home Traduzioni Christie Neptune alla Rubber Factory NY

Christie Neptune alla Rubber Factory NY

Tre televisori a scatola Sony sono sistemati su tre cubi bianchi di altezze decrescenti, sull’asse diagonale dello spazio della galleria, anch’esso cubico. Su ogni schermo, segmenti di video girano continuamente e  mostrano un altro cubo bianco, all’interno del quale sono intrappolate due donne. Vestono biancheria bianca in netto contrasto con la pelle scura, e si muovono in sincrono all’interno dei loro confini, alternativamente guardando il soffitto, i muri intorno, o fuori, verso lo spettatore,  il quale prende coscienza della sua stessa posizione all’interno di uno spazio comparabilmente claustrofobico.

Il video, She Fell from Normalcy, 2016, seconda parte del progetto di Christie Neptune Eye in the Storm (2014-2016), è stato al centro della personale alla Rubber Factory. Come il titolo implica, la serie è un tentativo di comprendere il caos del mondo da uno spazio nettamente circoscritto, ovvero di percepire le  limitazioni  dell’esperienza individuale: “Perché non riesco ad andare avanti? Perché non sono come loro?”, chiede la voce narrante. Per Neptune quelle limitazioni sono il risultato di sovrastrutture di “razza”, genere e classe: “La pelle nera è la mia pena”. Il video costituisce un tentativo esplicito di far crollare questi miti.

Il lavoro di Neptune tende più alla diaristica che alla didattica (essendo la parte audio soprattutto monologo interiore), ma punta verso le tensioni profondamente connaturate nella storia dell’arte – vale a dire, rappresentazione e oppressione all’interno degli spazi di una galleria. Nella sua introduzione del 2000 al testo fondamentale di Brian O’Doherty  (1986) sulla galleria White Cube, Thomas McEvilley scrive che “l’eternità” del tempo e l‘estetica del cubo bianco chiuso “suggeriscono l’eterna ratificazione delle istanze di una classe o di un gruppo che condivide quella sensibilità… censura il mondo nei suoi cambiamenti sociali”. La voce fuori campo di She Fell from Normalcy  fa eco a questo sentimento, poiché sembra provenire da ogni dove e da nessun luogo e contribuire all’atmosfera clinica e vagamente distopica dell’ambiente.  Parlando  di  normalcy, normalità, la voce narrante la definisce “conforme al tipo” o “utile a stabilire uno standard: egemonia”. Amplificata all’interno della galleria, la voce si rivolge agli spazi circostanti che, come scrive O’Doherty, delineano una “audience esclusiva, rari oggetti difficili da comprendere. Uno snobismo sociale, finanziario ed intellettuale (…) dà forma al modo in cui diamo valore alle cose, e in generale alle nostre abitudini sociali”.

Ma allora, cosa vuol dire “cadere dalla normalità”, dannare o essere dannati dal cubo bianco? In un certo senso Neptune è stata già dannata e ha sovvertito lo status della galleria semplicemente tenendo una  sua mostra: uno studio recente della City University di New York ha calcolato che meno del 10 per cento degli artisti nelle gallerie della città sono neri, meno del 20 per cento sono genericamente “di colore” e approssimativamente il 30 per cento sono donne. O’Doherty  (e altri da allora) ha ironicamente tracciato la traiettoria degli artisti che intervengono nello spazio artistico – coi suoi punti di forza, i suoi valori, i suoi limiti – come qualcosa in cui rispecchiarsi o da rovesciare. Neptune lavora sui limiti, modellando visualmente ciò  che trova nelle fenditure dell’istituzione della galleria e, ciò che è più importante, mostrando come i suoi criteri si sono cristallizzati nella sua coscienza.

A circa metà del video di Neptune, una voce meccanizzata (variazione sonica esterna al monologo interiore) intima  alle due donne di trovare una crepa nel muro. Loro corrono con falcate parallele verso un punto di rottura e vi guardano attraverso, nell’abisso dell’obiettivo della telecamera. Il comportamento delle donne,  prima simili a cloni (indicazione di soggezione o feticizzazione: “oscuro, erotico … incompetente … fallace”, come dice la voce) si trasforma in curiosa osservazione. La via d’uscita è possibile  attraverso lo spettatore, cioè lui solo può liberarsi dai vincoli del cubo bianco? Quali altri mondi potrebbero essere possibili? Oppure, come dice O’Doherty “è piuttosto l’artista che trova quella via, accettando lo spazio della galleria, che è conforme all’ordine sociale”?

She Fell from Normalcy non propone risposte concrete – le donne non escono mai dal cubo, e il video gira in continuazione, rimbalzando suoi tre schermi – ma la sua ambiguità è già una soluzione, perché suggerisce che il danno psichico non può essere riparato né col risarcimento né con la fuga.

Articolo originale apparso su

© Artforum February 2018, “Christie Neptune” by Mira Dayal.

Traduzione di Cristina Rosati