Ibrahim Ahmed – Burn What Needs To Be Burned

z2o Sara Zanin Gallery è lieta di annunciare l’opening, sabato 1 dicembre, di Burn What Needs To Be Burned, la prima mostra personale in galleria dell’artista Ibrahim Ahmed. Presentando al pubblico il risultato di un’auto-esplorazione e di un dialogo interiorizzato durati due anni, l’artista prende in considerazione l’urgenza dell’attuale dibattito sulla mascolinità e le sue implicazioni in un momento storico in cui essa è venuta a porsi come problema cruciale. Attraverso il personale processo di comprensione e smantellamento della virilità come costruzione sociale condotto da Ahmed, la mostra è un’indagine sulle modalità attraverso cui la virilità viene percepita e performata in immaginari collettivi differenti sia per aree geografiche che per culture. Sono circa cinquanta le fotografie ed i collages fotografici in cui l’artista espone e manipola il proprio corpo trattato alla stregua di un campo di battaglia.

Nato nel 1984 da genitori egiziani che vivono in Kuwait, Ibrahim Ahmed ha trascorso la sua infanzia tra il Bahrain e l’Egitto prima di trasferirsi negli Stati Uniti all’età di tredici anni. Nel 2014, si sposta al Cairo, dove attualmente vive e lavora nel quartiere periferico di Ard el Lewa. Non legato ad uno specifico contesto geografico nè a una definita identità nazionale, Ahmed si muove all’interno di un composito regno di “appartenenza”. Questa consapevolezza influenza in gran parte la sua pratica e gli offre un punto di vista peculiare. Nel corso della sua carriera, l’artista ha affrontato temi globali legati alla colonizzazione, alle strutture di potere, alle interazioni culturali ed alla fluidità dell’identità, sfidando la rigida categorizzazione binaria della società.

In Burn What Needs To Be Burned, Ahmed spinge se stesso e il suo pubblico a riconsiderare la mentalità improntata sulla mascolinità e ad accettare la provocazione implicita nel processo di decostruzione: quali sistemi narrativi creano le società sui personaggi di sesso maschile, e che cosa implica questo?Quali sistemi oppressivi di potere vengono inconsapevolmente perpetuati attraverso il discorso del “vero uomo”?

La mostra riflette il rito di passaggio di Ahmed. Il punto di avvio è The Things I Hope To Bury, una fotografia in bianco e nero del ritratto a mezzo busto dell’artista che indossa soltanto una maschera in metallo ottenuta con ricambi di automobili riassemblati. Le maschere sono un elemento essenziale in varie culture africane, e spesso rappresentano un essere mitologico che si impossessa di chi le indossa. Automobili potenti e motori richiamano la performatività maschile e giocano un ruolo centrale nella costruzione della “cultura del vero uomo”. Di conseguenza, la maschera è un simbolo delle dinamiche gerarchiche stabilite tra uomo e mascolinità. Questo rapporto di interdipendenza crea un’identità più forte soltanto in apparenza, poichè finisce con il generare una struttura di costrizioni che soffocano l’individualità.

I Break the Promise I Made From His Tongue and Piece By Piece I Shield the Fractured Flesh I Own esplora la genesi e le conseguenze della retorica maschile dominante sulla vita dell’artista. Ahmed indaga l’indottrinamento di suo padre, mettendo in discussione il modello maschile che affascina l’immaginario paterno. Influenzato dall’idea americana di mascolinità performativa, infatti, suo padre ha rivendicato questi tratti maschili per compiacere il suo nuovo paese d’origine, adattandosi alla griglia dello stereotipo del “vero uomo”. Educato attraverso quel modello, Ahmed si scontra con i suoi pericoli. Catturato in una spirale ed esposto a diversi standard maschili, si chiede come gran parte di se stesso sia stato smarrito in questi ruoli innaturali. Nelle due serie di collages, la maschera diventa più complessa e distorta. I cut-out dei pezzi di automobile si mescolano con quelli degli elementi architettonici, in una fusione di simbologie del potere. Infatti, spesso considerata come un’icona culturale, l’architettura è stato storicamente un ambito dominato dagli uomini, dove l’etimologia di “archi” (che significa autorità, regola principale e principio) è stata a lungo controllata da soggetti maschili. Le parti degli edifici funzionano da metonimia per costruzioni monolitiche e strutture di contenimento. I volti dei soggetti scompaiono dietro questa gabbia, suggerendo l’assenza di auto-espressione.

La divinità ipermascolinizzata di I Am Hollowed Where I Once Was è il risultato di questa tumultuosa ricerca personale. Nel suo studio di Ard El Lewa, Ahmed è stato fotografato in pose e atteggiamenti tipicamente maschili. Queste pose si basano sulla statuaria antica di Roma, della Grecia e dell’Egitto, su alcuni manichini rinvenuti all’interno di quella zona, e su fotografie scattate a giovani uomini del posto. Nei collages, l’artista decostruisce la nozione greco-romana classica della mascolinità. Incarnando una interpretazione tutta culturale del ruolo di genere, Ahmed appare ora come un dio. Fatta di tensioni muscolari, posture ipertrofiche e sessualmente connotate, potenza fisica e forza, questa serie celebra una sorta di alieno nato dalla decostruzione dell’immagine originale – o meglio, del sé. Questo super-ego grottesco riflette ciò che l’artista definisce come “mascolinità coloniale”, ossia un’interpretazione della virilità come aggressivo esercizio di potere sugli altri. Ciò che resta converge nella serie I Hear It. Telling Me To Show Myself, dove il corpo scavato e svuotato riflette ciò che sopravvive quando la mascolinità viene creata a scapito del sé individuale.

Bring The Offering and Alms I Left At Your Doorstep and What Comes After. Bring Peace To This Restlessness rappresenta la climax dello scontro tra iper-mascolinità e sé. La prima serie di collages fotografici documenta una performance che ha avuto luogo presso lo studio dell’artista. Qui, Ahmed si misura nella lotta con un blocco di cemento, lo stesso di norma impiegato ad Ard El Lewa per rivendicare posti di parcheggio per auto. Il linguaggio visivo associato al blocco di cemento rappresenta metaforicamente il peso della mascolinità e dell’estenuante gioco di ruolo. La seconda serie offre una prospettiva privata della stessa performance, ponendo l’accento sulla lotta interiorizzata e l’emotività dell’artista. La porta-soglia dello spazio espositivo, arrivati a questo punto del percorso, si apre su un bivio. Porteremo il blocco di cemento metaforicamente per sempre? Troveremo il coraggio di far cadere la maschera indossata all’inizio? In Everything I Am. Everything I Am Not l’artista mette insieme e assembla tra di loro alcuni scatti fotografici in cui è ritratto mentre assume delle pose che il senso comune costringe ad interpretare come “effeminate”. Quando assemblate, le varie parti del corpo rivelano un quadro nuovo, più intimo, dove sono scomparse tensioni e costrizioni. Come nella filosofia cinese di Yin e Yang, maschile e femminile sono forze dicotomiche che interagiscono tra loro, e generano la pace interiore quando abbracciate.

Burn What Needs To Be Burned ruota intorno ad un aspetto cruciale. Il corpo come teatro per mettere in scena le dinamiche di potere è il leitmotiv del linguaggio visivo di Ahmed. La “vera mascolinità” è in gran parte associata ai corpi maschili, spesso descritti con la metafora della “macchina” e costruiti secondo le attese delle aspettative sociali. La virilità comporta forme muscolari ben precise, posture e modi di muoversi, e di conseguenza una specifica “abilità sessuale”. Queste credenze costituiscono il nodo cruciale nelle moderne ideologie di genere, dove la politica del corpo è connessa alla politica sul genere e sulla potenze di genere all’interno di una dinamica sociale più vasta.

La mostra si rivolge al pubblico e, al contempo, parla anche di esso. Passando da un atto di meditazione personale, rende visibili i modi in cui siamo intrappolati da un repertorio culturale di comportamenti maschili, e come questo repertorio abbia implicazioni su più livelli, sia micro che macro. Si schiudono domande scomode che in modo inaspettato minano le filosofie del mondo in cui viviamo, richiedendo la nostra responsabilità a non distogliere lo sguardo.

Flavia Malusardi



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Data e Ora
01/12/2018 / 17:30 - 20:00

Luogo
Z2O Sara Zanin Gallery