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L’arte di farsi rispettare (dalla politica siciliana)

La politica è un’arte, non c’è dubbio. Alcuni considerano le due attività scisse, altri due faccie della stessa medaglia. C’è chi denota una pesante ingerenza della prima nei confronti della seconda, e chi è convinto che entrambe vivano in armonia. In Sicilia, invece? In un viaggio tra pagine di filosofia, di sociologia, poesie cantate e testi indù, la visione onirica di un’Isola per l’ennesima volta alle prese di una paradossale campagna elettorale.

 

Avvertenze. Questo articolo potrebbe essere stato scritto dieci o cinquant’anni fa, e sarà valido anche tra duecento anni. A testimonianza che l’arte della politica, in Sicilia, non subisce variazioni; perché è sempre uguale a se stessa. Ciò significa che essa, seppur divertente o sanguinaria, è poco utile.

Ruberie (preventive). Sì, lo sappiamo: il titolo non è originale. È stato copiato, va bene. È stato copiato dall’edizione italiana di un trattato orribile, scritto da Arthur Schopenhauer durante il periodo berlinese, cioè nella prima metà dell’ottocento, presente nel manoscritto “Adversaria”. In queste pagine il filosofo, ispirato dai libri teologici e giuridici della fine del cinquecento, disserta, attraverso quattordici massime dal carattere empirico, sul sentimento dell’onore. Vi chiederete: perché rubare un titolo esistente? Parlando di politica, non potevamo che ispirarci a un’attività a essa affine.

Strane comparazioni, limpide spiegazioni. Alla massima numero cinque, il filosofo annota una differenza sostanziale tra due qualità spesso confuse: la fama e l’onore. La prima è positiva, dice, la seconda è negativa. Perché l’onore, non concernendo particolari caratteristiche, non indica qualcosa in sovrappiù, bensì ciò che di regola non dovrebbe mancarci. Insomma, l’onore non ci rende eccezioni, ma si dà per scontato. La fama, invece, «deve prima venire conquistata, e precisamente con il mostrare qualità che altri nostri simili non hanno e per le quali quindi ci si distingue […][1]». Al politico siciliano, a cui si è devoti non per fama, al contrario per onore, sia chiaro che codesta qualità, secondo il filosofo, «si basa molto più spesso su quel che non facciamo piuttosto che su quel che facciamo, e dal fatto che fornisce più prescrizioni negative che positive[2]». Da qui si spiegano tante cose.

Weber alla stazione di sevizio. Se la descrizione dell’onore siffatta non bastasse, passiamo a un’altra fenomenologia. Il pensiero di Weber che tra poco leggerai è talmente celebre che, scrutando bene tra le iscrizioni sulle pareti dei cessi delle stazioni di servizio, lo troverai illustrato tra il numero di un tizio che cerca compagnia e la stilizzazione in chiave preistorica di un corpo femminile. Circa a metà conferenza, il sociologo delinea la figura di un personaggio oscuro, la più alta forma artistica all’interno della macchina politica, cioè un: «imprenditore capitalistico […] che procaccia voti a proprio rischio e pericolo. […] egli tesse la sua rete sino a quanto riesce a “controllare” un certo numero di voti[3]», divenendo «indispensabile per l’organizzazione di partito[4]». Tale figura è il carburante e insieme il freno di ciò che accade in Sicilia. Questo, semplice comprenderlo, è l’unico caso in cui fama e onore coincidono.

Balistreri, Sciascia, Chagall e Arjuna. Il 90% dei politici siciliani -purtroppo- si occupa di arte. Se non può occuparsi di politica in prima persona, preso dai suoi mille impegni, farà in modo di occuparsene ugualmente. Se ti andasse di tracciare l’itinerario di questa catena di “deleghe”, arriverai con certezza matematica alla figura delineata da Weber. Ovviamente non ci arriverai vivente (perché il percorso a ritroso ti toglierà il respiro). Da deceduto, però, potrai godere di due visioni fantastiche. La prima sarà l’entrata in una delle cartoline più fedeli della Sicilia, e non quelle prodotte dalla politica a fini turistici; quella cartolina in cui «la Sicilia ascolta la sua vita[5]». Lì Rosa Balistreri, con la chitarra, canterà una poesia di Sciascia: «Come Chagall, vorrei cogliere questa terra/dentro l’immobile occhio del bue./Non un lento carosello di immagini,/una raggiera di nostalgie: soltanto/queste nuvole accagliate,/i corvi che discendono lenti;/e le stoppie bruciate, i radi alberi,/che s’incidono come filigrane[6]». La seconda sarà Śrī Krsna che, tenendoti per mano, avendo notato i tuoi sforzi per farti rispettare dalla politica siciliana, ripulando l’arte, esclamerà: «[…] in piena consapevolezza di Me, libero da desiderio di profitto, da rivendicazioni di possesso e dall’indolenza, combatti, o Arjuna[7]». Non so di cosa dovrebbero occuparsi i politici siciliani; di sicuro non dovrebbero occuparsi di arte.

 

[1] A. Schopenhauer, “L’arte di farsi rispettare”, Adelphi, pag. 39.

[2] A. Schopenhauer, cit., pag. 39.

[3] M. Weber, “La scienza come professione – La politica come professione”, Oscar Mondadori, pag. 102.

[4] M. Weber, cit., pag. 102.

[5] L. Sciascia, “La Sicilia, il suo cuore – Favole della dittatura”, Adelphi, pag. 11.

[6] L. Sciascia, cit., pag. 11.

[7] “La Bhagavad-Gītā così com’è”, The Bhaktivedanta Book Trust, pag. 149.

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Dario Orphée La Mendola

Nato ad Agrigento. Maturità scientifica. Laurea magistrale in filosofia. Insegna Estetica ed Etica della Comunicazione presso l'Accademia di Belle Arti di Agrigento e Progettazione delle professionalità presso l'Accademia di Belle Arti di Catania. Critico e curatore indipendente. Collabora con numerose riviste, scrivendo di arte, estetica, filosofia della natura e filosofia dell'agricoltura. Si sta occupando dello studio del sentimento, di gnoseologia dell'arte, estetica della natura e scienze naturali.