home Osservatorio Enrico Bentivoglio – La maschera e l’identikit

Enrico Bentivoglio – La maschera e l’identikit

“Hai qualche spiccio”, “natura morta con Iris”, “Davanti alla realtà”,”Reading, quando(non)è la voce a parlare”. Aveva queste didascalie nella sala del Macro. Ogni qual volta entravi, lo leggeva chiaro ed a caratteri cubitali nelle opere incorniciate con strutture visive leggere. Lo accusavano di complicarsi la carriera cercando i topoi più impossibili e inverosimili; certi gli riuscivano consentendogli grandi legittimazioni. Aveva una vita tutta dedita all’arte dal punto di vista neutrale e mediale, cosa che ammetteva senza esitazioni  e non ostentando la sua contrarietà. 

È un performer distinto ed un artista rispettato e nello stesso tempo fuori luogo e fuori misura. Ama l’enigma ed ama tentare e scoprire nuove strade,la curiosità performatica lo portava a non essere mai inattivo. 

Non si considerava ambizioso, così lo definivano alcuni suoi conoscenti, ma non poteva vedersi passivo. Nei momenti di intervallo trafficava sempre con qualcosa proprio per colmare la sua ossessiva voglia di fare al tal punto da agitare le persone vicine. Il significante neutro a cui si rapportava si era abituato ai suoi atteggiamenti fino a duplicarli proprio per rivedersi. La desiderava la realtà, parlava del principio di realtà, sapendo le difficoltà per averla! Tra gli artisti ingiustamente dimenticati – dal colossale sistema dell’arte –  c’è Enrico Bentivoglio, un autore che Angelo Shlomo Tirreno ha incluso nella schiera dei più autentici mediali novecentisti assieme a Nello Teodori, Daniela Cignini, Mario Volpi, Michele Mariano, etc…. Bentivoglio prende le mosse sull’humus della post-avanguardia romana degli anni Ottanta, tra le tensioni sperimentali d’una artisticità inquieta, che ha nel Teatro e nell’Happening mediale la sua zona franca. Qui Bentivoglio fa partorire alla pratica performatica proprie opere, mentre in questi ambienti il sottoscritto tenta di lanciare il medialismo,una specie di pratica artistico-letteraria tra neo-avanguardia e situazionismo, con precisi riferimenti alla teoria della critica della società dello spettacolo, che indubbiamente influenza lo stesso Bentivoglio. Molte sono le differenze che separano Bentivoglio dal capofila di Metessi, Maurizio Cattelan (mostra tenuta per la prima volta nella Galleria di Lidia Carrieri nel 1989 a Roma e poi ripetuta tra dicembre e gennaio 2009 a Martina Franca) per il quale la formula del sensazionalismo – com’è noto – significa non tanto uno sbrigliarsi dell’invenzione o un tuffo nel caos della multimedialità, quanto piuttosto uno sguardo sempre lucido e razionale attraverso la sostanza reale delle cose, che si rivelano così all’intelletto nella loro natura reale. Precisione performatica ed atmosfera cerimoniale. Da qui il rifiuto del puro materialismo e della scrittura testimoniale in vista d’una concezione che tutto sommato appartiene alla tradizione presocratica, ed ambisce – nella segnicità – ad una trasparenza dello stile. Bentivoglio muove da un punto di partenza opposto al sensazionalismo: alla scrittura clamorosa e  chiassosa che i fautori dei media, ispirandosi all’architettura ed alla grande decorazione, si auspica quando suggerisce di edificare senza aggettivi, disegnare e enunciare a pareti lisce, significanti neutri; Bentivoglio contrappone un itinerario tormentato, al limite della visionarietà, costruendo non certo con la linea retta ma con la curva simbolica che si perde in frammenti poetici e in maschere, dai gesti e dalla gestualità, enigmatiche. L’arte della poesia di Enrico Bentivoglio, quella che si sovrappone alla lettura negli happening e nelle “minime” performance,è originale e inafferrabile; la sua enigmaticità raggiunge gli effetti della cripta; la sua incoscienza diviene “potenza e rilievo di coscienza, di stati alterati di coscienza”.  Che la s-definizione poetica di Bentivoglio si collochi sotto i cieli dell’Ostranenie, del tra-scrivibile, del mascherato, scorrendo con caratteristiche nomadi, è cosa che Angelo Shlomo Tirreno subito evidenzia: lo svolgimento delle trame poetiche vive come un vagabondaggio stupefatto: tutto ciò che gli occhi del vagabondo toccano, diviene una rivelazione; le cose si animano e palpitano, subito piene di riferimenti concatenati; le figure si sagomano negli oggetti e nelle lastre di plexiglas per “chiedere qualche spiccio”: attorno a questo mondo strano e tanto semplice, sorgono di continuo immagini di città attraverso cui la visione si fa lucida e allucinata. Ogni aggettivo poetico è una sorpresa. Già da ciò si capisce quanta sia la distanza dal sensazionalismo mediale dallo stile di Bentivoglio, così “infinitamente crucciato”, come sospeso su un vortice ed in perenne agitazione per non essere inghiottito. Ma da quella agitazione performatica – ammette Angelo Shlomo Tirreno – da quella inquietudine, da quel tramutamento rapido di immagini, segni e gesti, nasce un mondo fatto di tracce, di frammenti, di disegni, di significanti neutri, di cifre e icone predisposte a collegare tutto con tutto. Il mediale come l’altra faccia dell’intimo nel gioco dei contrari che lega l’experience designer  al circoscritto e al “minimale”. Attorno alla figura del medialista sottile, medialista mainframe, egli costruisce un vero e proprio racconto che significa rifiuto di sovrastrutture e delle loro regole. La separazione,la perdita,la ricerca, il ritrovamento: la conduzione nella sala vuota, nel vuoto, nella stanza della nascita: i Canti Orfici di Dino Campana, il tema di una strofa del Banco del Mutuo Soccorso, testo dell’artista monastico e mistico per eccellenza, rappresenta il rapporto performatico di Enrico Bentivoglio, come un’unione fondata su un desiderio che non si placa e che cresce con la perdita e la ricerca dell’evacuare. Del resto tutta la cultura della performance è fondata sul desiderare,sull’anelare.James Clifford, il denso diffusore “dell’etnografia,della letteratura e l’arte nel secolo XX”guarda all’anelare,aspirare, suspirare. Un desiderio che si alimenta dell’essenza dell’altro, un perpetuo abbandonarsi a colui che sembra abbandonarti,una tensione desiderante che si rigenera dalla continua alternanza e alterità, tra perdita e ritrovamento. “Quanto più ti vedo proiettato nella mia performance tanto più sono assetato di cercarti”. Enrico Bentivoglio dal 20 al 25, sei giorni al MacroAsilo, progettato, ideato e promosso da Giorgio De Finis: 

– Sulla Realtà/Performance “Hai qualche Spiccio (ore 10-20; martedì 20 2018);- Performance “Hai qualche spiccio” ore 10-20, Incontro con l’artista sull’esito della performance (ore 18:00, merceledì 21); – Incontro/Performance n. 1102 identifica i.b. Lettura fiaba e incontro (ore 18.00; giovedì 22, 018);- Incontro/Performance con Iris di Van Gogh – Guardare-Vedere (ore 18, ven. 23 2018);- Performance “Davanti alla realtà” (azione sonora) ore 17 (sab. 24));- Performance Reading,quando non è la voce a parlare (ore 17:00, Dom. 25 018). Discorso mistico e discorso erotico, discorso performatico e discorso concettuale e metanarrativo,entrambi evocano il tema della poesia,entrambi sono oggetto di qualcosa che abbiamo seriamente, ma seriamente, perduto.Tale eterno e reiterato rimpianto è rivolto al fantasma dell’unico. Nel senso espresso dall’attimo performatico,l’atto eventuale della performance, quando lamentiamo “uno solo mi viene meno e tutto mi manca” o nelle esortazioni contenute nelle verseggiature dei Canti Orfici che riportano l’inimmaginabile solo mi basta. Quell’unico che Enrico Bentivoglio associa all’atto spontaneo: “il discorso-maschera è la malattia dell’essere separati: la malinconia”. Si è ammalati dell’assenza perché si è ammalati dell’unico. Il concetto di unico che si ricollega a Freud e a Walter Benjamin. In tale intersezione tra discorso figurale e percorso astratto troverebbe conferma, secondo alcune letture, il postulato secondo cui il desiderio di realtà è il desiderio dell’altro. Ed è proprio in ragione di questa assenza che la fiaba rientrerebbe nel campo della realtà. Ma la tensione poetica del guardare-vedere piuttosto che riferirsi, come sostiene la riproduzione dell’Iris di Van Gogh, ad una mancanza rispetto al godimento del giallo, rimanda, più direttamente, al vuoto, al non tutto dovuto alla separazione, a quel distacco primario che fa anelare e all’unico contatto originario, quello riproduttivo. Il ritiro nella tela astratta e preparata, il ritiro nella tela “tesa su un telaio stentato” può portare a un riconoscimento di sé, a trovare il proprio nome,nuovo e segreto, come pure al permanere in una fusione indistinta di natura trans-mediale. Nell’esperienza di Bentivoglio,sulla pausa dello “spiccio” materiale,sull’identificazione di i.b., sulla natura morta con Iris evocato, sull’attribuzione di realtà, sulla performance/reading dove non è proprio la voce a parlare, possono darsi entrambi gli esiti e occorre distinguerli perché anche l’azione(l’happening) non diventi la nuova ideologia del living theatre, l’ultimo, o il penultimo,ritrovato, la formula magica dell’arduo accesso alla conoscenza dell’opera. L’incontro performatico e sensuale che tende a fare tutt’uno rimanda ad una reciproca alterazione e indistinzione  dei propri confini iconici e aniconici.Il ricorso alla metafora della realtà ne è una continua allusione. L’immagine della riproduzione è spesso attribuita alla città, nella sua veste materna e nutritiva, ma si può trovare molte volte associata alla passione per la svagatezza. Il rimpianto della realtà, nella simbologia degli”spicci”,non appare univocamente quale attributo del dato monetario,della condizione di elemosina e di povertà che ci rimandano a immagini familiari o ideali. Esso diventa spesso il luogo immaginario in cui si proiettano svariate indeterminatezze mediali. La metafora del corpo del performer “tra(i)vestiti” rappresenta la monetizzazione del prodotto, dell’oggetto abitato. Accedere ad essa ed esserne esclusi è la dolorosa intermittenza che alimenta il desiderio materiale e che nella tracciabilità dell’essere è vissuto come lacerazione insopportabile. Infatti, se per Enrico Bentivoglio è l’immagine stessa che opera il doloroso distacco del concetto per insegnargli la dimensione nascosta e – sostiene il mistico – farlo così uscire dal suo stato di noche oscura,per la visione,proprio l’incontro, il rapporto con la riproduzione, sono rappresentati dall’essere estetico che ritrova il senso del segno mediale. Diverso è infatti il processo interiore nei due lati di Bentivoglio, anche se per entrambi la pienezza dell’incontro con l’immagine avviene nella doppia veste riconoscibile-irriconoscibile. Il difforme significato che ricopre la metafora dell’Io diverso che parla nell’esperienza contemplativa del video o in quella fruiti-va sembrerebbe trovare un riscontro quasi simbolico nella biografia di Enrico,nel modo diverso in cui gli oggetti reali dell’arte hanno esercitato un’influenza sulla poeticità delle singole opere. E’ ovvio che non è possibile ricavare alcuna generalizzazione, ma questo spirito dell’opera di Enrico offre più di uno spunto di riflessione. Quanto meno, dal diverso modo in cui il senso comune della performance ha interiorizzato i modelli si possono ricavare più che semplici suggestioni.Con la loro presenza scenica e visuale le partizioni dell’Incontro-Performance-Ex(-)posizione sono una mediazione indispensabile al raggiungimento della medialità,mentre indirettamente, e in ragione della loro assenza,favoriscono la legittimazione di un segno disperso. Per la figura del significante-neutro, l’immagine-corpo è la mediazione – per eccellenza – della realtà.

Enrico Bentivoglio