Sulla Perdita Della Memoria

«L’Uno non può mai definire se stesso. È l’esistenza dell’Altro che determina l’Uno e viceversa. Il progresso si materializza quando il terzo principio nasce dall’unione dei due: tokos en to somati (nascita fisica) e tokos en to kalo (creazione dell’uomo attraverso i secoli) secondo il Simposio di Platone. Il figlio, la prole dei due opposti, personifica la rottura di tutte le dicotomie. Essere né qui né lì, sia domestico che straniero, né un uomo né una semplice rappresentazione, sia familiari che esotici, lui incarna la mente che incessantemente interroga e cerca origini umane e individua tracce umane. È la forza che mette al sicuro le radici, profondamente nel terreno, e genera gli alberi per innalzarsi e crescere alla luce del cielo aperto. La forza maschile, nitida e chiara, verticale e diritta, è unita alla forza femminile onnicomprensiva rotonda e oscura. Quest’ultima si lascia essere attraversata da tutto come una hostess fiduciosa e bendata e si sposa con la cautela che mette in evidenza e esamina i fatti. Il risultato finale non si realizza mai. L’unione genera la controversia, i semi vengono seminati solo per la formazione del quarto elemento, l’incontro. Un’opera d’arte è solo una chiamata, una richiesta di un simile incontro su un piano fisico e su un piano di rappresentazione. Le identità sono formate dalla loro risposta a questa chiamata – a qualsiasi chiamata, per così dire, che segna la loro reazione ai tempi. Niente può essere considerato per scontato. Nessun passato può essere adottato senza dubbio. L’uomo è definito attraverso la propria presenza tra le persone. È il verificarsi di questo incontro, la partecipazione in questa comunione che dà significato ad un oggetto d’arte e segna la nascita di soggetti che resistono all’oblio.» Marrie Sanida

“A volte, nella storia durante il susseguirsi generazionale degli uomini e delle loro culture, arriva un momento in cui un oggetto culturale o una persona viva diventa la testimonianza definitiva di un tragico stato di cose. In qualche modo la mia nonna materna è stata, e mio padre lo è ancora uno degli ultimi testimoni di una società quasi estinta o irrevocabilmente ridotta. Osservando la perdita progressiva della memoria di mio padre e l’irreversibile declino delle sue abilità mentali – mentre prima era un professore acuto di ingegneria civile ora a causa della malattia di Alzheimer si sta perdendo tra le pareti e i piani dell’edificio che egli stesso ha progettato- sento la necessità di confrontarmi con la loro storia e di produrre sculture, qui all’ombra del Vesuvio, come disperato atto di resistenza all’oblio che avvolge le mie radici culturali.
Durante la seconda metà del ventesimo secolo, mio padre era l’unico sopravvissuto del massacro inflitto dai nazisti agli uomini di Drakeia (uno dei villaggi sulla montagna di Pelion in Grecia centrale). Lui, per la pura fortuna di avere traslocato nella città di Volos ai piedi della montagna, è stato risparmiato da quel terribile destino. Tuttavia, sia la città che il villaggio di Drakeia sono stati colpiti da gravi terremoti nel 1955 che hanno quasi annientato il patrimonio culturale di entrambi. Sento il deterioramento della memoria di mio padre coincidere con la definitiva scomparsa del ricordo della sua patria – o di qualsiasi patria di origine – che una volta era vibrante e attiva prima dei massacri e prima dei terremoti.
Vivendo nella fase finale della formazione di nazioni delle moderne culture mediterranee, un processo parzialmente basato su un razzismo diffuso, la famiglia della mia nonna materna con sede in Asia Minore, sopravvissuta durante il genocidio degli Armeni, degli Assiri e dei Greci del Ponto del 1915, è stata travolta dalla pulizia etnica del 1919 e dalla catastrofe di Smirne del 1922. Da tutta la sua parentela sopravvissero solo in tre. Centinaia di migliaia di Armeni, Greci, Ebrei, Assiri, Italiani, Francesi, Spagnoli cittadini di Odessa, Costantinopoli, Trebisonda, Cerasunte, Smirne, Beirut e Alessandria sono scomparsi durante la prima metà del ventesimo secolo e i ricordi lontani che mia nonna mi raccontava proiettano davanti ai miei occhi un mondo pieno di elementi culturali unici, un melting-pot di diversi stili di vita e voci distanti di una volta gioiosamente in comunione”.
Telemachos Pateris

The One can never define itself. It’s the existence of the Other that determines the One and vice versa. Progress materializes when the third principle is born out of the union of the two: tokos en to somati (physical birth) and tokos en to kalo (man’s creation through the ages) according to Plato’s Symposium. The son, the offspring of the two opposites, personifies the breaking down of all dichotomies. Being neither here nor there, both a domestic and a foreigner, neither a man nor a mere representation, both familiar and exotic, he embodies the ever-questioning mind which seeks human origins and locates human traces. It’s the force that secures the roots deeply into the ground and generates the trees to rise and grow out in the light of the open sky. The masculine force sharp and clear, vertical and straight-forward is united with the all-encompassing round dark female force. The latter lets through everything as a welcoming, trusting blindfolded hostess and marries with the wary one that highlights and examines the facts. The end result is never realized. The union engenders the controversy; the seeds are only sown for the formation of the fourth element, the meeting. An artwork is just a calling, a calling for such a meeting on a physical as well as on a representational plane. Identities are formed out of their responding to this calling – to any calling, as it were, that marks their reacting to the times. Nothing can be taken for granted. No past can be adopted unquestionably. Man is defined through one’s presence among the people(s). It’s the occurrence of this meeting, the partaking in this communion that gives meaning to an object of art and marks the birth of subjects that withstand oblivion.”

Marrie Sanida

Sometimes, through the evolution of generations throughout history, of men and their cultures, there comes a moment when a cultural object or a living person becomes the ultimate witness of a tragic state of affairs. Somehow my mother’s mother was, and my father still is one of the last witnesses of an almost extinct or irrevocably shrunk society. Watching the progressive loss of my father’s memory and the irreversible decline of his mental abilities -as he was once an acute civil engineering professor and now because of Alzheimer’s disease he is getting lost between the walls and the plans of the building that he himself once designed- I feel the need to confront myself with their history and produce sculptures, here in the shadow of Vesuvius, as a desperate act of resistance to the oblivion that is enveloping my cultural roots.
During the second half of the twentieth century, my father was the only surviving man of the massacre inflicted by the Nazis upon the men of Drakeia (one of the villages on the mountain of Pelion in Central Greece). He, out of mere luck for having promptly moved to the town of Volos at the foothills of the mountain, was spared from that terrible destiny. However, both the town and the village of Drakeia were then struck by severe earthquakes in 1955 which almost annihilated the cultural heritage of both of them. I see the deterioration of my father’s memory as coinciding with the definitive disappearance of the memory of his motherland – or any motherland for that matter- which was once vibrant and active before the massacres and before the earthquakes.

Living during the final phase of the forming of nations of modern Mediterranean cultures, a process partially based on widespread racism, my grandmother’s family based in Asia Minor survived during the genocide of the Armenians, Assyrians and Pontic Greeks of 1915 while it was later to be overwhelmed by the ethnic cleansing of 1919 and the Smyrna catastrophe of 1922. From all of her relatives only three survived. Hundreds of thousands of Armenians, Greeks, Jews, Assyrians, Italians, French, Spaniards who were citizens of Odessa, Constantinople, Trebizond, Giresun, Izmir, Beirut and Alexandria disappeared during the early part of the twentieth century and my grandmother’s recollections as recounted to me bring forth a world before my eyes full of unique cultural elements, a melting-pot of different lifestyles and distant voices once rejoicing in a shared community.”

Telemachos Pateris



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Data e Ora
17/06/2017 / Tutto il giorno

Luogo
O'Vascio Room Gallery