FUKUSHIMA NO DAIMYO

Da quando nel 1965 uscì sul mercato la prima telecamera portatile e il primo videoregistratore della Sony, l’applicazione principale di questi strumenti nel campo dell’arte – prima di diventare sperimentale nel senso di ricerca come nuovo linguaggio – fu quello di testimoniare il presente delle azioni artistiche, e quindi tutte quelle performance e azioni del periodo Concettuale di cui con le sole foto si sarebbero perse componenti essenziali, come l’audio e il movimento.
Ora quello di testimone è un ruolo che si disegna bene intorno al regista Alessandro Tesei, fin dal suo esordio esploratore di contesti urbani e sociali guardati dopo il disastro, in situazioni in cui l’abbandono diventa un monito per una rovina che è solo responsabilità dell’uomo.
Alla Galleria Bruno Lisi viene dunque presentato, a cura di Annalisa Filonzi, un videodocumentario dal titolo Fukushima no Daimyo (Il Signore di Fukushima) (2014, 20’) che è una testimonianza del disastro ambientale e sociale avvenuto in Giappone dopo il terremoto del marzo 2011.
È stato girato circa due anni dopo, accedendo alla zona proibita, e mostra una natura che prende il sopravvento rispetto agli edifici e agli altri oggetti costruiti dall’uomo, che oggi non li abita più. Nelle immagini in bianco e nero delle strade deserte, l’unica forma di vita è quella artificiale: l’illuminazione elettrica che al crepuscolo si accende e la voce meccanica di un altoparlante, che ripete nel vuoto il messaggio di abbandonare l’area contaminata.
Ma l’intento di queste immagini, sebbene studiate sia nella scelta dell’inquadratura che nell’elaborazione del colore, non è poetico nella volontà dell’autore, ma di denuncia. La vera poesia sta nello sguardo e nell’azione di resistenza di Masami Yoshizawa, il signore di Fukushima, un allevatore della zona, ripreso in un’intervista che si intreccia alle immagini quasi statiche dei luoghi, il quale non ha mai lasciato la zona di evacuazione, continuando ad allevare gli animali, e decidendo di dedicare il resto della sua vita a far conoscere le conseguenze della radioattività, per un Giappone libero dal nucleare.

Kibou si chiama la sua fattoria, “speranza”, per un’umanità non più dominata solo da interessi economici.
Masami in questo senso compie, con la sua vita, pur inconsapevolmente, un atto artistico, cioè simbolico.
Non ha alcun senso continuare a svolgere il suo lavoro in quelle terre: ma Masami è consapevole che, se lo farà, potrà mostrare, nel futuro, le conseguenze delle scelte sbagliate dell’uomo sulla natura.
È un atto programmato, consapevole, l’azione di un artista relazionale, più che di un allevatore. “È giusto poter scegliere” dice nel video, riferendosi agli anziani che non potranno più tornare nelle loro case, e neanche più onorare i propri avi. La sua scelta è forse collocabile più vicino alla saggezza popolare, alla cocciutaggine del contadino, alla spontaneità di chi con la natura è abituato a convivere, sebbene sappia che è lei la più forte, rispetto all’uomo. Eppure il suo volto e le sue parole, mostrati oggi in galleria, insieme agli scatti che costituiscono lo storyboard del progetto, che mostrano insieme il dentro e il fuori delle conseguenze dell’incidente, non sono solo una documentazione diretta di una poetica postnucleare, ma riportano attenzione sul ruolo dell’artista come testimone e osservatore attento della realtà e quindi di denunciatore di situazioni di estremo pericolo della società e, potenzialmente, di provocatore di reazioni.

 

Fukushima no Daimyo

(Il Signore di Fukushima)

2014

Durata 20’

Riprese, sceneggiatura, regia, montaggio: Alessandro Tesei

Fotografia: Alessandro Tesei, Pierpaolo Mittica

Traduzioni e consulenza linguistica: Nao Ishiyama, Michele Marcolin

Ost: Satami Yanagibashi “Lascia ch’io pianga”, Giulio D’Agostino “Canon in D Major”

Supporto basistico: Michele Marcolin, Mikiko Kobayashi, Katsuhiro Yoshida, Mutsumi Yoshida

Calligraphy artwork: Massimiliano Giorgi

Special partner: Mondo in Cammino



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Data e Ora
24/02/2017 / 18:00 - 19:30

Luogo
AOCF58 Galleria Bruno Lisi