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Intervista a Cosimo Terlizzi

Se come riteneva D’Annunzio “Natura ed Arte sono un dio bifronte”, tale adagio ci appare particolarmente calzante nel descrivere la fiamma che accende l’opera di Cosimo Terlizzi. In una specularità onirica, fluttuante Natura e Arte si intridono vicendevolmente dei rispettivi enzimi e nutrono l’ispirazione di questo incantatore visionario. Dal ventre del mondo sorge un principio animistico che si esistenzia in tutto ciò che ci circonda, uno spirito che si sostanzia in brulicanti particelle. C’è una deità in ogni cosa.

L’opera di Terlizzi, qualsivoglia medium utilizzi, è meraviglia d’alchimia. Nel mistero della sua sostanza aurea egli commette l’apollineo ed il dionisiaco, l’effusione d’ombra ed il barbaglio bruciante del sole del sud, l’anelito ad un iperuranio e le mani nella terra, la dolcezza di sogno ed il perturbamento d’allucinazione, l’evocazione di un’arcadia primitiva e l’antropizzazione crudele dei nostri tempi. Se le pupille dell’artista pugliese si soffermano su tutti gli aspetti del mondo, una connaturata tensione ad un jaspersiano Umgreifende ne genera i movimenti dello spirito; aisthesis e metafisica si fondono, perché c’è una ragione universa che abbraccia tutte le forme dell’Essere.

Cosimo Terlizzi è protagonista di una primavera d’oro e nella sua densa stagione citiamo, tra gli altri appuntamenti, la mostra personale Smells Like New Spirit ospitata da Traffic Gallery e la prima del film Dei al Bifest di Bari. In questo speciale momento lo abbiamo intervistato.

Serena Ribaudo:  Sei cresciuto in una terra dalla bellezza  ardente. Quanto questa ha nutrito le tue visioni?

Cosimo Terlizzi: Una bellezza luminosa e crudele. Il fuoco dei rami potati degli ulivi, il saltare tra le fiamme e il fumo. Le frustate sanguinose al cavallo che non voleva obbedire ad un padrone. Una mamma amorevole. Un toro che si ribella al recinto e quindi fucilato. Un gallo la mattina. Un cortile di cemento. I primi giochi sessuali tra cugini. La paglia illuminata da quel fascio ardente. La polvere e le ragnatele. Le auto rubate e bruciate. La pioggia e il torrente sull’asfalto. Era quello il nostro fiume. Un fondale catrame. La bellezza ardente nel bene e nel male. Una follia di quel tempo dove tutti in quella periferia vivevano la fatalità. Adesso le tracce le vedo nella bruttezza dei manufatti, degli edifici e dell’immondizia che la follia ha lasciato e lascia.  Eppure l’asfodelo fiorisce ancora spontaneo tra l’asfalto e il muro. Forse è la possibilità dell’idillio che ci esaltava. Un padre re in lotta contro gli elementi naturali. Un’anarchia seduttiva e spietata con tutto.  Oggi filtro e cerco nel setaccio cosa non è passato dentro di me.

S.R. : Ti muovi con autenticità e disinvoltura tra foto, video, scultura, performance. Qual è il filo rosso che si dispiega per l’opera tutta di Cosimo Terlizzi

C.T. :È un vaso sanguino che alimenta ogni corpo, strumento, metallo . È un torrente in piena mosso da un muscolo che batte per inerzia. Forse questo muscolo è la poetica. Non ci sono corpi che possono ostacolarla ma tutto diventa il suo strumento di espressione. Tutto ciò che è strumento è volgarità per la poetica, nel senso che se la fotografia ha un corpo vuol dire che è morta. Non vediamo il supporto ma ciò che salta da esso. E se non salta vuol dire che stiamo osservando il supporto appunto, lo spessore della carta, l’alta definizione dello schermo, la qualità del suono, ecc. ma non l’opera. La poetica irrora tutto, e si manifesta come un profumo, come disse Fabrizio Tassi alla visione del film Dèi.

S.R.:  Sei  attualmente il protagonista della mostra Smells Like New Spirit presso Traffic Gallery.  “Poesia, Confine, Vuoto, Corpo, Oro, Trascendenza sono alcune delle parole chiave che potrebbero descrivere al meglio l’universo creato per l’esposizione”. Ce ne parli?

C.T. : Questo profumo ha qualcosa di miracoloso. La percezione spoglia di tutto, svuotata del corpo non può che emanare quella cosa impalpabile che appartiene allo spirituale. Ora dopo aver compreso i limiti delle chiese, dove il limite maggiore è proprio l’uomo che professa il credo, la sfera spirituale non è di dominio di nessuna di esse ma è anche del mondo laico, ateo e intellettuale. Li quel profumo può aprire ad una consapevolezza rivoluzionaria. È un discorso ampio su cui sto lavorando e tracciando vie possibili come questa mostra a Bergamo. Un esempio è l’opera Sacra Famiglia (opera vincitrice del Premio Videoinsight® 2018) dove l’iconografia è svuotata e reimpostata.

S.R. : “Dei”segna il tuo approdo al cinema di finzione. Come è cambiato il tuo lavoro e come sei riuscito a declinare la tua poetica in un’opera che possiede delle caratteristiche così differenti da quelle a cui sei aduso?

C.T. : Il cinema di finzione, nello specifico il cinema dell’industria, è come un blocco di marmo che va lavorato. Una struttura che appare dura per l’esordiente. C’è chi scolpisce con cariche esplosive, chi va di scalpello. Mi chiedo se non avessi dovuto far esplodere alcuni pezzi per far prima e andare dritto all’opera. Ma col senno di poi tutti son bravi.  È lì soprattutto la differenza, ovvero nella massa coinvolta. Ho scrutato il più possibile dentro quegli ostacoli che erano attori, reparti, partner e produttori.

S.R. : In “Dei”quanto c’è nel protagonista, il giovane Martino del giovane Cosimo?

C.T. : L’essere diviso tra una dimensione rurale, dove il legame e la lotta con la terra è evidente, e la dimensione dell’intelletto, del mondo ideale, delle avventure urbane.  Anch’io alla sua età sentivo di essere attratto dagli studi università di filosofia e nello stesso tempo ero molto sensibile alla natura che mi circondava. Amavo gli alberi ma era urgente per me andar via. Sognavo di vivere al centro dei movimenti studenteschi, di avere amici straordinari e leggere libri senza che qualcuno mi distogliesse dal farlo.

S.R. : Quali i tuoi altri progetti prossimi?

C.T. : Appena concluse le riprese del film ho sentito la necessità di lavorare su qualcosa di istintivo e diretto. Ma è presto per parlarne.