali utilizzati dal Minimalismo (all’estero) e le lusinghe consumistiche del “miracolo economico” (in Italia). E fratellanza fu veramente: con l’eccezione di Marisa Merz – compagna di viaggio del gruppo più che vero membro, e infatti non presente in mostra – l’alternanza di presenze sempre in movimento nell’Arte Povera era fatta esclusivamente di artisti uomini. Tratta dalla collezione di Ingvild Goetz la mostra di Hauser & Wirth ha incluso pezzi e installazioni di tutti i principali esponenti del gruppo, con una selezione di opere realizzate dal 1958 al 1994; questo perché, sebbene ufficialmente Arte Povera si sia sciolta nel 1972, chi l’ha praticata ha poi continuato a perseguirla individualmente anche molto tempo dopo che le mostre collettive erano cessate.

Nei tre piani di questa rassegna sono stati rappresentati tutti i poveristi, insieme ai loro orientamenti più tipici e ai diversi materiali che scelsero: Mario Merz e la serie di Fibonacci scritta col neon, Giulio Paolini con le sue meditazioni concettuali su supporti di tela di vario genere, Alighiero Boetti con una mappa lavorata a ricamo. Inoltre, opere inaspettate hanno rivelato aspetti nuovi di alcuni artisti più noti. Due dipinti del primo Michelangelo Pistoletto – Presenza, una tempera del 1962, e un autoritratto del 1961 in olio e acrilico – hanno fatto luce sulle rare figurazioni dei suoi più tardi dipinti sullo specchio. Alcune delle prime tele di Jannis Kounellis, per esempio Marzo del 1963, hanno documentato gli anni precedenti la sua adesione ad Arte Povera, mentre un’opera senza titolo del 1988 – un sacco di iuta con pietre e polvere di carbone tra due travi d’acciaio – ha attestato la sua persistenza nel vocabolario dei poveristi anche dopo l’avvenuta dissoluzione del gruppo. Certamente, i confini temporali piuttosto labili dell’Arte Povera fanno il paio con la sua ostinata ambivalenza spaziale, per cui installazioni e ambiente espositivo spesso appaiono indistinguibili.

Precarietà e caso giocano un ruolo di primo piano nell’Arte Povera. Un’opera senza titolo del 1967 di Giovanni Anselmo consiste in un foglio di plexiglass leggermente ripiegato le cui estremità sono trattenute da una sottile asta di metallo: il foglio potrebbe staccarsi da un momento all’altro e saltare via. Le leggi della fisica e della gravità sono dunque importanti quanto l’estetica in un’opera in cui confluiscono arte, oggetto ed evento. Pier Paolo Calzolari ha portato avanti l’interesse dell’Arte Povera per i materiali naturali: in un’installazione del 1972 un pesce vivo nuotava in una brocca d’acqua; oggi, di fronte a una grande tela blu si vede il telaio di un letto, un materasso con la parte superiore a forma di gusci di noce, sopra una rosa perfettamente dritta su se stessa e una caraffa (stavolta senza pesce, per sopravvenuti scrupoli contro la crudeltà sugli animali). Sebbene la fauna sia assente, in mostra non sono mancate altre sostanze organiche, da una foglia d’insalata secca in un’opera del 1968 di Anselmo ai mucchi di patate di Penone (1977); di questo è anche il letto di foglie secche di alloro di Fingernail and Laurel Leaves del 1989 (dove l’ unghia del titolo è una grande lastra di vetro oblunga).

Come Mario Merz affermò una volta, l’Arte Povera “si regge con le travi e si regge con gli alberi”. A dire il vero, le gigantesche porte e finestre del pianoterra di Hauser & Wirth con le loro cornici di metallo segnate del tempo e dall’uso erano quasi indistinguibili dalle opere in mostra. Si potrebbero facilmente confondere con certi pannelli “raschiati” fatti dagli artisti, ma non credo che questo avrebbe disturbato Merz più di tanto. “Siamo condizionati al punto che non riusciamo più a vedere un pavimento, un angolo o un spazio qualunque” scrisse Celant nel manifesto del movimento del 1967. Guidando l’osservatore nel potenziare la sua percezione di pavimenti e angoli, di materiali basilari come cemento e acqua, legno e pietra – spesso a spese del “contenuto” – Arte Povera è tanto più legata al mondo intorno a noi quanto più si radica in immagini e oggetti specifici.

Copyright © Ara H. Merjian. Originally published by Art in America, January 2017.

Republished by permission of the author and Art Media Holdings, LLC, New York.

Traduzione di Cristina Rosati