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La disciplina dell’attesa nelle opere di Rita Mandolini

parole private della forza, siete frammenti staccati,
e povere strisce d’ombre, da sole ritiratevi;
associate a un dipinto sarete ammesse,
se un profondo simbolo aiuta a cogliere l’occulto.
Franz Julius von dem Knesebeck
Dreystandige Sinnblider, 1643

Non ti faccio uscire, non ti lascio entrare è il titolo della personale di Rita Mandolini a cura di Noemi Pittaluga, in corso presso la Galleria Gallerati di Roma, fino al 19 ottobre 2018.

Un titolo che invita alla riflessione sul senso relazionale con l’opera e con se stessi nell’ottica di una maggiore attenzione all’interiorità e a quello spazio profondo, ben oltre il visibile. Ed è proprio in questa direzione e, varcando confini sottili e inesplorati, che abbiamo voluto meditare e soffermarci con l’artista in quegli spazi ristretti e intimi, nascosti nella semioscurità e vicini ai suoi campi d’azione preferiti. Entriamo senza uscire e usciamo senza essere entrati, nessun confine se non il nostro interno intento a interrogarsi per cercare risposte o diversamente porre nuovi e incerti quesiti. Una sollecitazione, quella di Mandolini, a vedere oltre la superficie delle cose, perché ‘al nero’, bisogna ancor più affinare i propri sensi, pazientare e attendere, ecco la pratica suggerita. Silenzio e relazione per accogliere lo sguardo profondo, affinché dal disorientamento iniziale, si possa giungere ad abitare, sentire e comprendere un nuovo spazio. L’azione si sviluppa attraverso una poetica del luogo e del soggetto come l’artista stessa ci indica. E in tal senso, siamo entrati nel suo mondo per sperimentare insieme, mediante alcuni interrogativi, le possibilità di un viaggio simbolico dell’essere e dell’agire, attraverso differenti linguaggi e modalità d’azione con cui la stessa Mandolini si confronta (dalla fotografia alla performance, prediligendo sempre la pittura, matrice del suo lavoro).

La trasformazione della materia è un tema caro all’artista e la concreta metamorfosi prevede necessariamente un cambiamento che si realizza nell’affioramento di qualcosa di inedito. Con questa nuova nascita, Rita Mandolini mette in discussione la densa staticità grumosa del nero bitume che spesso e volutamente sembra mascherare il contenuto delle sue opere. L’immagine è lì che attende di essere riconosciuta e vissuta”. Scrive cosi Noemi Pittaluga, curatrice, nel testo che introduce il lavoro di Mandolini in esposizione alla Galleria Gallerati.

E sull’idea di lavoro come atto di trasformazione e ricerca simbolica, condividendo spazi sconosciuti e strade ignote, che ci siamo riconosciute e abbiamo riflettuto con l’artista, sul legame indissolubile tra arte e vita e sulle immense possibilità nascoste al di là di porte, buie e ‘nere’, che spesso temiamo di aprire ed entrare perché forse, in fondo, nascosta dietro quel passaggio ‘nero’,  non è che la paura di scoprire e ritrovare davvero noi stessi (?).

Amalia Di Lanno Qual è il tuo rapporto con il lavoro inteso come processo creativo di azione e produzione (fare) ma anche, e soprattutto, come messa ‘in opera’ dell’artista (essere)?

Rita Mandolini Il fare è come cercare un alfabeto sempre nuovo, fatto a volte di silenzi, inattività, incomprensioni. Come ogni incontro e conoscenza reciproca, arriva il momento in cui ognuno debba prendere la propria strada. Sei di nuovo sola, cammini e inciampi in qualcosa che senti di non dover evitare, e tutto ricomincia.

A.D.L. In un percorso artistico e di crescita personale e artistica quanta importanza riveste la disciplina?

R.M. Sono quasi tenacemente incostante, ma potrei dire che nella lentezza trovo un modo di procedere disciplinato. In un incedere lento, quasi immobile, puoi avere delle sorprese. Da questo non devio.

A.D.L. Esiste una porta ‘di mezzo’, in riferimento anche al titolo di questa ultima esposizione, da cui non si esce e non si entra? 

R.M. Identifico la “porta di mezzo” come una paralisi momentanea di durata indefinita, variabile individuale.

A.D.L. Nel ‘nero’ della tua opera, inciso a fondo, affidi a chi è dinanzi la possibilità di un viaggio/lettura simbolica, l’opportunità di muoversi oltre una soglia e sperimentare se stessi. Ritieni che esiste una volontà di ’nero’ ovvero che una ‘assenza’ di colore possa stimolare e condurre all’espressione di una vera ‘presenza’ di se stessi alla luce di ciò che sentiamo essere?

R.M. Il viaggio/lettura necessita di stasi, in questo c’è una potenzialità di spostamento, prima di muoversi oltre la soglia. Alla tua domanda su una possibile esistenza di una “volontà di nero”, risponderei con una frase di Beckett: “È un distruttore che accresce l’esistenza”.

Rita Mandolini. Nata a Roma, dove vive e lavora, diplomata in pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma. La sua ricerca pittorica accoglie da sempre ogni altro linguaggio o tecnica che possa mettere in discussione l’ovvietà dei rapporti tra apparenza, tratto, materia e visibilità. Riconosce nella pittura un medium che ha una speciale vocazione ad assorbire elementi semantici e materiali inaspettati e destinati a mutarne le forme acquisite, ridefinendo i margini dell’oggettualità artistica. Nelle sue sculture e fotografie, vi è una intrinseca natura pittorica; come anche è fondamentale, nella genesi di ogni suo lavoro, il rapporto meditato con la musica e con la letteratura. L’importanza che nella sua arte attribuisce alla relazione con lo sguardo e l’azione degli altri, l’hanno portata negli anni a collaborare a diversi progetti condivisi, in particolare con il gruppo performativo artisti§innocenti.

Rita Mandolini. Non ti faccio uscire, non ti lascio entrare
A cura di Noemi Pittaluga
Fino a venerdì 19 ottobre 2018 (ingresso libero)

Galleria Gallerati
Via Apuania, 55 – Roma

Sabato 13 ottobre 2018, in occasione della XIV Giornata del Contemporaneo organizzata da AMACI, la mostra è visitabile dalle ore 17.00 alle 21.00.