THE BODY LINK – Prima Parte

Red Stamp Art Gallery è lieta di presentare THE BODY LINK I, prima parte di una mostra che, attraverso le personali sensibilità e letture di artisti contemporanei, getta uno sguardo di indagine sull’ampio e universale tema del corpo, collegamento fisico che lega la coscienza umana alla sfera materiale, alla sensorialità, alla consapevolezza dell’ identità, allo sperimentare la vita e l’essere nel mondo, all’interno della dimensione di spazio e tempo.

La prima fase dell’ esposizione, che si inaugurerà Sabato 19 Maggio dalle 17:00 alle 21:00 e sarà visitabile fino al 16 Giugno 2018, propone la visione e gli spunti di riflessione sull’argomento di sette autori internazionali (da Italia, Francia, Giappone e Olanda): Armida Gandini, Lory Ginedumont, Virginia Monteverde, Jean Sadao, Ellen Schippers, Sara Tirelli, Marilena Vita.

THE BODY LINK, curata da Sonia Arata, suggerisce, con un titolo aperto, la predisposizione e l’interesse ad accogliere le molteplici accezioni interpretative offerte da ciascuno dei lavori presentati: opere di video-arte e fotografiche, in quest’ultimo caso sempre comunque legate ad una sequenzialità dinamica o ad un’azione performativa.

La mostra, che si articola in due capitoli, proseguirà in un successivo appuntamento espositivo, nel mese di Ottobre 2018, attraverso il punto di vista di un secondo gruppo di artisti.

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THE BODY LINK – PRIMA PARTE

Artisti e Opere

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Armida Gandini, “Pregnant Silence”, 2008, still frame from the video

Armida Gandini (1968, vive e lavora a Brescia) pone al centro della sua indagine artistica l’individuo ed il tema dell’identità, cercata nella relazione col mondo: in molte delle sue opere un indefinito spazio vuoto, simbolo di un campo mentale e teatro interiore, è il luogo dove vengono messe in scena vicissitudini psicologiche in svariate situazioni di confronto con l’esterno e con l’altro. Il corpo è letto dall’artista come raffigurazione dell’identità personale che cerca, attraverso il superamento di difficoltà e ostacoli che la vita comporta, l’auto-conoscenza, la fiducia in se’, la consapevolezza e la conferma della propria forza. In “Pregnant Silence”, opera video che unisce riprese filmiche ad immagini disegnate ed animate, il fisico della protagonista giace immerso in un ambiente acqueo, denso, pesante, materico, vero e proprio limbo che pare isolarla da ogni interazione e renderne difficoltosi i movimenti, tenendola sospesa e trascinandola a tratti in una sorta di greve sonno o oblio: non c’è comunicazione con l’esistenza al di fuori, percepita come un magma confuso . La psiche della persona si confronta in questo caso con una condizione di immobilità e chiusura, in cui cercare chiarezza è un processo faticoso e dove più che mai il rapporto con l’esterno è ribaltato nella difficile situazione di un necessario faccia a faccia con se stessi e le proprie incertezze e paure , calati in un opprimente stato di isolamento claustrofobico e di inerzia ma, come si evince dal titolo, pregno di possibilità: l’artista sembra quasi raffigurare in chiave contemporanea e nuova la figura della “melancolia” e del lento e difficoltoso attraversamento di questo passaggio introspettivo e spirituale dell’”umor nero”, di un’ alchemica “nigredo”, di uno “spleen”, accidia o mal di vivere, territorio animico di vicinanza profonda con la dimensione della vacuità, della mancanza, del limite, della sofferenza, da attraversare per uscirne rinati, arricchiti e rinnovati. Armida Gandini – C.V. >>>


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Lory Ginedumont, one image of the series “J’ai pas envie d’etre un ange”, 2017, print on photographic paper, cm. 47 x 34 x 5 framed, ed. 5

Lory Ginedumont (1964, vive e lavora tra Francia e Italia) si avvale di svariati mezzi (fotografia, video, installazione, scultura, disegno, scrittura, pittura, performance) per esprimere l’intimo del suo universo interiore ed emotivo, sotto l’ascendente dell’intensa vibrazione lirica che connota tutti i suoi lavori: per l’artista il corpo e la sua rappresentazione sono strettamente legati al proprio vissuto personale, mentre il medium impiegato è scelto in base al potenziale di tradurre al meglio il messaggio che intende di volta in volta trasmettere. La sequenza fotografica “J’ai pas envie d’etre un ange” e l’omonima opera video ad essa correlata, (che per “The Body Link” è alla sua prima presentazione al pubblico) vede protagonista l’artista stessa, calata in un’ azione in cui il connotato angelico delle ali è emblema di una condizione psicologica e spirituale da cui spogliarsi: attraverso le parole della poesia autografa, da cui le due opere traggono origine, si comprende l’intensità del desiderio di liberarsi da una sensazione di immaterialità che rende inaccessibili, dall’indefinita ubiquità propria della sfera celeste, astratta dal mondano, per vivere appieno il mondo fisico, calandosi in una anelata corporeità, finalmente liberi da vincoli comportamentali che ingabbiano. Il corpo è in questo caso personificazione del veicolo materiale della personalità, immersa nel piano delle esperienze e della vita, nello scorrere del tempo, che diviene mezzo di sperimentazione e conoscenza, rispetto alla opposta situazione psichica, simboleggiata dall’angelo, di eterea purezza, di un tenersi al di fuori dall’esistenza per essere ovunque, ma dall’alto, senza mai esperire realmente. Ecco il testo della poesia: “j’ai pas envie d’être un ange! plus envie d’ailes, de ciel,d’éternel. pas envie d’être invisible, inaccessible. plus envie d’être là ou là-bas, ici-bas. étrange envie de tomber des nues, sans jamais plus prendre mon envol.” (“non ho piu voglia d essere un angelo! non ho piu voglia di ali, di cielo, di eterno. non ho piu voglia di essere invisibile, inacessibile. non ho piu voglia di essere di qua e di là o quaggiù, strana voglia di cadere dalle nuvole senza mai piu riprendere il volo.”). Lory Ginedumont – Breve Bio / C.V. >>>


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Virginia Monteverde, two images from the series “CodeLife”, “The Artists”, 2015/2018, fine art inkjet print on Hahnemühle paper on dibond, cm. 30 x 35, ed. 3

Virginia Monteverde (1969, vive e lavora a Genova) dirige le sue scelte artistiche verso i medium digitali, sperimentandone le peculiari potenzialità espressive attraverso la videoarte, la fotografia, l’installazione multimediale e la pittura digitale: in quest’era fluida di globalizzazione, di comunicazione mediatica e velocissimi cambiamenti tecnologici, l’artista adegua i mezzi espressivi alle attuali consuetudini di fruizione e lettura dei messaggi, con l’intento di instaurare un’interazione diretta e profonda con lo spettatore, partendo da un piano di calibrata strutturazione per raggiungere poi un successivo livello emozionale. Le sue opere, caratterizzate da essenzialità, ordine e razionalità di impianto classico, veicolano riflessioni sulle trame individuali e collettive di una società in sommovimento e radicale mutazione, di cui l’artista vuole restituire le nuove percezioni liquide. Nella serie “CodeLife, Gli artisti” la nudità del corpo, l’espressione dei soggetti, la superficie dell’epidermide di ciascuno sono protagonisti, in una galleria di figure a mezzobusto dove la tradizione del ritratto si rinnova in una versione attuale: alla valenza dell’effigie della persona, catturata in un dato attimo del tempo, nel qui ed ora del momento della fotografia, si aggiunge la dimensione temporale del passato, del vissuto personale, della storia di ognuno dei soggetti, racchiusa nei 30 secondi di flashback di un video il cui link di accesso è codificato nel QRCode che ognuno espone “tatuato” sul petto, all’altezza del cuore, come sigillo numerico da decifrare, in grado di racchiudere molteplici dati, in questo caso gli stessi depositati, segnati e stratificati sulla pelle di ognuno, come una scrittura non immediatamente accessibile, tracciata dal passare degli anni e dalle esperienze. Il veloce fluire di attimi di vita dall’infanzia all’istante della posa di fronte all’artista che li ritrae “mette a nudo” i sei artisti e offre trenta impressioni di insight quasi “rubate” alla memoria intima di ciascuno; ogni scatto a sua volta pare assumere il valore di un nuovo codice che in modo misterioso ha poi generato il frammento temporale seguente, come una sorta di configurazione a “scatole cinesi”nell’incognita imperscrutabile del dipanarsi dell’esistenza. La velocità dello scorrere dei frame nel video pone un parallelo sia con l’estrema rapidità di diffusione delle informazioni nel mondo moderno, che con la repentinità delle associazioni della mente; lo sguardo è chiave e porta all’abisso insondabile dell’individuo, preziosa cifra vitale che ci viene trasmessa in questo “trailer” della vita di ciascuno dei protagonisti. Virginia Monteverde – Breve Bio / C.V. >>>


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Jean Sadao, “The Multi-sensory Impossibility of a Worm”, 2017, HD video, stereo sound – Still frame from the video

Jean Sadao (1976, vive e lavora a Tokyo, Giappone) si esprime attraverso una produzione artistica che coniuga cinema, teatro, performance e video-arte. Al centro della sua ricerca è l’indagine sull’identità in connessione con la società odierna, in cui l’individuo deve relazionarsi ed affrontare, adattandovisi, trasformazioni sempre più veloci. In uno scenario globalizzato l’artista osserva con particolare attenzione il punto nodale della relazione tra il contesto naturale originario e quello urbanizzato e tecnologico, letta anche come rapporto tra tradizione e passato, presente e futuro, tra oriente e occidente, in un’ottica che in un certo qual modo si astrae dall’immediato, mediante una visione ampia, complessiva, dall’alto, impiegando a volte immagini surreali e simboliche o composizioni leggibili come una sorta di alfabeto visivo. E’ il caso questo di “The Multi-sensory Impossibility of a Worm” (“L’Impossibilità Multi-sensoriale di un Verme”), per la mostra “The Body Link” alla sua première; l’opera pone degli interrogativi sul corpo, le potenzialità sensoriali ed i loro limiti, istituendo l’ipotesi di un inconsueto linguaggio tattile e corporale come mezzo di comunicazione che si avvicini all’ universalità e alla naturalità, interrogandosi sui suoi possibili risvolti in termini di influenza sulla persona e sulla collettività. L’artista guarda alla fisicità nella possibile espansione della sensorialità, riflettendo sulla maniera in cui i metodi comunicativi influiscano necessariamente sulla formazione della struttura del sé, sulla cultura, sullo stile di vita. La stratificazione di livelli semantici, lo spiazzamento percettivo nel decodificare le sequenze dei nove riquadri in cui l’artista scompone l’area dello schermo, costringono lo spettatore a cimentarsi ad un’inusitata modalità di lettura , a cui non è ancora allenato, per coordinare i molteplici impulsi visivi e sonori, tra cui i codici della lingua muta dei segni e il senso dell’azione dei protagonisti, che sembrano testarsi a vicenda, cercando un contatto alternativo e forme non convenzionali di interazione e conoscenza. Jean Sadao – Breve Bio / C.V. >>>


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Ellen Schippers, “The Birth of Venus”Tryptich, ChromaLuxe on aluminium, video sequence on screen, 2012, cm. 40 x 32,5 (closed)/ 82 x 32,5 (open)

Ellen Schippers (vive e lavora ad Amsterdam, Paesi Bassi) utilizza performance, abiti scultura, installazioni, opere video e fotografiche per esplorare il concetto di corpo inteso come espressione della parte sottile della persona, della sua interiorità e essenza psichica, di cui mira a mostrare le rarefatte sfumature e le tensioni, dall’interno di una dimensione temporale e spaziale altra e sospesa; l’artista punta , attraverso un ipnotico coinvolgimento emotivo attuato mediante molteplici strategie espressive, ad una reazione catartica e risolutiva, che possa condurre verso il recupero di un’integrità animica al di là degli stereotipi e delle strutture preconfezionate imposte dalle pressioni della società sull’autenticità e unicità dell’individuo. “La nascita di Venere” appartiene ad una serie di opere-trittico che derivano compositivamente dal tradizionale impianto a tre pannelli e incorporano in una sorta di odierno tabernacolo fotografia e video; il corpo è in questo caso quello mitico e archetipico di una divinità, apparizione numinosa di un’ entità dai connotati sensuali, le fattezze chiamate in causa sono quelle immortali e sublimi della Dea Venere: la rappresentazione della sua genesi da una conchiglia, ispirata all’omonima opera di Botticelli, vuole celebrare l’armonia, la bellezza e l’amore, incarnati in questo caso in sembianze femminili. L’opera intende essere un quadro vivente ed è permeata da un aura di sacralità e da un senso devozionale nel suo passare dall’attuazione “rituale” dell’avvenimento della nascita (per mezzo di una azione teatrale, dove costumi e coreografie sono stati progettati e diretti dall’artista stessa), alla riproposizione differita e narrativa-evocativa dell’accadimento, attraverso un video del video: la proiezione del girato filmico della performance sul “fondale” di un busto plastico trasparente, esso stesso nuovo rimando alla raffigurazione scultorea della dea, viene a sua volta ripresa e costituisce la sequenza video a loop visibile nello schermo racchiuso tra le due ante; l’oggetto, ad infinitum, rimanda al soprannaturale evento. Ellen Schippers – C.V. >>>


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Sara Tirelli, “Picnolepsy (Stereobox II – La chambre chiasm)”, 2010, HD stereoscopic video, binaural sound, still frame from the video

La ricerca artistica di Sara Tirelli (1979, vive e lavora tra Venezia e Roma) si muove tra cinema, arte, nuove tecnologie e realtà virtuale, medium impiegati per esplorare processi percettivi e cognitivi, per indagare sulla plasmabilità del concetto di “reale”, sull’influenza del mezzo tecnologico, dei media e dell’informazione su memoria, storia individuale, collettiva e identità e sul rapporto tra l’immaginazione personale e il contemporaneo immaginario codificato. L’artista è interessata a studiare la fenomenologia dello sguardo, l’area indefinita di divario ed i legami tra ciò che è percepito e ciò che è effettivo, testando nuovi livelli di fruizione e modalità di rappresentazione e narrazione non convenzionali. Nell’opera video “Picnolepsy”, un personaggio è collocato in una dimensione spaziale resa ambigua da un contesto immersivo di visione anaglifica e di audio a 360 gradi : la stereoscopia falsata, per ottenere la quale l’attrice ha ripetuto due volte la stessa azione ed ogni “ciak” è stato ripreso da punti di vista leggermente sfasati tra loro, vuole porre in essere una fine riflessione sul confine che esiste tra verità e finzione, tra il reale, la sua conoscenza, influenzata da meccanismi appresi, ereditati, e la sua continua ricostruzione e modifica come proiezione verso il mondo esterno. Vari espedienti visivi e auditivi mirano a coinvolgere il fruitore in una circostanza sensoriale incerta, ma sono anche utilizzati per allargare l’ambientazione ad una situazione più estesa (suoni che raccontano la presenza di una seconda persona sul set, le sagome dell’attrice, che talvolta si disgiungono e sdoppiano, permettendoci così, attraverso lo svelamento del trucco di simulazione filmica, di vedere ciò che normalmente non sarebbe possibile). L’idea di corpo è analizzata qua nell’accezione di corpo messo in scena, raffigurato, con tutto il potenziale di una rilevazione che da tale rappresentazione è amplificata: è una lettura questa che si ribalta all’interno del corpo dello spettatore che guarda, che viene indagato a sua volta come sensore di strategie audio-visive sottilmente spiazzanti. Tutta la sequenza è costellata da indizi relativi alla decifrazione dell’ingannevolezza, dell’ambiguità, della lacunosità della comprensione del vero che si instaura sia per mezzo della sua riproposizione fictionale che tramite le dinamiche mentali e cognitive stesse: ciò a partire dal titolo, che si riferisce ad uno stato di brevi istanti di assenza della coscienza o alla sua invenzione da parte del soggetto, per proseguire poi con gli accenni suggeriti dai testi parlati, dalle azioni della protagonista, dalle immagini e dagli oggetti usati come tracce simboliche di questo puzzle.

Sara Tirelli – Breve Bio – C.V. >>>


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Marilena Vita, “Non essendo è”, 2015, still frame from the video

Marilena Vita (1972, vive e lavora tra Siracusa e Milano) si avvale di differenti mezzi espressivi (pittura, installazione, fotografia, video arte, performance) con l’intento di portare all’esistenza nel mondo reale universi e condizioni incontrati nell’ambito privato dell’anima, nell’intimità della psiche, permettendo così a sé stessa e agli spettatori di confrontarsi con esperienze e contesti appartenenti ad un immaginario e ad una sfera emotiva universali. La dimensione del corpo in tutte le sue opere è vissuta in prima persona, nel mettere in scena azioni performative eseguite sempre esclusivamente una sola volta, e mai ripetute, o nell’entrare in situazioni dove è lei stessa ad agire come soggetto di autoscatti fotografici; nell’opera video “Non essendo è” il corpo è rappresentato attraverso il suo negativo, il nero totale di un ombra che non ha valenza di lato oscuro dell’inconscio, ma si ricollega alla luce, all’energia primigenia fonte di ogni forma di vita nell’universo. E’ un nero fertile, vitale, creativo, scintilla di consapevolezza che dal fecondo “nulla” vibra un primo palpito, per iniziare un viaggio in direzione dell’auto-conoscenza, a sperimentare l’infinità delle sfaccettature del sé, che scaturiscono da un’unica matrice. Le scure presenze, le cui diverse personalità e disposizioni d’animo sono intuibili dalle varie silhouette, cadenze dei gesti e atteggiamenti, si muovono, senza incontrarsi, in un unico scenario, location immobile che pare esistere da un tempo indefinibile, legata a memorie assorbite da ogni esperienza che vi è stata trascorsa, luogo che rimanda all’idea di impermanenza e contemporaneamente ad una situazione a-temporale. La negazione della presenza diviene sagoma più potente e comunicativa che una sua rappresentazione ed è messaggera dell’assoluto originario alla ricerca della propria identità: è l’impossibile sguardo verso sé stessi che può restituirci solo lo specchio o l’occhio dell’altro, è l’alterità molteplice delle infinite possibilità dell’essere, la pluralità dell’unicità, che tutto contiene.

Marilena Vita – C.V. >>>

Testi di Sonia Arata, Amsterdam, Maggio 2018

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THE BODY LINK

PRIMA PARTE

Armida Gandini | Lory Ginedumont | Virginia Monteverde | Jean Sadao | Ellen Schippers | Sara Tirelli | Marilena Vita

Inaugurazione: 19 Maggio 2018– 17:00 / 21:00

Mostra: 19 Maggio – 16 Giugno 2018

Curatore: Sonia Arata

Orari di apertura >>>

Dal 20/05 al 16/06: Mer/Sab, 13:00/18:00 e su appuntamento

 

Partner dell’evento:

Radisson Blu Hotel, Amsterdam >>>

radisson blu hotel, rusland, amsterdam

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Red Stamp Art Gallery

Rusland 22 – 1012 CL Amsterdam – NL

info@redstampartgallery.com

http://www.redstampartgallery.com/

Tel.: +31 20 4208684

Cell. NL: +31 6 46406531

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Data e Ora
19/05/2018 / Tutto il giorno

Luogo
Red Stamp Art Gallery