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MARINELLA SENATORE: Piazza Universale/Social Stage – NY

Il Queens Museum di New York ospita  Marinella Senatore: Piazza Universale/Social Stage, la prima mostra personale dell’ artista italiana in un museo statunitense. Piazza Universale/Social Stage, a cura di Matteo Lucchetti, costituisce una summa dell’ opera della Senatore e dispiega una serie di progetti da questa realizzati in Spagna, in Francia, in Italia e negli Stati Uniti dal 2009 ad oggi.

Presenti di certo i topoi della poetica della Senatore: la partecipazione collettiva, lo stravolgimento delle rigide maglie dell’arte contemporanea, la dissacrazione dello spazio museale, l’ibridazione dei ruoli artista/fruitore.

Marinella Senatore costruisce qui un percorso immaginifico ed inebriante, rapisce l’osservatore nella fascinazione di una inusitata malìa. E lo fa utilizzando un ampio diapason di media che da sempre caratterizzano la sua produzione: video, disegno, performance, collage, installazione, fotografia, musica, pittura e scultura. In occasione di questa importante antologica, che segna un momento nodale nella sua vita artistica, abbiamo intervistato Marinella Senatore.

Serena Ribaudo: Piazza Universale/Social Stage: come nasce il titolo della mostra?

Marinella Senatore: Il primo è un titolo italiano che si riferisce alla piazza (nell’ immagine italiana che se ne può avere) come un concetto sociologico, vale a dire uno spazio pubblico per eccellenza dove diverse vite si incontrano e immaginano possibilità – un concetto caro alla tradizione italiana di concezione dello spazio pubblico. Inoltre il titolo deriva anche da uno spettacolo organizzato a Roma nel 1988 presso il Museo delle Arti e Tradizioni Popolari che presentava le diverse modalità di sviluppo e presentazione dei parchi di divertimento temporanei, nonché la fiera mondiale, organizzati sul territorio italiano nel secolo XIX e XX. Strutture temporanee e vernacolari sono sicuramente una grande ispirazione per la formalizzazione del progetto e abbiamo voluto rendere omaggio a questi due aspetti nel titolo. Inoltre, abbiamo pensato che l’ingresso della mostra – una sorta di bocca gigante di una donna – potesse trasmettere la sensazione tipica di quando si prende il coraggio di attraversare una casa degli orrori o le montagne russe! Allo stesso modo, i partecipanti alle opere si esaminano al di fuori della loro zona di comfort, imparando a fare un film, cantando, scrivendo, danzando come amateur, o facendo della loro attività professionale abituale una esperienza diversa, perché realizzata assieme ad altri e in un contesto completamente diverso. Questo è lo spazio in cui le strutture sociali sono attraversate dai partecipanti dei diversi progetti in vario modo, passando dai palchi, che considero piattaforme sociali e per quello ancor più interessanti se collocate nello spazio pubblico, alla progressione da una posizione sociale ad un’altra, nuova ed imprevista. La mostra vuole rappresentare un’intera esperienza per il pubblico del Queens Museum per conoscere il mio lavoro e in generale la mia pratica, riattivando anche lavori del passato, osservati retrospettivamente. Infatti, quattro grandi progetti dal 2009 al 2016 sono stati attentamente pensati per comunicare tra di loro e sottolineare la metodologia dei progetti partecipativi e inclusivi di cui mi interesso incessantemente. Volevamo mostrare che cosa una pratica artistica comunemente impegnata politicamente e basata sull’engagement delle comunità potesse essere presentata non soltanto in forma di documentazione (che torvo meno interessante nel 2017 francamente), ma piuttosto trasformare lo spazio espositivo nel backstage di un teatro immaginario: infatti il pubblico è guidato nella fruizione da una serie di luci e momenti musicali sincronizzati che si riferiscono ai tre progetti principali e guidano da uno all’altro lo spettatore, seguendo una drammaturgia specifica. Così i pezzi possono essere sperimentati in modo più tradizionale – sedendosi con le cuffie e guardando l’intero video – o piuttosto componendo un montaggio in diretta di immagine e suono camminando e guardando le opere mentre suonano diversi brani musicali. Un altro importante strato dello spettacolo ha a che fare con la protesta come forma artistica che dà forma a nuove idee e nuovi modi di comprensione della politica e della società mentre è in esecuzione: un intera galleria è stata dunque dedicata al lavoro realizzato a New York proprio quest’anno, “Protest Forms”, dove attraverso differenti display si incontrano la poesia, la lettura e scrittura di canzoni di protesta (veicolo da sempre di storia orale), attivismo, pensieri sull’ emancipazione, il movimento collettivo fisico (si pensi alla marcia) come forme di cambiamento sociale, e tanto altro ancora. Da queste premesse e ricerche ha preso forma anche la performance che ha inaugurato la mostra: “Protest forms: memory and celebration Part II”, che ha visto il coinvolgimento di oltre 350 partecipanti tra attivisti, poeti, rapper, cantanti, ballerini, lottatori, musicisti, gruppi folcloristici e molti di più, che si sono esibiti insieme in un contesto potentissimo, che ha potuto rivelare diversi lati di movimenti politici già noti, ponendoli in contatto con gruppi artistici, come il balletto o la musica sinfonica, che si sono percepiti sotto una nuova luce e potenzialità.

S.R.: Spesso sostieni che grazie al tuo lavoro ed alle peculiarità della tua opera hai avuto modo di visionare un ampio spettro di umanità. In cosa ti ha maggiormente arricchita l’apertura artistica ed umana verso l’altro?

M.S.: In ultima analisi ho sempre voluto lavorare sulle strutture sociali, le possibilità di trasformazione ed emancipazione, i processi didattici, ma ancor più importante, le diverse possibilità di aggregazione, basata su sistemi realmente egualitari, altri modi in sostanza di stare insieme e le importanti opportunità che ne possono derivare. Questa è una delle occasioni e potenzialità più importanti che le pratiche artistiche hanno oggi a mio avviso e sto lavorando da molto tempo per rendere questa possibilità disponibile per il maggior numero di persone possibile.

S.R.: Qual’ è oggi per Marinella Senatore la responsabilità dell’essere artista?

M.S.: Poter agire sul ‘possibile’, aprire scenari e con molta umiltà accedere a discorsi e dibattiti con una peculiarità linguistica eccezionale.”Etica” dovrebbe però essere la parola più interessante.

S.R.: 
Hai calcato i più prestigiosi palcoscenici nazionali ed internazionali, viaggiando per il mondo. Quali luoghi hanno più di altri vivificato la tua creatività imprimendosi nel tuo fare arte?

M.S.: Per il momento, e nonostante tutte le contraddizioni immaginabili, gli Stati Uniti hanno segnato in maniera fortissima la mia esperienza artistica e umana.

S.R.: Quali i prossimi progetti di Marinella Senatore?

M.S.: La School of Narrative Dance in scena al Centre Pompidou, una mostra e performance presso la kunsthaus di Zurigo, un lavoro performativo basato sulla sagra e il folklore con The Blank a bergamo, mostre in gallerie pubbliche e private in Portogallo, un progetto che costituirà il battesimo di una nuovissima istituzione a Richmond, in Virginia, una personale ad Innsbruck, la presentazione della School of Narrative Dance a Documenta, Kassel, un Grant per una residenza a Dresda, una collettiva presso la galleria newyorchese Andrew Kreps, moltissime operazioni pubbliche, seminari in diverse università tra la Germania e la Finlandia un lavoro community based nella città di York, e poi ancora una processione a Copenaghen, una collettiva ad Extra City di Anversa, una residenza in Belgio, la Biennale di Shenzhen in Cina.

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