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Joseph Kosuth – Maxima Proposito (Ovidio)

Che sia il significato a contare veramente per Joseph Kosuth, oltre le parole, oltre le immagini e oltre le opere, ciò che esse rappresentano autenticamente oltre la raffigurazione di superfice, è dato certo e persistente da oltre cinquant’anni nella sua ricerca. Una ricerca che, con gli strumenti tratti dalla filosofia del linguaggio e dallo strutturalismo, non ha mai smesso di indagare la definizione stessa di arte e della realtà sperimentale e teorica che la sostiene. Un processo che, contestualmente e sin dalle prime serie di lavori, Investigations, iniziati nel 1965, tiene in considerazione il duchampiano approccio all’arte, applicando l’idea di ready-made all’ambito linguistico. Con il “già fatto”, il “già esistente” l’indagine dell’arte si sposta, di fatto, da un problema di forma a uno di funzione, sicché è naturale per Kosuth la formulazione dell’equazione arte=linguaggio, divenuta cifra inconfondibile del suo agire.

Arte è uguale linguaggio è anche il terreno su cui poggia l’attuale mostra Maxima Proposito (Ovidio) da Vistamare di Pescara. Essa da un lato rappresenta un vero e proprio omaggio al poeta originario di Sulmona, quindi alla regione Abruzzo, dove ha sede la galleria e che in Italia lo rappresenta, dall’altro si determina come un ulteriore verifica dei precetti fondanti alla sua ricerca. Come accade in ogni lavoro di Kosuth, anche in questo caso le singole opere presenti in galleria nascono da materiale “preso in prestito”, frutto di un’accurata selezione di frasi tratte dai più importanti testi scritti da Ovidio. Fra questi incontriamo proposizioni appartenenti alla raccolta di elegie di soggetto amoroso, gli Amores, che rappresentano l’esordio poetico di Ovidio non ancora ventenne, e altre desunte dall’Ars amatoria, opera in tre libri ugualmente composta in metro elegiaco, dove sono impartiti consigli agli uomini sui modi di conquistare le donne, di conservarne l’amore e viceversa insegnamenti su come sedurre gli uomini per le signore. Ancora, incontriamo locuzioni tratte ad esempio dai Trista, composto durante il periodo dell’esilio da Roma, dove l’elegia è ancora l’elaborato prediletto, ma non usato per la poesia d’amore, bensì con intenti malinconici e lamentosi, e soprattutto incrociamo versi concernenti la più nota delle opere di Ovidio: le Metamorfosi.

Osservando la mostra nella sua totalità, le Metamorfosi appaiono quasi come l’ossatura dell’intera esposizione, propriamente uno scheletro concettuale di sostegno all’interno del medesimo spazio architettonico della galleria dove, tuttavia, ogni singolo elemento, o frammento di testo vive indipendentemente l’uno dall’altra. Infatti, se guardiamo alla struttura narrativa delle Metamorfosi, quindici libri concepiti sul modello del “poema collettivo”, esse si presentano come una serie di storie autonome fra loro, ma accomunate da un tema. In questo dettaglio, non visibile ma percepibile oltre ciò che Kosuth ci mostra, intuiamo il processo concettuale sotteso a Maxima Proposito (Ovidio), ovvero il “tema”, comprendente sia il significato celato di ogni singola opera, sia quello generale stimolato dall’intera installazione che si snoda complessivamente in tutte e quattro le sale della galleria. Come Ovidio nelle Metamorfosi, nelle diverse trasformazioni delle cose in altre, degli esseri umani in fiori, piante, animali, cerca le “origini”, così Kosuth trova nel funzionamento del linguaggio e nei concetti una spiegazione che punta dritto all’essenza e al cuore delle cose. Pertanto, ogni singola frase si fa portatrice di un preciso significato indipendente da quello generato dall’artista, e ogni significato è determinato simultaneamente dall’ambiente e dallo spettatore, tutt’altro che escluso da questo processo di costruzione di senso. In sostanza, Maxima Proposito (Ovidio), esattamente come le Metamorfosi, non tende all’unità e all’omogeneità dei contenuti e delle forme, quanto piuttosto alla sua calcolata varietà, alla fluidità e al dipanarsi della “struttura” corrispondente a quella dei diversi e possibili significati. In questo complesso processo ci sono, inoltre, almeno altri due elementi importanti da considerare. Il primo è rappresentato nell’accostamento della lingua inglese a quella latina, un meccanismo che ci fa intuire quanto la prima sia percepita nella contemporaneità come linguaggio comune, idioma veicolare paritetico il secondo. L’altro risiede nell’uso dei neon, peculiari nell’opera dell’artista statunitense, rossi, blu, gialli e indaco che, ciascuno utilizzato per ogni singola stanza della galleria, aumentano l’effetto intermittenza dell’intera mostra e dello stesso spazio architettonico. Il neon è fragile e concettualmente sospinge verso una dimensione d’instabilità, così è instabile e mutevole la lingua, fatto dichiarato e provato proprio nell’accostamento che Kosuth mette in scena fra inglese e latino. Allo stesso tempo, il neon rappresenta anche una riflessione sul concetto di colore che, proposto nella fluidità della luce, perde inevitabilmente qualsiasi connotato materico riferibile all’estetica della pittura. Maxima Proposito (Ovidio) in ogni sua singolo elemento e da qualsiasi prospettiva s’intende osservare, si propone come un kosuthiano esercizio intellettivo, atto all’esplorazione del continuo generarsi di significato.

La recensione è pubblicata sul n. 265 di Segno

Joseph Kosuth

Maxima Proposito (Ovidio)

fino al 2 marzo 2018

Galleria Vistamare di Benedetta Spalletti

Largo dei Frentani, 13 – 65127 Pescara