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Attilio e Sergio Selva: l’incontro ideale tra padre e figlio in una mostra-evento a Roma

Il Novecento si offre come un insieme di esperienze disparate ma tra loro intimamente connesse, delle quali possiamo invertire ordini e gerarchie, attingendovi con spirito postmoderno: si dà insomma come un repertorio suscettibile di continue riconfigurazioni e si lascia illuminare ogni volta da una luce nuova, riempiendosi di significati viepiù diversi in virtù di accostamenti e confronti, di scontri e di salti. In questo collage culturale della cui vitalità siamo eredi e responsabili, i fili della ricerca di Attilio Selva (1888-1970) e di Sergio Selva (1919-1980), padre e figlio, scultore il primo e pittore il secondo, s’incontrano per la prima volta dopo un lungo silenzio e come non accadde mai in vita, in una mostra-evento che riscrive genealogie familiari, esigenze espressive, percorsi di ricerca, ordini di grandezza, consonanze e divergenze.

 

Il progetto espositivo “Attilio Selva. Sergio Selva. Dentro lo studio” nasce all’incontro della volontà dei figli di Sergio, Corrado e Flavia – decisi a riscoprire e promuovere il lavoro del padre precocemente scomparso a 61 anni – con la preziosa competenza di uno storico dell’arte, Manuel Carrera, direttore del Museo civico di arte moderna e contemporanea di Anticoli Corrado e qui in veste di curatore insieme a Lisa Masolini. Ad accoglierli, il gallerista romano Gianluca Berardi, cultore dell’arte per tradizione familiare e vocazione personale, con uno sguardo attento all’Ottocento e al primo Novecento, che si spinge stavolta fino alla seconda metà del secolo, inseguendo le trame delle storie intrecciate dei Selva.

Negli spazi della Galleria Berardi, in corso Rinascimento a Roma, viene riunita dal 15 marzo al 28 aprile una selezione di sculture e bozzetti di Attilio Selva e di dipinti e affreschi del figlio Sergio, con molte opere inedite. Un’occasione unica per misurare distanze e prossimità di due artisti diversi benché impastati della stessa terra, della stessa luce e dello stesso cielo: quelli di Anticoli Corrado, il borgo in provincia di Roma celebre per essere la patria dei modelli più famosi e prediletti dagli artisti per tutto l’Ottocento e il Novecento e per aver ospitato una comunità internazionale di pittori e scultori, il cui passaggio è testimoniato dalle opere custodite dal prezioso museo civico che in anni recenti ha trovato nuovo impulso progettuale ed espositivo ma anche di valorizzazione e ricerca grazie all’instancabile lavoro di Carrera. E, benché Attilio sia triestino di nascita e poi sia vissuto a Milano, Torino e Roma e Sergio sia a tutti gli effetti romano e nella Capitale abbia svolto anche la sua attività di insegnamento al liceo artistico di via Ripetta, è proprio Anticoli Corrado – il borgo natio delle mogli dei due artisti e il buen retirodella vita familiare – a custodire il cuore e l’anima di questa mostra.

Presso un indirizzo preciso, tuttora esistente, che meriterebbe una visita: lo studio dei Selva, vero e proprio scrigno di meraviglie, trasformato in luogo di culto dagli eredi. È da questo studio che vengono fuori, dopo un lungo oblio, le affascinati pitture della produzione più matura di Sergio Selva, messe a confronto con la ricerca scultorea del padre Attilio. A ispirare la mostra è proprio l’intimità dello studio dove i due artisti non hanno lavorato insieme fianco a fianco in vita, ma in cui i frutti del loro lavoro si incontrano e si confrontano post mortem, una dimensione fisica e mentale che nel caos dell’accumulo di vivaci appunti plastici e pittorici restituisce la temperatura stessa del processo creativo, la dimensione di ricerca di un’ideale bottega familiare, sospesa tra tradizione e innovazione.

Entrando nello spazio della galleria, è il nudo giunonico e sensuale della grande scultura “Ritmi” (1921) – protagonista a Venezia della Biennale del 1922 – ad attirare subito l’attenzione dello spettatore. Esempio magnetico di un raffinato Simbolismo, il capolavoro di Attilio Selva è il centro ideale dell’esposizione, il cardine dal quale sembrano irradiarsi le linee di forza di un discorso critico che si costruisce all’incontro di molte geometrie. In primis, lo spettatore può misurare le rette parallele dei percorsi di ricerca del padre e del figlio che hanno sempre proceduto distinti, soprattutto nelle intenzioni di quest’ultimo, nel tentativo di affermare e conservare un’autonomia, un’identità e una peculiarità necessarie al di là del legame di sangue e del peso ingombrante del nome.

Con lo stesso cognome sono nominate inclinazioni artistiche affatto diverse. Attilio fu infatti eccellente e celebrato scultore, campione della Secessione romana, cantore di un classicismo espresso a volte con toni epici e a volte simbolista, mentre non fece altro che pitture, affreschi e mosaici Sergio, impegnandosi in un racconto per immagini dalle molte fasi, che hanno cercato un dialogo aperto con le correnti del secolo breve (dal realismo al neo cubismo a una fascinazione informale), fino a raggiungere una personale e liquida rarefazione nell’ultimo decennio di vita. Proprio le testimonianze di questa pittura vaporosa e tremolante, fatta di miraggi, di silenzi meditati, di allusioni, di lontananze e misteri sono state scelte per rappresentare Sergio Selva in mostra, in quanto punto di arrivo di un’esistenza consacrata alla pittura che ha attraversato la forma e il colore per approdare al vagheggiamento introspettivo di un Eden amato e perduto, poetico e sognante. È l’arte di Sergio, a ben vedere, la grande rivelazione di questa mostra e, dal confronto con quello del padre, il suo lavoro si conferma dotato di una propria forza persuasiva che merita una riscoperta piena. Il cammino di valorizzazione di questo pittore troppo presto dimenticato nonostante i numerosi riconoscimenti avuti in vita è partito, con grande merito di Manuel Carrera, proprio da Anticoli Corrado nel 2017 con la retrospettiva “Sergio Selva. Tra sogno e realtà” e, dopo Roma, l’auspicio è che possa fare tappa a Trieste per rinsaldare i nodi del confronto dialettico con Attilio, del quale la città natale conserva il Monumento ai caduti in cima al Colle di San Giusto, la statua di Guglielmo Oberdan che orna il sacrario militare e i plinti dei pili portabandiera in piazza Unità d’Italia e di Sergio invece il dipinto “Attesa di Pagliacci (Saltimbanchi)” nella collezione del Museo Revoltella.

Geometrie, dicevamo. Oltre al parallelismo dei percorsi di padre e figlio, si possono seguire i cerchi concentrici che vedono la scultura di Attilio Selva oscillare tra dimensione pubblica e affetti privati, tra la monumentalità delle commissioni ufficiali (per esempio il “Bozzetto per il concorso del Monumento a Simón Bolívar” del 1929)e la freschezza immediata dei bozzetti (con varie testimonianze che vanno dalla fine degli anni Dieci agli anni Cinquanta). Colpisce, nell’incanto di piccole opere felici nella loro anti-ufficilità, il vezzo affettuoso dei ritratti (il bambino “Claudio” del 1919, l’iconica “Francesca (La Sebasti)” del 1921 e l’acerba bellezza di “Primula” del 1924) e l’audacia degli studi di figure caratterizzati da corporeità robuste e contorte. Cerchi concentrici che allargando lo sguardo si specchiano, in un gioco di rimandi continui che rende la mostra vibratile e viva, nelle pozze d’acqua e nelle ombre vagheggiate dal pennello di Sergio Selva, in un continuum pittorico che, scorrendo oltre la contingenza della singola tavola o della singola tela, trasfigura in un armonico flusso espressivo le visioni della campagna anticolana. Geografie note diventano un territorio di sogno, regni di un’infanzia perduta nel torpore di un desiderio distillato, abitato da larvali presenza umane (“L’uomo nello stagno”, 1976), di bagnanti in cerca di ristoro, di cavalieri perduti o di animali impastati della stessa fumisteria del paesaggio (“Uomo e uccello”, 1971). Queste ammalianti evocazioni di liquide lontananze su cui il pennello di Sergio indulge fluido, assumendo a volte accenti metallici e accogliendo in sé sporcature e lampi di colore, si uniscono al canto felice del modellato di Attilio, che nell’amore per la figura significa il suo innamoramento profondo per l’uomo, per l’umanità in sé, abbracciata oltre il rumore delle cose che passano e non ambiscono all’eterno.

Attilio Selva, Sergio Selva – Dentro lo studio

BERARDI GALLERIA D’ARTE S.R.L.

Fino al 28 aprile 2018

Corso Rinascimento, 9
00186   Roma  RM (Roma)