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Dall’estate piena, le mostre di Elba Book Festival e un museo occupato a Milano

Le radici profonde non gelano J. R. R. Tolkien

Chi vive l’isola sa da sempre la fertilità di ogni alterità e che eccedere la sicurezza della terraferma richiede, prima di tutto, il coraggio di accettare l’innesto. Manifesto dell’impossibilità di essere sé senza un contatto diretto con l’altro-da-sé, lì il contrasto non si traduce nell’incertezza frenante di un’identità in dubbio; anzi, si rivendica allo spazio del passaggio il suo significato di brillante creatività. Non c’è buio né nulla fra la terra e il mare, non c’è muro ma l’isola stessa, lo spazio in cui affondano le radici del suo carattere e, magari, i pilastri di un ponte.

C’è in quello spazio la radice identitaria che, se è forte, permette slanci e scambi e che è stata scelta come logo del quarto Elba Book Festival, la quattro giorni isolana dedicata all’editoria indipendente. Una trentina le case editrici (fra le tante Sem, Quodlibet, Exòrma, a2mani, Vanvere) che dal 17 al 20 luglio scorso hanno fatto della piazza del borghetto di Rio, aggrappato a centosessanta metri sul Tirreno, una libreria immensa. Un fitto programma di incontri, presentazioni, spettacoli e soprattutto parole, cui hanno fatto da chiosa – ad alimentare quei contatti proficui e sorprendenti fra i diversi pezzi della realtà – le tre mostre di Cesario Carena, architetto e fondatore del Munlab di Torino, del Luca Polesi che rimane sull’isola a inventare la fauna locale e di Francesco Pistilli, photojournalist abruzzese sul podio del World Press Photo.

Negli scatti di Pistilli l’eleganza della tecnica riesce a trattenere la dignità di situazioni sociali al limite dell’abbruttimento in una riflessione quasi metafotografica, tanto più di valore in tempi di spesso sciatta ripresa cronachistica. Interessante, a riguardo, il collegamento con il focus sul giornalismo d’inchiesta tenuto da Ranucci, Lamorgese e Tizian in chiusura del festival, a ribadire la convergenza di un lavoro che procede sul ritmo preciso delle fonti e del taglio, sulla materia cruda della notizia e le sue diramazioni reali. Sull’invocazione alla cura deIl’apparato formale di un medium e dell’altro spicca per antitesi complementare il richiamo condiviso e fondante all’aderenza al dato sensibile. La tangibilità materica echeggia netta nell’installazione degli scatti di Pistilli, incollati direttamente sui muri delle vie di Rio con il risultato che l’intangibile dell’impatto e della vitalità dello stile si valorizza nel modellarsi, ri-formandosi, sulla superficie irregolare dove la scabrosità risuona la ruvidezza dei soggetti.

Sul filo della ripresa di contatto con una realtà fisica capace di dibattere con il costrutto mentale, dell’innesto altro che allarga il significato, nell’Orto dei Semplici dell’Eremo di Santa Caterina Carena installa le Capillarità accanto ai suoi Cubi della Memoria, già integrati nel giardino. Dove i primi esaltavano la dimensione definita, il confine spaziale che racchiudeva, proteggendole, le specie rare che lì si conservano come in un erbario, i cunicoli sottilissimi attraverso cui risale l’acqua in cui sta immerso questo nuovo lavoro parlano della permeabilità invisibile di ogni forma. Questa impensabilità stessa del limite lascia che la vita si incanali anche dove sarebbe logico soffrisse la mancanza di spazio e nei capillari di Carena germogliano, dichiarandosi ed esplodendo a sorpresa, i semi che vi ha sparso. Limite e passaggio libero che tornano, dunque, nel dialogo fra i due progetti che insieme sembrano raccontare la complessa trama di rimandi fra essi, l’hortus conclusus e l’Elba.

Ma l’isola è allora anche spazio da interpretare o, meglio, spazio costruito pure da coloro che la interpretano. Coerentemente, a completare la triade artistica di Elba Book stanno gli animali assemblati da Polesi. Scorpioni, pinguini e pavoni che nonostante tutto – nonostante nascano da rottami, nonostante l’incendio che ha distrutto il laboratorio dell’artista a pochi giorni dall’inaugurazione della mostra – e nel loro piccolo presidiano il paesaggio. Frutto di un’immaginazione asprigna e fresca, un po’ favolosa un po’ demiurgica, le opere compiute stanno ancorate giusto a metà fra la leggerezza delle forme cave e il peso del ferro che richiama le rocce dell’isola raccogliendone le suggestioni prime e coagulandole in forma tangibile.

Appare forzato, probabilmente, ridurre l’una all’altra e tutte al luogo esperienze, modi e azioni così distinti. Ma non si intende qui negarne la differenza. Tutt’altro: come per la galassia editoriale che Elba Book esplora di anno in anno tenendo il filo dei suoi mutamenti e indagando propaggini e traduzioni, la molteplicità indipendente ed intrecciata resta necessaria alla lettura unitaria e viceversa.

La necessità di resistere, per ogni piccola impresa, viene da qui – mancasse, l’intero crollerebbe sotto il peso dei particolari – e allora fa piacere legare assieme le piccole roccaforti e scongiurare il rischio di soffocamento da parte delle contingenze, siano esse la tranquillità irraggiungibile dell’isola o la confusione dei tiramenti della città o l’afa di luglio. Così a Milano si boccheggiava nelle stanze dell’appartamento di via Jan appena una rampa di scale su dalla Casa Museo Boschi Di Stefano dove una direzione ardita, il sostegno in termini di affetto, orgoglio e condizionatori di un palazzo intero e quel milieu culturale riservato e amorevole della città hanno reso possibile Trenta giorni al terzo pianoUn’occupazione propriamente detta, con la nostalgia lessicale bella delle battaglie da combattere costi quel che costi, che per un mese ha mostrato cosa potrebbe essere quel piano in più se il Comune non lo vendesse. Lasciarlo a Casa Boschi, gioiello artistico e museologico a un passo dal Duomo, darebbe agio ad una collezione straordinaria che ancora non riesce a stare tutta ai muri dell’abitazione di sotto (e nonostante abbia già fatto, in buona parte, la permanente del Museo del Novecento) e ne completerebbe la stessa vocazione museale: dacché esposizione, ricerca, comunicazione e conservazione sono prescritte dall’Icom, il lungo ciclo di conferenze dei Trenta giorni e le Fotofanie di Zannier in mostra altro non sono stati che un’occhiata a un assetto futuro possibile, di altissima qualità e, soprattutto, finalmente intero.

A queste e ad ogni altra iniziativa resistente, cocciuta, inscalfibile come l’unità di intento e manifestazione, l’augurio del sostegno di tutti i sensi e le risorse possibili di chi è in grado di agire lì intorno.