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Liber-azione di Patrizia Giambi

Dialogo con Patrizia Giambi in occasione della sua mostra personale presso Marmo, libreria d’arte contemporanea a Forlì, dal 1 dicembre fino all’8  gennaio 2019. La mostra,  oltre a presentare lavori recentissimi, offre l’occasione per conoscere alcune significative tappe della lunga ricerca artistica di Patrizia Giambi, sviluppatasi a partire da Forlì ed approdata in varie città degli Stati Uniti, tra cui Los Angeles, Chicago, Baltimora e Miami, e d’Europa, come Amsterdam e Parigi.

Lucia Lamberti. i tuoi progetti artistici prendono avvio nel 1985 in duo con Maurizio Cattelan, per proseguire inarrestabilmente fino ad oggi. In essi si possono ritrovare due filoni di indagine riconducibili ad altrettante categorie del pensiero tra loro apparentemente distanti: l’archetipo e la misurazione. In opere quali “Porta”, esposta in occasione di COMMAND-ALTERNATIVE-ESCAPE 2017 presso il giardino dello spazio Thetis di Venezia, così come nella corona d’oro con la quale hai percorso lo spazio di Arte Fiera a Bologna nel 2000 (“Ho dei trilli per la testa”), agisce fortemente il simbolo nella matrice creativa; mentre in “Metro elastico” del 1994 e “KM 5,5” del 2016, in cui il tuo corpo si muta in tachimetro e trasforma la galleria LocaleDue in un battistrada, la parte creativa si aggancia alla categoria della misurazione, del controllo, del rapporto tra le parti e il tutto e il tentativo di tradurre la realtà in un codice. Esiste un fil rougetra questi due poli? Oppure è proprio la loro distanza a fare da carburante creativo?

Patrizia Giambi  Se c’è una risposta al bivio che questa domanda pone, posso trovarla solo nell’imperfetta compenetrazione con il mondo tipico dell’infanzia. Cito a memoria dal saggio  Patrizia Giambi e il negativo della lingua che Marco Scotini ha  scritto in occasione della mia mostra personale “Carta dei 25 anni”  per il progetto Wuderkammer presso la galleria Riccardo Crespi, Milano, da giugno a ottobre 2016.  “Ad un congenito disorientamento dell’individuo  fa capo un mondo indefinito di gesti attraverso cui doversi orientare, sempre e di nuovo. In contesti imprevisti, privi di abitudini consolidate, di regole stabili.” Qui si situerebbe la matrice stessa del linguaggio.   Dalla macchina da scrivere alterata del ’92 e ’93 alle combinazioni dei segni di Shape (1993), alla precarietà di Summer Solstice (1996) fino alle ceneri di Personaggi poco corporei (2013) ritorna continuamente questa irriducibile differenza  per agganciare  uno scenario di sintesi. Dove per un momento posso cogliere la parziale sconfitta di Babele.

LL. Le tue opere sono realizzate attraverso diverse tecniche, ma c’è un medium che prediligi? Pensi che esista un legame tra medium e identità dell’artista?

PG Se non fossi artista, sarei diventata uno scultore, della scultura mi piace che il mio corpo ne è completamente coinvolto, ne è parte, il mio corpo è attivo quando faccio scultura. Ma non posso sottrarmi alle sollecitazioni dello spunto, l’intuizione iniziale, e poi c’è il processo di formazione dell’opera che è un puro tentare, è un fare che mentre fa inventa il suo modo di fare,  e poi tutto quel lavoro di appunti, schizzi, abbozzi, studi, esercitazioni… e quindi tu dilaghi…È come se l’opera nascitura ti conducesse lei stessa verso il medium che preferisce per manifestarsi nella realtà. E questo medium può variare. Penso ad artisti come Marisa Merz  e Corrado Levi, con i quali sento di condividere un approccio, un metodo, uno sguardo, seppur con le dovute differenze essendo loro di generazioni prima della mia. Più che legame tra medium e identità dell’artista, c’è sicuramente un legame tra medium e mercato. Un medium costante e riconoscibile facilita il lavoro del mercato.

LL. Altra costante che si individua nella tua indagine è la sperimentazione collettiva. Partendo proprio dalla città di Forlì e dall’esperienza di Palazzo del Diavolo, che differenze noti nella pratica di ieri e quella di oggi, quali energie esprime attualmente il territorio?

PG Io aspiro a dialogare con la comunità degli artisti, ma  la massa è fondamentale nell’economia dell’arte: il mio problema personale è come evitarla, ma nell’epoca social se non hai una massa che ti segue, nessuno investirà su di te, non avrai spazi, non potrai portare avanti la tua ricerca. Recentemente un mio intervento aveva proprio questo tema: sommare il peso delle persone presenti in un certo luogo per un determinato evento per poter affermare “il peso” dell’evento. Il XX secolo ha posto due problemi: la burocrazia e la massa; da un lato Kafka, Benjamin, Simone Weil; dall’altro Canetti. E’ ancora così ed è ancora guerra.  “Ieri” e  “oggi”  sono categorie un po’ scivolose.  Le nostre pratiche erano gestite privatamente, senza alcuna pianificazione con l’ente pubblico,  e proiettate oltre il territorio ed intercettavano energie chiare, di ricerca artistica, senza commistione con necessità di aggregazione e animazione sociale. Qui, ora, mi sembra di vedere da una parte una energia molto protesa verso la vita associativa con una considerevole offerta di attività hobbistica, dall’altra parte invece  percorsi artistici individuali e autonomi faticano a trovare sostegno.

Patrizia Giambi

Liber-azione

Marmo – Libreria d’arte contemporanea

Corso Garibaldi 152-154, FORLÌ

dal lunedì alla domenica dalle 10.30 alle 19:00

escluso festivi

fino all’ 8 gennaio 2019