Pierpaolo Curti > Path 21

Il visitatore è introdotto dall’opera video Gymkhana (2012), origine della mostra, la prima, di Pierpaolo Curti alla Galleria Michela Rizzo di Venezia. Si tratta di una passeggiata in montagna, su un’alta via dolomitica. Due sono i punti di vista al rallentatore, quello dell’artista che riprende il sentiero, il camminamento, Path 21, attraverso una steadicam e quello dato da una telecamera che riprende l’artista stesso, dal basso, il suo sguardo verso il cammino che lo attende durante la percorrenza.

L’immagine di apertura è anche quella di chiusura. Tra le due è il percorso attraverso le opere che chi guarda è chiamato a fare. Nella prima stanza della galleria è un grande wall painting con una costellazione stellare, Constellation#21. È il macrocosmo, in raffronto alla nostra esistenza, microcosmo. In mostra sono dipinti di momenti e misure diversi: sono la sedimentazione del processo interiore generato dalla camminata. Il linguaggio al quale Curti si dedica maggiormente è la pittura, ma per i suoi lavori utilizza media diversi: dal disegno al video, all’installazione. Il suo è sempre un atteggiamento sperimentale nei confronti del medium, delle sue peculiarità, del suo ampio spettro di possibilità. Aspetto fondante della sua ricerca è sempre più, nel corso degli anni, la volontà di dichiarazione dell’autonomia dell’opera, la sua eloquenza e la sua indipendenza rispetto alle parole, che potrebbero, dovrebbero offrirne una spiegazione. È la tensione all’eloquenza della ricerca, del lavoro. La presa di coscienza, l’azione, che comportano una valenza di natura etica sono portanti. Qualsiasi azione ne richiama un’altra. Tutto ha una conseguenza. Così in Gymkhana. Sono assai più importanti il cammino, la strada, il mezzo del fine, del punto di arrivo. Il cammino è il protagonista di questa mostra, in cui le singole opere hanno un ruolo corale in cui l’uomo non compare, ma è protagonista. Ci troviamo di fronte a un lavoro in cui l’azione, l’esperienza sono fondamentali.
L’atmosfera d’insieme delle opere è sempre venata da colori freddi, nei quali la luce è impietosa e rivelatrice. La sua pittura è magra, compatta, le campiture sono larghe e piatte. I soggetti sono ponti senza parapetto, montagne prive di sentieri, ampi pioli impraticabili, che potrebbero, tuttavia, essere dei livelli di appoggio, collocati nella costa della roccia.

È un lavoro di matrice esistenziale in cui l’autobiografia è solo uno dei possibili punti di partenza. Nelle sue pitture, come ho già scritto, molti sono i legami con il cinema, la letteratura. Legami metabolizzati e fatti propri, senza citazioni di sorta. Quello di Curti è un tentativo di azzeramento: nel contenuto e nella forma. È un artista lento, produce solo una quindicina di opere l’anno. Non sente il bisogno di inflazionare il panorama, già oberato di immagini, con la sua presenza.

Del resto l’unico modo per riuscire a vedere è quello di rallentare il ritmo per riuscire a cogliere, guardare attentamente, a prendere coscienza del circostante nella sua meraviglia e magnificenza, così la grande costellazione . Dobbiamo farlo per entrare nei fenomeni, per avvertire il suono del silenzio, della natura, per riuscire a osservare.

Lo spettatore, attraverso le opere di Curti, dovrebbe, appunto, essere condotto in una dimensione differente dal reale percepito, in un’atmosfera di solitudine, di assenza, che dovremmo-potrebbe essere un imperativo morale- imparare ad accettare, perché parte del nostro essere. Una parte che tendiamo a eludere, convinti di essere più forti di quanto non siamo, immuni all’isolamento.

L’uomo, l’artista cammina da solo in alta quota, con i suoi pensieri che lo aiutano a comprendere quanto è reale, ciò che non è sovrastrutturato. Tutte le opere in mostra sono segnate dalle suggestioni esistenziali provocate dalla camminata, dalla paura, dal coraggio, dalle intuizioni, dall’adrenalina, dalla forza. Il corpo, nella sua totalità, passa da una dimensione all’altra, insieme al pensiero.

Il tutto in una dimensione che si pone aldilà di qualsivoglia relativismo, per giungere alla verità, la sua, quella del circostante, dell’uomo, della natura, della poesia del tutto in cui il cerchio ogni volta si chiude.

Angela Madesani



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Data e Ora
13/01/2018 / 12:00 - 14:00

Luogo
Galleria Michela Rizzo