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Cazzotto

CAZZOTTO, alla sua seconda edizione appena conclusa (8-14 Aprile), è un evento d’arte multiplo, ideato e prodotto da due artisti: Simona Frillici e Giassi Piagentini. Il luogo è il centro storico di Perugia, città dove il termine Cazzotto evoca un cioccolatino, essendo questo il nome originario del Bacio Perugina.

L’urgenza operativa in seguito a cui è nato il Cazzotto d’arte era di scuotere con modalità artistiche eterogenee (breve la durata di azione e di esposizione) rivolgendosi ad una realtà cittadina che appariva (appare) dormiente, adagiata com’è su una grande bellezza ereditata dal passato che produce come effetto collaterale poca attenzione al presente artistico, al contemporaneo. L’urgenza di fare è anche motivata dalla convinzione che le città tutte, la società, l’uomo, abbiano bisogno di arte, oggi più che mai. Arte che è vitale per riflettere sul mondo in cui essa nasce, rivelando punti di vista inusuali che avviano spunti di riflessione, visioni poetiche (la visione dell’artista) su quanto viviamo ogni giorno.

L’arte è necessaria.

Se quindi il primo Cazzotto (2017) ha voluto rispondere a un’urgenza, il suo sviluppo con la seconda attuale edizione, come ogni “fare d’artista”, è stato un work in progress, un processo particolare.

“All’inizio mettermi in pista è scaturito come una necessità, poi, per quanto mi riguarda, sono stata trascinata avanti lungo un percorso che, a mano a mano, si delineava come fosse già stato lì. Quanto ho fatto è stato lasciare scorrere le energie e fare quanto possibile perché prendessero forma” (Simona Frillici)

“Le cose sono ‘accadute’ per un impegno lavorativo (basti pensare alle prevedibili traversie burocratiche) ma il caso in linea di massima ci ha molto favorito. Come quando si lancia in aria una serie di oggetti ed essi cadono inaspettatamente tutti allineati o disposti a comporre un disegno” (Giassi Piagentini)

Cazzotto è dunque un flusso artistico energetico che scorre nella giusta direzione, a cui hanno partecipato tanti amici artisti che ne hanno condiviso progettualità, tensioni e aspettative. La reattività e l’approfondimento delle istanze della prima edizione di Cazzotto si sono, con questa seconda edizione, approfondite e intensificate nello scandagliare momenti cruciali dell’arte contemporanea in Umbria. Cazzotto si è mosso dunque a confermare le sollecitazioni del nostro presente con alcuni progetti d’artista volti allo stato attuale delle cose, oltre che a porre in evidenza (come per un confronto che non mira a identificare una preminenza per esclusione) episodi di cui sembra si siano in definitiva perse le tracce. Con vari nuclei e focus espositivi si è inteso agire in rapporto alle sei lavagne di Beuys (con l’esposizione Ring, 8-14 aprile *) nel piano sotterraneo del Museo Civico di Palazzo della Penna, dove le lavagne, alcune foto e un video, documentano il leggendario incontro tra Beuys e Burri avvenuto nella Rocca Paolina nel 1980. Dal 12-14 Aprile, il nucleo più concentrato degli altri eventi.

Da un punto di vista temporale Cazzotto inizia coincidendo con il finissage del Perugia Social Photo Fest e termina durante le giornate del Festival Internazionale del Giornalismo, divenendo un immaginario ponte tra i due eventi. In piazza IV Novembre, sulla facciata del Palazzo Vescovile lo stendardo “Angeli”, opera di Simona Frillici, esposto col duplice intento di prospettare il più nobile decoro urbano e al contempo evidenziare l’ubicazione degli spazi dell’associazione culturale e spazio espositivo “Opera”, attivo negli anni 1986-93, diretta da Bruno Corà, con interventi di fondamentali artisti che si sono cimentati essenzialmente con installazioni spesso secondo approccio site specific. Dove affacciava il cinema teatro Turreno, fulcro della vita culturale in città fin dai primi del ‘900 quando vi si presentarono intense serate futuriste (partecipò lo stesso Marinetti), e più precisamente sopra la sua insegna di dismesso teatro, durante Cazzotto, sventolava appesa al balcone la monumentale opera “Lanterne Rosse” di Carlo De Meo, consistente in una serie di silhouette di pugili sconfitti, piegati anzi ‘stesi’, alla lettera, come panni ad asciugare.  Partendo da questi tre luoghi (piano sotterraneo del Museo Civico di Palazzo della Penna / l’appartamento nel palazzo vescovile dove aveva sede l’Associazione Opera / l’ex cinema teatro Turreno) individuati nel centro storico, si è poi dipanata la trama che ha costituito Cazzotto 2018.

Con interventi artistici ad hoc si è voluto ricordare alcuni personaggi illustri della vita culturale cittadina. Lo stesso Carlo De Meo cui si è unito Giassi Piagentini, hanno realizzato delle installazioni nella saletta interna del Bar Turreno, dedicata a Paolo Vinti, figura di intellettuale assai partecipe della vita politica locale. De Meo ha appeso alla porta di accesso alla saletta, una delle sue silhouette di pugili ‘stesi’ come sipario di entrata, mentre Piagentini ha realizzato una cornucopia di cravatte essendo la cravatta un elemento caratteristico della figura di Paolo Vinti. Altrove Francesco Capponi con la sua opera “Due minuti a mezzanotte” ha ricordato, attraverso un ribaltamento (ad un tempo figurale e di narrativa privata) Aldo Capitini nel cinquantenario dalla sua morte. Capponi ci conferma col suo intervento la stringente attualità del messaggio di Capitini nel segno della Pace e della Nonviolenza di cui è stato un antesignano teorizzatore. Opere fortemente evocative del bisogno di pace e tolleranza sono state sia “No Borders” di Mario Consiglio, rappresentazione tecnologica totale, artificiosa e volutamente ingannevole, collocata nell’atrio dell’Università per Stranieri e “Agni Parthene”, suggestivo intervento audio che porta voci sacre tra ponteggi e scale mobili e restauri visivamente rumorosi della città, di Stefano Bonacci nella Rocca Paolina. L’artista Mauro Cuppone ha occupato le edicole del centro con i suoi manifesti inneggianti ad un mago che in un sospeso e imprecisato ‘domani’ sarà  a Perugia. Il Mago di Montefiascone attraverso il suo fido Alex, cane vate di straordinaria veggenza, tra le solite riviste, campeggia trionfante a mezzo di titoli esca e rivelazioni. Francesco Romanelli ha dato voce all’Edicola 518 con l’installazione audiovisiva che rimanda ad un “classico” paese del bengodi che con divertita nostalgia si rintraccia in Postalmarket, modello dimenticato delle vendite per posta che oggi traduciamo attualizzando con l’ ‘on line’.

Temi ad indirizzo fortemente politico sociale insistono nei video presentati al cinema Postmodernissimo dagli artisti: Pasquale Polidori, col trittico su interpellanze parlamentari al parlamento europeo concernenti l’arte, componenti il ciclo “Torturing flowers”; Giovanni Gaggia con “Quello che doveva accadere” riferito alla strage di Ustica; Simone Bertugno che insieme a Mike Watson inneggia ritmicamente alla presa di coscienza senza cui non ci si può definire umanità con “You people have the power”. Non meno responsabilità civile ci racconta Iginio De Luca col suo docu-bliz “Iailat” intorno alle ultime elezioni, seggio per seggio con il lento incedere del transit quasi ‘carro funebre’ che va amplificando l’inno d’Italia rallentato fino a durare venti minuti.

Il centro città ha visto comparire diverse installazioni. Marco Bernardi espone sulle vetrine dismesse della centralissima via Baglioni un’ “Italia pacco” che reagisce pesantemente alle leggi di gravità oltre che di contenuto, tanto più incisivamente grave quanto di fianco, celebrata dall’intransigente promozione “Zero sconti”, riconduce ad un’inflessibilità del business che un tempo si chiamava genericamente ‘capitalismo’. Chiude il trittico di Bernardi una vetrina infranta da una pietra che si scorge a terra annodata ad una bibbia. Metafora forse di un fanatismo di cui si può parlare.

Le vie del centro venerdì 13 e sabato 14 sono state percorse da personaggi eccentrici, performer randagi o in processione, sempre a confronto coi passanti. Il tema del femminismo, fondante l’opera di Tomaso Binga, trova una potente figurazione nella sua “Donna in gabbia” qui performata da Barbara Piva che, con il capo in una gabbietta da uccellini, poteva cinguettare versi poetici e farsi nutrire all’apertura del portellino. Di uguale segno l’intervento di Ausilia Binda su Carla Lonzi. La necessità di tolleranza e il ribadire l’uguaglianza tra uomini si dipana nella vetrina dello spazio dell’Accademia di Belle Arti nell’opera di Giovanni Albanese: “Melanina” e “Antimelanina” (elisir con cui cambiare il colore della propria pelle, tra bianca e nera) prodotti anni addietro sino ancora adatti ad una loro promozione ‘one by one’ per le vie del centro. Ancora all’ABA, esponendo l’opera “Senza Titolo” (due sedie agglomerate nel catrame) di Alain Le Bourgocq, si è voluto ricordare questo bravo artista, morto giovane, un tempo attivo a Perugia e nell’associazione Opera. Notevole il suo rigore nell’arte e nella vita, rimasto escluso da ogni circuito o riconoscimento. I guantoni da “Brain-boxing” di Hans-Hermann Koopmann che tanto spazio e rappresentatività hanno avuto nel primo Cazzotto, sono celebrati appesi al chiodo, ma l’artista tedesco anche quest’anno svolge una complementare attività performativa mettendo a disposizione un “Punching Brain” mobile su cui poter sferrare cazzotti pieni d’intelligenza. Daniele Villa Zorn con la sua installazione performativa ha esplorato le risorse del suo misterioso uomo in completa muta blu elettrico. A questo personaggio che ha interagito con i passanti come un (non troppo) temibile alieno, concentrato nella sua ludica attività, è solo mancata la parola. Artisti§innocenti hanno sperimentato piccoli itinerari di trascinamento di elettrodomestici per la loro coda (leggi: spina elettrica). Teoria e pratica di essere indifferentemente incomprensibili, si auspica a buon pro’. Andrea Nurcis ed Enrico Corte hanno partecipato a distanza inviando rispettivamente un disegnaccio con chiodo fisso (piantato sul petto di un performer complice, resistente ai fori) e il “Disegno Mistagogo” su copricapo da muratore da esibire in giro per la città ad opera di Corte. Rita Albertini ha portato la propria pittura nelle strade ammantandosi con le stampe dei suoi dipinti e occupando con le stesse una vetrina (Istituto Italiano Design)ha realizzato la sua “ControGalleriaSospesa”.

Ancora un rappresentazione del  “Cazzotto” nella deformazione del volto di chi viene colpito, come una terracotta duttile prima della cottura, nella ceramica colorata di Angelo Frillici, portata in mostra da Tangram Design. Sempre a Tangram, all’interno dell’ Hortus Artis, Marino Ficola ha presentato la sua scultura “Corpo”un assetto organico in tessuto ceramico di una sorta di tassodermia tutta pori e molecole. In piazza IV Novembre, cuore di Perugia, Luigi Puxeddu si è rapportato alle due porte in vetro sotto la Loggia di Braccio. Questo meraviglioso spazio di proprietà ecclesiastica, posto accanto al Duomo e di fronte alla fontana dei Pisano è oggetto di vivaci dibattiti politici in città sulla sua auspicabile destinazione d’uso. Proprio sulle due vetrine del locale Puxeddu ha realizzato due gigantografie intitolate “Jungla” ricordando che qui si trovava un negozio di fiori ed esibendo una visione del Paradiso, o perenne giardino, cui l’artista fa corrispondere la natura indomita e primordiale di una ‘sovrumana’ jungla’. Proprio sotto Le Logge di Braccio nella giornata di venerdì 13, Enrico Sciamanna ha declamato mordaci sonetti di poeti umbri del ‘300.

Dalla stessa piazza si raggiunge l’unico spazio interno che non dia su strada. Un appartamento generosamente prestato dalla Curia Vescovile denominato per l’occasione Appartamento Azzurro. Nelle stanze semibuie erano visibili i lavori “luminosi” ed auratici di Britta Lenk (6 light box, senza titolo, che si irradiano reciprocamente colore che si diffonde sconfinando sulle pareti) e di Ugo Piccioni il quale porta avanti un progetto includente che instaura una condizione di parzialità percettiva sia i vedenti che i non.  Il suo un ‘codice’ a led che condiziona l’insufficienza di chiunque. Marco Bernardi è presente infine con quattro ‘cuori’ umani apparentemente a scala 1:1 costruiti in stoffe double-face, forme a tuttotondo custodite in teche cubiche in plexiglass.

Nella Rocca Paolina l’opera disturbante di Carlo Caloro: la macchina cinetica “Agón” un ininterrotto duello tra due tubetti che si sfidano stilettanti a fare un involontario ma intrigante contrappunto alla lenta ‘macina’ del vicino mastodontico arco del “Grande Nero” di Burri che la donó alla città in occasione del già citato incontro con Beuys nel 1980.

Ospite graditissimo di Cazzotto, icona di una rivoluzione museale in fieri, Giorgio De Finis, che a Palazzo della Penna ha parlato della sua visione di arte e di come metterla in campo nella realtà museale del Macro a Roma.

Cazzotto è comunque, per quanto se ne riesca a ricapitolarne gli episodi, ben altro. Animato da uno spirito lieto, energico e desideroso di esperienze estetiche, si scorge meglio negli anfratti, negli interstizi, nel non programmato e nell’imprecisato. Per dir meglio lo si ritrova nella partecipazione di un pubblico anche non previsto che vive la città e si trova coinvolto in un gioco serio di arte, che imprevedibilmente fa rima con cioccolato.

(*) L’esposizione Ring, nel piano sotterraneo del Museo Civico Palazzo della Penna, mette a confronto Beuys e alcuni artisti di oggi includendo interventi che gravitano intorno al rapporto di arte e anarchia con il collettivo Escuela Moderna/Ateneo Libertario che, in una triangolazione di interventi e materiali sviluppa un discorso prettamente politico e con Santiago Sierra che con una documentazione video riporta l’azione di forte impatto identitario “Getto di poliuretano su 18 individui”.

Di Pasquale Polidori l’edizione del suo libro d’artista incentrato sullo stesso Beuys. Nel corso dell’opening Polidori racconta dal vivo la medesima storia che trova nei ricordi personali una inusuale prospettiva critica.

Karpuseeler con un suo lavoro pittorico idealmente riconnette l’artista tedesco a Burri nel segno mimetico e classico della natura.

Apre e chiude insieme l’iter la figura di Beuys che sembra vigilare con la sua stessa video-opera del 1969, voluta in esposizione da Mirc Zantor che in tal modo si rivolge ad un non ipnotizzato visitatore.