aMare mutazioni – Alessandro Casetti

Alessandro Casetti ci racconta la sua idea del mare attraverso una pittura che è sperimentazione e battaglia con i materiali. Oli, vernici industriali, bitume, smalti ad acqua; su tela o su tavola. Non si pone limiti, Casetti, perché sa che la materia è lei stessa messaggio, lo spessore dell’impasto pittorico o la sua serica fluidità sono come parole diverse in un testo poetico, come suoni di differenti strumenti in un’orchestra. Come spesso accade agli artisti della sua generazione, Casetti non si lascia intrappolare da etichette, non si fa intimidire da generi: l’arte è un bacino immenso di stimoli e di suggestioni e tutti sono validi. Lui parte da un’impostazione classica, le sue figure si stagliano nette, possiedono una grazia innata che nemmeno la più terribile delle vicende potrà scalfire. Anche gli ambienti scatenano sinapsi e memorie condivise. E così comincia la narrazione, la favola. Può essere la storia di un’amicizia o quella di un amore esausto. Può essere la vicenda di un giovane guerriero alla conquista del mare o quella di una donna che avvolge lo spettatore in uno sguardo seduttivo e disarmante. Ma poi accade qualcosa. Nelle cromie, che partono da bruni seppiati, per certi versi rassicuranti, e poi a un tratto esplodono in schizzi di rosso. Rosso come il sangue e rosso come quel filo che intrappola ogni cosa. E anche nella materia, che improvvisamente si apre, si spacca e comincia a colare, come se fosse vittima di una deflagrazione interiore. Quello che fino a poco fa appariva come un viso ora è un groviglio di forme magmatiche. La realtà patinata che siamo abituati a vedere si interrompe e si spezza, e da quella spaccatura comincia a fuoriuscire qualcosa di terribile e di vergognoso, qualcosa di letale che ora contaminerà ogni cosa e porterà tutto a una lenta consunzione.

L’uso di simboli antichissimi e contemporanei trova nei lavori di Casetti un’armonia rara… Se visti da lontano questi lavori raccontano una storia, avvicinare lo sguardo significa davvero entrare più a fondo nella vicenda, aggiungervi dettagli e capitoli. Perché la giovane coppia de La grande matassa – ad esempio – non è solo la vittima predestinata di questo veleno insidioso e strisciante che ha già intrappolato le mani di lui e che presto attecchirà anche sulla figura di lei, abbandonata con la schiena appoggiata al muro in un gesto di rassegnazione, ma è anche preda di un’erosione interiore terribile come una lebbra che Casetti rende attraverso l’accostamento sapiente di colori e vernici di diversa natura. Asciugandosi sul supporto, infatti, i colori assumono forme e consistenze diverse, si inspessiscono e si spaccano creando l’effetto del crakle (o craquelé). L’opera dunque si fa materica, viva. E la sensazione è quella di avere davanti agli occhi qualcosa di infinitamente grande o di infinitamente piccolo: la visione satellitare di un pianeta morente, le crepe della terra riarsa dalla siccità, fossili di laghi antichi; oppure, al contrario, il lento procedere delle muffe visto attraverso un vetrino.

E’ lì, in quel punto preciso del quadro, il fulcro del messaggio. In quella Terra esausta che appare come un fossile di se stessa. E in quella muffa inesorabile, in quella putrefazione che tutto mangia e che tutto dissolve. Perché si crei lo spazio, forse, per un futuro migliore e più responsabile.

Alessandra Redaelli

 



Sto caricando la mappa ....

Data e Ora
10/03/2018 / 18:00 - 21:00

Luogo
ranarossa 3.0