“Fiori dipinti da me e da altri al 201 %” – “Impressioni Satellitari”

La galleria Grossetti Arte ha il piacere di presentare due mostre personali che si terranno in contemporanea a Venezia nelle sale al piano terra dello storico palazzo Brandolin Rota, proprio a fianco del Ponte dell’Accademia.
Le mostre sono “Fiori dipinti da me e da altri al 201 %” di Felipe Cardeña , e “Impressioni Satellitari” di Andrea Zucchi.

“Fiori dipinti da me e da altri al 201%” è un omaggio dichiarato da parte di Felipe Cardeña , artista spagnolo dalla biografia incerta e fantasmagorica, a uno dei grandi pittori italiani del Novecento, Tancredi Parmeggiani, e alla sua ultimissima produzione, che segnò un passaggio importante dell’arte dei primi anni Sessanta, tutta incentrata sul tema della Natura e dei fiori.

Artista dalla personalità fortemente inquieta e tormentata (morirà suicida nell’ottobre del ’64, gettandosi nel Tevere), Tancredi inaugurò infatti nel giugno del 1962 – esattamente 45 anni fa – la sua ultima mostra personale alla Galleria “Il Canale”, situata negli stessi spazi in cui si tiene oggi l’omaggio postumo voluto da Cardeña, al piano terra dello storico Palazzo Brandolin Rota, a due passi dal ponte dell’Accademia. Il titolo del ciclo di lavori presentati da Tancredi in quell’occasione era “Fiori dipinti da me e da altri al 101 %”, in aperta polemica con la mercificazione dilagante dell’arte, ma anche come originale gioco a rimpiattino con la storia dell’arte e i suoi maestri («c’è dentro tutta la tradizione cinese, greca, egiziana, maomettana, italiana, francese», scriveva l’artista ). Oggi, Felipe Carde a ne riprende il concetto, ampliandolo e portando all’eccesso. Per questo motivo, la mostra di Carde a si intitola, in omaggio a Tancredi ma superandolo iperbolicamente nel numero, “Fiori dipinti da me e da altri al 201 %”.

A fare da ideale fil rouge alle due mostre – quella di Tancredi del ’ 62 e quella di Cardeña di oggi – sono, oltre al luogo in cui entrambe sono ospitate, la tecnica utilizzata (il collage, che Tancredi mescola al linguaggio pittorico, inserendo fiori dipinti da altri artisti nei suoi dipinti, e che Felipe utilizza da sempre come mezzo privilegiato delle sue composizioni) e il tema dei fiori, a cui l’artista veneto era tornato negli ultimi anni della sua esistenza con un impeto di vitalità, di desiderio di naturalezza e di rifiuto delle ipocrisie sociali , e che per Cardeña è , analogamente, un mezzo per esprimere un afflato di “Peace and Love” universali, in una riproposizione iperbolica e contemporanea dell’estetica Flower Power degli anni Sessanta.

In mostra, oltre a un curioso allestimento fatto di stoffe provenienti da ogni parte del mondo che ricoprono per intero le pareti d’ingresso del palazzo, mescolate a collane, monili, fiori di stoffa e di carta, sono esposti una decina di quadri a collage, col motivo floreale tipico dell’artista (che Gillo Dorlfes ha battezzato come perfetto esempio di “kitsch elitario e consapevole”), sui quali campeggiano divinità indu, cattoliche e pagane, e poi decorazioni orientali, personaggi dei cartoni animati e icone pop, oltre a immagini rubate ad altri artisti che si nascondono all’interno del fittissimo pattern colorato dell’artista. Un mix di citazioni e di rimandi, di “furti” e di riferimenti, che si sposano perfettamente col provocatorio titolo della mostra: benché dipinti da lui o dal altri, i fiori di Felipe sono infatti sempre realizzati, parafrasando Tancredi, “al 201%”.

La seconda mostra ospitata, in contemporanea a quella di Felipe Cardeña , nelle sale al piano terra di Palazzo Brandolin Rota, è “Impressioni Satellitari” di Andrea Zucchi.
Nato a Milano nel 1964, dove vive, Andrea Zucchi lavora da anni sul crinale che separa iconico e aniconico, con modalità e tecniche di volta in volta differenti, dalla pittura a olio al disegno a biro all’installazione.

L’intero lavoro pittorico di Zucchi è punteggiato da riflessioni sul senso più profondo del fare arte, e specificatamente del praticare il mezzo pittorico, rispetto alle immagini che il mondo e la natura ci offrono oggi, anche attraverso gli infiniti media di cui la contemporaneità si è dotata. Dal riferimento al neoplasticismo di Mondrian in relazione alla figurazione del paesaggio naturale, al ragionamento sul condizionamento che i nuovi codici digitali offrono alla nostra percezione del reale, fino all’utilizzo di comuni cartoni da imballaggio come supporto privilegiato per la creazione di sculture astratto-geometriche dai colori accesi e dalle suggestioni pop, l’artista ha cercato sempre un possibile punto di mediazione tra la tradizione aniconica e la raffigurazione del reale.

In questa mostra, Zucchi presenta un nuovo ciclo di opere, tutte dedicate ai “paesaggi satellitari”, nei quali la raffigurazione di lembi di terra vista dal satellite assumono, ancora una volta, l’aspetto di composizioni astratte, svincolate da qualsiasi preciso riferimento iconografico. Le “impressioni satellitari” di Zucchi, rielaborate con colori acidi e assolutamente innaturali, divengono così ancora una volta un pretesto per una riflessione sul fare pittorico, sull’ambiguità della forma e sulla forza pura del colore, indipendentemente dalla sua aderenza al dato reale. Nel gap che si instaura tra l’idea di paesaggio che la nostra mente e la nostra visione hanno saputo elaborare grazie alle più moderne tecnologie satellitari, e il senso di stupore verso il “sublime” naturale che è connaturato all’uomo fin dalla notte dei tempi, si nasconde il senso più profondo del nuovo ciclo di lavori dell’artista milanese. «Guardo la Terra dal Cielo, ed è magica e bellissima. Una visione d’incanto che galleggia nel nero sfondo del Cosmo. Come si fa a non diventare mistici?», si chiede infatti l’artista. «Vorrei fluttuare nello spazio su una piattaforma volante e lavorare da lì, en plein air, come un impressionista di un fantascientifico futuro». Ecco allora che le montagne, i fiumi, le pianure, i mari e le coste dell’intero pianeta, svincolate da qualsiasi dato e riferimento geografico preciso, si fanno puro gioco di forme astratte, colore e materia fluida, cangiante, in perenne movimento, creazione pittorica allo stato originario, metafora intima e potente della primigenia idea di Creazione, dunque metafora non solo dell’dea di Natura in generale, ma anche della stessa natura umana. «I fiumi diventano vene, i laghi organi, e le rocce o i boschi un tessuto di cellule», scrive l’artista. «Confondo il macrocosmo con il microcosmo, e l’uno si riflette nell’altro».

“Fiori dipinti da me e da altri al 201 %” di Felipe Cardeña , e “Impressioni Satellitari” di Andrea Zucchi appartengono a un ciclo di mostre studiato dalla galleria Grossetti Arte in occasione della 57. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, per il periodo di giugno-luglio 2017, inaugurato con “Threads”, bi-personale degli artisti Carla Mura e Dado Schapira. A seguire, nello stesso spazio, si terrà “The Mistery of Form”, collettiva che riunisce quattro artisti cinesi (Ma Lin, Zhao Lu, Liao Pei, Li Zi), il cui lavoro si situa sul sottile crinale tra astrazione e figurazione, che sarà aperta dal dall’1 al 20 luglio 2017.



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Data e Ora
17/06/2017 / 18:30 - 20:30

Luogo
Palazzo Brandolin Rota