Józef Robakowski

Józef Robakowski (Poznań, 1939) è artista e autore di film, video, installazioni,
performance e fotografie, ma anche animatore culturale e teorico d’arte. Ha coordinato
alcuni dei movimenti artistici fondamentali della seconda metà del Novecento, dal
Collettivo Zero-61 (1961-1969) che si è ispirato alla tradizione del montaggio metaforico
utilizzato dal cinema d’avanguardia, al Laboratorio per la Forma Cinematografica
(Warsztaty Formy Filmowej, 1970-1977).
Animatore del movimento artistico progressista polacco, la sua ricerca l’ha portato a
interrogarsi sul linguaggio, la meccanica e il materiale filmico, unendo a questi elementi un
interesse verso la tradizione concettuale d’avanguardia filtrata attraverso la lente
dell’autenticità e dell’identità personale.
La mostra presenta alcune delle opere più significative dell’autore e della sua
ricerca sul linguaggio cinematografico e il montaggio: una selezione di film, video,
documentazioni di performance a partire dagli anni Sessanta fino ai tempi più recenti, a
cominciare dal primo film sperimentale, 6,000,000, un montaggio di frammenti di
documentari e cinegiornali della Seconda Guerra Mondiale fino al film/performance Sto
andando . . . (Idę . . .,1973), primo dei lavori in cui la camera è considerata un’estensione
del corpo dell’artista. In quest’ultimo Robakowski sale i gradini di una torretta
d’avvistamento in campagna, misurando lo spazio con i propri passi, un po’ come Bruce
Nauman, su per giù negli stessi anni, misurava coi passi lo spazio del proprio studio.
È presente inoltre il capolavoro Dalla mia finestra (Z mojego okna, 1978-1999) che
Robakowski ha realizzato riprendendo per più di venti anni scene di vita quotidiana dalla
finestra del proprio studio, situato in un quartiere di Łodż con palazzi vagamente simili a
grattacieli, esempio del socialismo degli anni Settanta, che per questo era chiamato
Manhattan. La moglie che torna a casa con la spesa, il cane che attraversa la strada, il
vicino che va al lavoro o la processione del primo maggio: scenette banali, descritte dalla
voce fuori campo dell’artista, fino all’avvio della costruzione di un hotel che oscurerà la

visione e porrà fine al film. Un lavoro che fa pensare a come un artista che viveva oltre la
cortina di ferro era costretto a immaginare l’intero mondo dalla propria finestra.
“L’unico modo per essere politici era quello di essere totalmente apolitici”. Con
questo statement l’artista spiega bene la sua ricerca – e quella di molti suoi colleghi –
nell’ambito del film astratto. Da qui la sua aspirazione a creare uno speciale expanded
cinema, un allargamento dei confini del cinema tradizionale, in cui cinema può essere di
volta in volta anche performance, oggetto, poesia. È presente in mostra una serie di film
“non-camera”, in cui il filmato è prodotto manipolando direttamente la pellicola, una
radicale dichiarazione contro la narratività e l’illusorietà del tradizionale messaggio filmico.
Così Test I e in Test II (Próba I e Próba II, 1971), in cui l’effetto è ottenuto forando una
pellicola e “aggredendo” lo spettatore con la luce del proiettore, 22x (1971) e Rettangolo
dinamico (Prostokąt dynamiczny, 1972), fino ad arrivare ad Attention: Light! (Uwaga:
Światło!, 2004) avviato in collaborazione con Paul Sharif – e poi a lui dedicato dopo la
morte – in cui lo schermo di proiezione si riempie di colori diversi al variare delle note di
una composizione di Chopin.
A un più preciso tema politico sembrano appartenere invece Omaggio a Brežnev
(Pamięci L. Breżniewa, 1982), in cui sono mostrate alcune scene dal funerale di Leonid
Brežnev – Segretario Generale del Partito Comunista in Unione Sovietica – e Arte è
potere! (Sztuka to potęga!, 1984-1985), che mostra una parata militare nella Piazza Rossa
di Mosca in cui è sovrapposta una traccia di musica rock.
A questi si alternano film più intimi, che mostrano l’autore in primo piano, come 1, 2,
3, 4 – Videoslaps (1, 2, 3, 4 – Videopoliczki, 1993) in cui il viso dell’artista emerge
dall’oscurità, oppure Il mio video-masochismo, 2 (Moje videomasochizmy, 2, 1990), in cui
il viso dell’artista è ripreso mentre si infligge procedure masochistiche con vari oggetti (da
un martello ad un coltello) o Il testamento di Józef (Testament Józefa, 1990), in cui sulla
sua testa sono posizionate delle corna di cervo.
Più vicino, più lontano (Bliżej, Dalej, 1985), che dà anche nome alla mostra, è una
reminiscenza autoironica della ricerca analitica degli anni Settanta, dedicata al Laboratorio
per la Forma Cinematografica, esperienza – all’epoca – ormai defunta. È una specie di
gioco che l’artista fa con la propria immagine riflessa attraverso la manipolazione dello
zoom, citando, in maniera non troppo velata, l’iconico lavoro di Dziga Vertov L’uomo con la
macchina da presa; ma diviene anche metafora della lontananza della cultura artistica
oltrecortina che questa mostra vuole cercare di avvicinare.



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Data e Ora
14/10/2017 / Tutto il giorno

Luogo
Centro per l'Arte Contemporanea Luigi Pecci