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La Bellezza e l’Estetica della guerra di Piero Paladini

Quando Piero Paladini esordì nel 2014 con il suo Dio nero o la materia oscura presso la Galleria Tornabuoni di Firenze, a parlarne fu il critico Luciano Caramel, che definì il suo uno scatto determinante verso l’oggettività dell’immagine dipinta, pur muovendo sempre dall’idea, per Paladini matrice prima, col rischio, talora, di scivolare nell’idealismo, che è tutt’altra cosa. E quella non fu l’unica circostanza in cui il critico si interessò a Piero Paladini.

La materia oscura di allora, che in Paladini fu forse il frutto spontaneo di una riflessione artistica che, attraverso un filo rosso, ha proseguito nel legare i precedenti lavori in Medievalia -1999-, A colloquio con Pinocchio –2003- e I luoghi della mente -2004-, conferma nella sua recente esposizione La Bellezza e l’estetica della guerra quanto l’arte sia in grado di interessarsi della mela il seme (Paladini ct.).

La mostra, inaugurata il 14 aprile presso la Fondazione Palmieri di Lecce e curata da Maria Altomare Agostinacchio, riesce a spiazzare un osservatore attento al significato delle parole: un titolo provocatorio, poiché tutto ci si aspetterebbe di trovare, men che una concreta materia oscura “belligerante” in grado di far germogliare una forma di bellezza e di empatia.

In Dio nero, l’entità scesa in terra si interrogò sul modo di poter dialogare con gli uomini, essendo di fatto un’ombra intangibile, schivata per egual motivo. Solo un’esperienza sensoriale poteva conferire a quel “vuoto” una forma. Ecco, dunque, l’incontro con un sarto, che cuce su misura una veste da indossare: il dio diviene, proprio grazie alla veste, un corpo e può adesso interagire con gli strambi abitanti di un mondo diverso.

In Paladini, il dio nero sta al sarto come l’idea sta all’artista; in questo una veste diviene trasfigurazione dell’arte e per questo un artista è mosso a lasciare incontrare, nelle proprie opere, un inconscio e un immaginario collettivo, in grado di sfidare le distanze temporali e porsi, laboriosamente, nella volontà attiva di ricucire le differenze culturali.

La Bellezza e l’estetica della guerra di Paladini consolida, in una legge gravitazionale, esattamente quella “materia oscura” e quella “veste”, rispondendo alla guerra concettuale delle differenze con una disarmante umanità desiderosa di ricomporre i suoi frammenti di vita.

La storia -perché in Paladini esiste sempre un racconto che lega a sé le opere- è quella narrata dal punto di vista del figlio dello scalpellino Samhir, che vive il romanticismo e insieme la desolazione delle rovine greche lasciate al passare della devastazione barbara. Come poter recuperare quella bellezza? Da dove poter attingere un nettare estetico nello scarto generazionale, che va creando un residuo del tempo?

È sul residuo del tempo che è necessario soffermarsi, perché in L’estetica della guerra quel filo rosso temporale, su cui Paladini tesse il potere comunicativo dell’arte, funge da cerniera nella lacerazione di una veste, privata -per volontà o meno- di un contenuto etico su cui riflettere.

«Di una sequenza l’arte è un singolo fotogramma; questo è arte, qui viene concentrato tutto, come fosse la scintilla di un dinamismo bloccato. Quel che mi coinvolge è la composizione di un corpo, che nelle opere è sintomo stesso di un senso di smarrimento e, al contempo, veicolo atto a ribaltare i piani. Samhir è strumento usato dalla natura per irrompere nel mondo. Erosione del tempo trascorso, l’opera deve suggerire anche questo, anzi soprattutto questo, perché è esattamente così che opera anche la natura, che ritengo essere il più grande artista informale»; così Paladini riprende La bellezza e l’estetica della guerra in un -o di un- Medioevo contemporaneo.

Stupisce ancora una volta come la meta-narrazione riesca ad agire come una sorta di avamposto concettuale, in cui l’ estetica del Nostro mira a riattualizzare una Stimmung di riegliana memoria entro gli elmi di Piero della Francesca, ovvero quando solo la giusta distanza e il silenzio riescono ad incidere sul momento riflessivo di un’osservazione, ricompattando con lucidità quel che troppa luce distorce.

E osserviamo in silenzio e a distanza anche quelle rovine del tempo, che Marc Augè lascia sospese in un tempo astorico e distinte, per questo, dagli spazi troppo-pieni di accumuli di macerie sociali; come dire che allo scontro violento di civiltà non sincrone, illecitamente armate di diffidenza e fautrici di ammassi di rottami, l’arte denuncia sempre una menzogna per riconoscere la verità.

 

L’Estetica della Guerra – Piero Paladini

Fondazione Palmieri

Vicolo Sotteranei, 73100 Lecce LE

Fino al 28 aprile 2018