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Lo stato di salute dell’artista

Nell’attesa e altro tempo da perdere

La luce rarefatta dell’inverno legittima nel suo biancore livido dei volti e delle cose i confini che ci attraversano. E ci conferma che ci siamo, nella densità dei giorni, nella compattezza impenetrabile del reale, noi siamo presenti nel nostro imperturbabile ingombro a cadenzare il ritmo delle stagioni, quello che da Guccini in poi, un po’ a zig zag, un po’ così cosà alla Paolo Conte, hanno certificato la nostra ineluttabile presenza  su questa terra. Nostra “madre”, nostra culla, sembrerebbe anche benedetta quando nel chiuso delle nostre mura, sempre le stesse quattro, ci prodighiamo nelle migliori distrazioni, inconsapevoli e impotenti forse anche un po’ negligenti a glissare, limare, rimuovere i malumori, i malanni quotidiani, le incertezze del momento, redatte dai bollettini dei telegiornali, dalle cartelle esattoriali, da una filastrocca di perché e percome  che ribaltano le nostre esili certezze, rafforzando le nostre contraddizioni

Nel frattempo il futuro avanza.

E in questo tempo che passa e ci sorpassa è legittimo dare corpo alla speranza, unica forza superstite per ribaltare lo strapotere di una realtà falsamente democratica in mano a forze mondiali che stanno determinando  un totalitarismo strisciante, virale, tentacolare. Io vorrei sperare ancora e di più  che si animassero le coscienze all’insegna dei migliori propositi che da tante parti dei social e non solo  stanno prendendo il posto all’apatia, alle convenzioni a quella sorta di servilismo di massa , muto e consenziente che si manifesta come quando si aspetta il proprio turno in una anonima sala di attesa, scrutando i propri simili in una sorta di apnea esistenziale. Siamo chiamati tutti a rinsaldare le nostre identità, nello scambio tra noi soggetti, anche ultraterreni, alla ricerca costante, senza sosta, dei sentimenti legati alla tradizione, in una visione etica che lega conoscenza e partecipazione. Abbattendo quelle barriere nemiche di tanta ipocrisia, falsità, di tanta eloquente retorica. 

“Colpiscimi qui dove sono più debole/ ad anni luce dall’immenso, a tre/ passi dal rimpianto a sette mesi/ da un respiro fatto/ d’inevitabile arrivederci”, scrive una poetessa che celebra l’attesa degli eventi come l’allusione ad una intera condizione esistenziale, così come è la nostra, multiforme, polimorfa. Avendo il coraggio, lungo il trascorrere delle ore di non curarsi delle intemperie del silenzio, degli amori disamori appassionati, dei trabocchetti in cui precipitiamo perché inguaribilmente soli.    

Che cosa e’  dunque questa “attesa” che ci attanaglia, che ci ferma il respiro in un andirivieni compulsivo di richieste, di offerte, di aspettative organizzate per nomenclature che si realizzano o risultano disattese nell’asservimento a una verità ineluttabile, se non la risposta a una domanda che abbiamo erroneamente interpretato come una promessa ma che si rivela, e si è rivelata sempre, invece, solo come una premessa.

Nella concezione filosofica si identifica il tempo con l’idea del movimento e le sue variabili. Come lo svolgimento di un’azione che nella sua prassi, risultando noiosa e interminabile  ci porta a verificare un senso frustrante di staticità di un qualche cosa che non passa mai. Così e diversamente, invece, risulta come una vertiginosa accelerazione un momento di gaudio totale, di incontenibile felicità , tali da sembrare irripetibili, restituendo la sensazione di un tempo che fugge, che non lascia spazio alle rimembranze più immediate. L’attesa di un abbraccio  che affascina  nella prassi vivace dei ruoli, o la sua esatta negazione, speculare e comprimaria , nella lente amplificata della psicanalisi, delineano l’immobilità della scena quando si è immersi nel dramma o nella fretta, nel movimentato laboratorio, invece, che è la vita. E così l’abbaglio di una verità inguaribile è il punto chiave, fermo, in cui l’attesa è un’esile trama senza pronostici e di dubbie speranze.

Nell’esercizio a cui la vita ci ammaestra finchè c’è ancora da vivere, l’attesa stessa è la dimensione primaria su cui si innesta, si costruisce la vita. In uno scenario in cui il tempo è risucchiato dal futuro nell’attimo contingente del presente, non c’è durata, privato del reale significato che non da’ traccia di se nell’azzeramento di quegli istanti che si susseguono e nell’attesa, direi patologica, che qualcosa si compia.  Il tutto si condensa, prende corpo nello sguardo che indaga e che sa guardare, dal latino “specere”, oltre il dosso che ci nasconde e dove si addensano le paure, le angosce, quei silenzi tragici che alimentano inutilmente la passività di talune ansie. Quindi, l’attesa, in sintonia  con la forza di un controcanto intimo e migliore ,quale solo la speranza può fare accedere diventa sterile deserto del nonsenso, dove, prendono posto la noia, la depressione in un panorama spento dove il futuro precipita in una zona buia, quasi il centro di una interruzione.

Solo l’esperienza dell’artista come quella del poeta, nella loro pratica esprimono il miraggio di un altrove da raggiungere superando il dato fisico e tangibile di ogni stravaganza del destino o altre violenze inflitte dalla storia o da altri incidenti che attraversano la quotidianità.  Perché la capacità immaginativa dei soggetti che chiamiamo diversamente creativi equivale ad esibirsi in un salto mortale , doppio, dove le dinamiche sono le incognite e il risultato finale, ( non mi stancherò mai abbastanza   di citare il mio innamorato per stima e compiutezza intellettuale Carmelo Bene) un braccio di ferro con la Storia, le sue attese, i suoi tradimenti, mentre il “Capolavoro” prende il volo…….”Art happens”, (Borges), ancora, e senza perdere tempo, come tutte le cose in divenire.

I giovani nati nel 2000 non hanno fretta di diventare grandi, guardano osservano gli avvenimenti della politica con l’ottimismo proprio dei primi diciotto anni, senza sentirsi dipendenti di Facebook o altre diavolerie dei media. Nella testa tanti sogni, come postille sospese.

Freud rimarcava che non esiste una ricerca attiva del piacere in se stesso, quanto piuttosto una continua “fuga” dal dispiacere. E’ per questo solido motivo che i diciottenni d’annata hanno già scelto quale strategia seguire, con il sorriso che non nasconde sorprese, ma tanta curiosità e la volontà di sentirsi protagonisti della propria storia, determinati a fare e a essere loro, in prima persona, la differenza. Perché già ammaestrati a costruirsi gli anticorpi contro le paure, le fobie, quelle che, dopo l’attentato alle Twin Towers con cui sono cresciuti, ne certificano l’ineluttabile esistenza. Restii a parlarne, però, convinti di un’ implacabile impotenza, convinti che non c’è più nessun “ io che ha bisogno di una patria”, ben disposti, quindi, a lasciare famiglia e l’hortus conclusus degli immediati dintorni come fossero incontri ravvicinati di un altro tipo.

Altro tipo era l’eskimo che portavamo addosso, per protesta, per piaggeria, poco importava, ai tempi del nostro vituperato, glorioso inglorioso folgorante ‘68 d’importazione d’oltralpe di quel maggio francese, sempre un passo avanti nella Storia, rispetto alla nostra cristianamente più addomesticata  e democratica. Tutti figli adottati ancora prima, negli anni ‘50 dalla Beat generation, un modo di vivere on the road che non è stata una moda come ne sono stati testimoni anche i nostri figli dei fiori, (“Fai un gesto hippy”, suggerisce sornione ancora oggi il mitico gallerista Pio Monti, quando vuole sorprenderti con una frase shock…..),  dai capelli lunghi, che oggi fanno solo sorridere,  come la comparsa dell’uso delle droghe, giustificate come un’arma contro l’autoritarismo.  Abbiamo vissuto l’dea di un’attesa che si è consumata tra concerti nei parchi e l’assassinio di Aldo Moro, i primi referendum sull’aborto, il divorzio  e altri attraversamenti dalle proteste ai cortei di cui la memoria se ne fa carico per tramandarla ai nostri giovani etero borghesi.  Un archivio folto, straripante di storia, di vicende, personaggi cult della politica, della moda che hanno animato gli anni della nostra crescita, combattendo e sfidando divieti e censure, dogmi e tabù, sempre nella tensione di allargare le prospettive della propria mente, andando controcorrente, nel segno di una irrinunciabile libertà.  Quella per la quale l’artista non può abdicare il proprio credo  per l’ottusità di chi ci governa,  che favorisce i cortigiani che sanno attendere nelle anticamere  dei vari partiti di turno.

In questo teatrino  delle vanità animato  e appassionato, insieme agli amici nemici conoscenti passati in rassegna ho recitato la mia parte in una overdose crescente di desiderio, come eccesso e accesso alla condivisione di quel Nulla di cui siamo permeati, come non fossimo mai nati, come quando, ieri come oggi, ero e sono ancora allegramente protesa con la “pargoletta mano al verde melograno”.  Silenzio, si gira!!!!!!, ma, mi raccomando, leggermente sfocato…

Lo stato di salute dell’artista: le domande rivolte ai poeti e ai musicisti/cantanti
(Nell’attesa e altro tempo da perdere)

  1. Ammazzare il tempo: con quali armi?
  2. “Da qui all’eternità”: è un lungo viaggio, in quale stazione fermarsi?
  3. Scrive Montale: “…..L’attesa è lunga, il mio sogno di te non è finito”. Ma i sogni finiscono? O si interrompono?
  4. “Sarei inarrestabile se solo riuscissi a incominciare”: quali pronostici per il “quando”?
  5. ieri, oggi, domani: un labirinto dove perdersi o ritrovarsi?
  6. Che cosa fischietti a tempo perso?
  7. Un giornalista ha chiesto in una intervista a John Lennon: prevedi un tempo in cui andrai in pensione? Le leggende non vanno mai in pensione, o no?
  8. Ogni “sabato del villaggio” allude a delle aspettative: quali sono le tue, quelle che reputi migliori?
  9. Nell’Eclipse, dei Pink Floyd, il testo “it’s all dark” non prevede l’attesa di un’alba, di un lato illuminato della luna. È solo un’illusione?

I poeti e i musicisti/cantanti intervistati

Alessandra Paganardi

Alessandro Canzian

Alessandro Catà

Bianca Garavelli

Daniela Poggi

Eliza Macadan

Fausto Bongelli

Filippo Brandi

Gabriele Paolini

Ginfranco Lauretano

Guido Garufi

Hector Ulises Passarella

Isabella Leardini

Luigi Bruti

Maria Grazia Calandrone

Maria Grazia Maiorino

Maria Lenti

Mina Welby

Paolo Ruffilli

Piergiorgio Viti

Roberto Passarella

Tony Esposito