nyctophilia

Galleria 33 presenta la doppia personale di Flavia Bucci ed Enrico Fico, Nyctophilia a cura di Tiziana Tommei.

Il progetto espositivo muove dalla volontà di mettere in dialogo i progetti personali di Flavia Bucci ed Enrico Fico: Esercizi d’igiene e À chacun son enfer. Nel primo caso si presenta una selezione d’archivio dell’artista abruzzese: una raccolta molto vasta, che conta un totale di 3.761 fotografie di oggetti domestici, ottenute mediante l’uso dello scanner. Un “esercizio” che ha impegnato Flavia Bucci nel corso di un anno e che ha visto successivamente la stampa su carta dell’immagine digitalizzata. In ultima istanza, è avvenuta la messa a punto di un sistema di presentazione delle opere in ordine al quale la scelta della cornice e il rapporto in termini di formato tra opera e immagine costituiscono elementi contingenti il lavoro sul piano concettuale prima ancora che materiale. Fotografia analogica e poesia visiva sono invece le componenti delle opere di Enrico Fico; in esse il paesaggio assume una veste cerebrale e solo di riflesso velatamente emotiva. Una natura matrigna, pungente e oscura, che viene colmata da un mondo tutto interiore, fino a divenire cassa di risonanza soggettiva. L’orizzonte viene frammentato, chiuso e annullato; gli alberi capovolti e le linee sinuose tagliate. Una voce contro un certo modo d’intendere la fotografia, in antitesi al quale egli sceglie di rappresentare il paesaggio in analogico per poi scomporlo, rovesciarlo, sporcarlo e subordinarlo alle parole. Entrambi seguono tempi ampi di metabolizzazione dei progetti – ambedue sono dispiegati nel corso di tre anni (2014-16) – e sono accomunati da un’inclinazione all’analisi scientifica del sé, mediante l’uso di ciò che sta all’esterno, in particolare luoghi e cose del mondo inanimato comunemente intesi come rassicuranti, quali la dimensione domestica e il paesaggio naturale. Non osannano l’estetica, non seguono canoni, ma cercano la verità con la consapevolezza che per avvicinarsi a questa occorra andare a fondo, in profondità, dove c’è oscurità e silenzio (come nella notte).

In À chacun son enfer Enrico Fico tinge di nero la natura, disarticolandola senza in realtà toccarla. Ricorrendo ad una metafora, è come se l’autore avesse osservato il mondo attraverso uno specchio, per poi infrangere quest’ultimo a terra. Una superficie riflettente perché, se l’immagine impressa è quella di un spazio fisico, l’uso che se ne fa è quello di un luogo interiore, mentale e viscerale. Scatti realizzati nel 2014, ma letti, interpretati e decodificati nei due anni successivi attraverso la memoria e, infine, tradotti in versi. Il testo non risulta mai didascalico rispetto all’immagine, perché la poesia è più forte di ciò che si osserva. Sono opere che impongono di essere lette, non osservate: richiedono una chiave di lettura e in questo senso funzionano come un pentagramma. L’artista non vuole fornire soluzioni, perché egli stesso cerca “le risposte”. Questo lavoro deve essere ragionato in almeno due direzioni: il rapporto con la fotografia e quello tra immagine e testo. In riferimento al primo questi dichiara il rifiuto verso un uso realistico, oggettivo ed estetico del mezzo fotografico; per la seconda invece, egli sonda e investiga le possibili fusioni tra il verso e l’immagine. Quest’ultima non è mai descrittiva, ma sempre veicolo di concetti dichiaratamente non immediatamente intelligibili. Sono opere fredde attraverso le quali chi crea ragiona su di sé, utilizzando un soggetto classico, esterno ed aperto, per mettere in piedi un discorso fuori dai canoni, psichico e intellettuale, intimo e spirituale.

3.761 oggetti accumulati come “i frutti di una quotidiana apocalisse” e passati allo scanner in “una sorta di rituale”, per adempiere e condurre a termine Esercizi d’igiene. Flavia Bucci sottopone all’esame della macchina tutta la sua quotidianità materiale, ciò che la circonda, ma soprattutto quello che compone la sua dimensione domestica, intima, personale. Radiografie più che fotografie: opere di carattere scientifico e più specificatamente medico. Viviseziona la vita, quella vera, quella quotidiana, e lo fa con abnegazione, metodo e disciplina. Quello che la guida è un desiderio spasmodico di controllo, per giungere a ciò che lei chiama, citando il titolo, “igiene”. In realtà si tratta di “mettere da parte con la certezza di non aver tralasciato nulla”, ossia di risolvere, affrontare e superare paure, insicurezze e angosce. Quando si è estremamente mentali, infatti, si rischia di demonizzare la materia, il suo peso specifico, il volume e la fisicità. In linea con ciò, gli oggetti tridimensionali che occupano lo spazio fisico dell’artista vengono da essa ridotti in immagini bidimensionali, schiacciati ed esautorati da ogni possibile funzione e significato. Vengono archiviati, numerati, conservati e riproposti in forma di surrogati. Chiusi in teche fatte di cornici di riuso, sigillate con colla e carta; messi sotto vetro dopo essere state osservate al microscopio, analizzate ed etichettate. Oggetti che assumono le sembianze di entità macroscopiche, feticci rivelati dalla luce dello scanner, immersi e relegati in un fondo grigio, scuro e profondo.

Flavia Bucci nasce nel 1990 ad Atessa, in provincia di Chieti. Nel 2009 si trasferisce in Toscana e s’iscrive all’Accademia di Belle Arti di Carrara. Consegue a pieni voti il Diploma Accademico di I° Livello e avvia la specializzazione presso la Cattedra di Pittura di Gianni Dessì e Fabio Sciortino. L’interesse per il nocciolo concettuale e la propensione all’esame dei contenuti, sono alla base di una vena sperimentale estremamente libera, versatile e aperta a mezzi e forme d’arte eterogenei. Esercizi d’igiene, Tv escape, Chernobyl maps e Anticorpi sono progetti ideati e realizzati con tecniche e strumenti diversi, in quanto per l’artista la scelta del mezzo deve sempre e necessariamente essere subordinata all’idea originaria. Avvia l’attività espositiva nel 2014, prendendo parte a mostre collettive e festival. Espone costantemente in occasione della “Marble Week” a Carrara e all’interno dell’edizione 2016 ha presentato un estratto del progetto “Esercizi d’igiene”. Parallelamente una selezione di opere del medesimo lavoro sono state esposte in mostra presso Galleria 33, come anteprima della doppia personale Nyctophilia. Vive e lavora a Carrara.

Enrico Fico nasce nel 1985 a Napoli. Si laurea in Filosofia estetica e dell’arte a Siena, con proficue collaborazioni con L’École Normale Superieur de Paris. Durante gli anni universitari sviluppa la passione per la fotografia, ideando un suo modo di scattare denominato “fotografia metafisica casuale”. Da sempre coltiva un approccio trasversale rispetto al sapere, sperimentando discipline diverse: dalla scenografia al costume teatrale, dal cinema alla grafica. I progetti personali realizzati e in corso quali Anabasi, À chacun son enfer, Caedes, Ghiandole, Credo in un solo Dio, sono uniti da un uso sperimentale del mezzo fotografico e da incursioni sempre più frequenti e sostenute nel campo della poesia visiva. Oggetti simbolici o mnemonici e soggetti religiosi, allegorie e metafore visive fungono da vocaboli, ora sotto forma d’immagini ora di testo, all’interno di un linguaggio ermetico e molto personale. Dal 2013 prende parte a mostre collettive, festival, progetti site specific. Dal 2014 il suo lavoro è seguito da galleria 33. Vive e lavora ad Arezzo.

La mostra inaugura venerdì 18 novembre 2016, dalle ore 19.00 presso Galleria 33 in via Garibaldi 33 ad Arezzo. Resterà in corso fino al 18 dicembre 2016, aperta da martedì a sabato con orario 11.00 – 13.00 e 16.30 – 19.30 o su appuntamento.



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Data e Ora
18/11/2016 / 19:00 - 21:00

Luogo
Galleria 33