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Mina Welby

1) Che cos’è l’arte? Un lavoro, oppure un hobby?

Per me l’arte è un talento del modo di creare, vuoi, anche solo il minestrone. Ricordo i lavori di sartoria di mia madre che da vestiti vecchi riusciva a produrre dei vestitini per me, bambina, che le mie compagne di scuola mi invidiavano. Arte per me è un lavoro che si fa con passione e amore e da cui ne deriva soddisfazione e piacere. Ricordo una Scuola Tecnica Femminile a Merano, prettamente orientata a dare alle ragazze un’educazione sull’arte a governare una casa in tutti i suoi aspetti di comfort, bellezza, senza grandi spese, oltre a dare istruzione di scuola media superiore. Con la maturità le studentesse potevano continuare a studiare all’Accademia dell’Arte e in diverse altre facoltà.

Entrando nella vita di chi io ritengo sia un artista, precisamente di Piergiorgio Welby, mio marito, c’è da dire che per lui dipingere, fare incisioni su linoleum, era un modo per lottare contro la Distrofia Muscolare. Significava fare sforzi con pennellate controllate e comandate dal cervello ai muscoli delle dita, delle mani, delle braccia. Usava per un breve periodo anche delle sgorbie per fare delle linoleografie. Ancora conservo le matrici, preziose testimonianze di fatica estrema, ma che hanno nella loro anima delle vere opere d’arte. Le sue opere non hanno titolo: “non sono un artista, i miei lavori sono terapia.” Questo ha fatto sì che la sua vita è diventata un’opera d’arte.

2) Vissi d’arte o vissi d’amore?

La vita per me era ed è tutt’ora un connubio tra arte e amore.

Vissi d’amore che ha fatto sì che cose semplici diventarono opere d’arte. Infatti per anni feci il garzone di bottega. Quadrettavo i disegni a matita di Piergiorgio e li riportavo in scala sulla tela. E il mio artista aveva la bozza a matita da poter dipingere. 

Nella macrofotografia vivemmo insieme anche l’amore per la natura. Mai abbiamo fatto morire un insetto. I modelli insetti erano molto vivaci e ci voleva un piccolo trucco per poter fare una bella foto. Pochi minuti ibernati in freezer, mentre velocemente preparavo l’ambientazione e Piergiorgio impostava la macchina fotografica e i flash. I modelli grilli, ragni, afidi, coccinelle, bruchi e perfino farfalle a turno si sgranchirono e, messisi in posa, anzi in movimento, in corsa, in volo, vennero immortalati. Certo, non tutti insieme, ognuno aveva il suo trattamento speciale con molto garbo e accuratezza. E poi tornava ognuno sul loro posto, da dove li avevamo presi. Nemmeno le signore modelle umane vengono trattate così. Ogni foto è una storia d’amore. Ma queste sono solo piccole storie speciali. Come ad esempio quella del bruchino appena visibile che si nutriva solo di corolle di pratoline. Dovevano essere fresche e succose. Avevo un alunno ancora nella scuola primaria che studiava il tedesco con me, che ogni giorno me ne portava la porzione di fiorellini che servivano al mio animaletto. Crebbe e alla fine fece un bozzolo, sotterrandosi nel terriccio del piccolo terrario. Dopo qualche settimana da sotto terra salì una falena che, asciugatesi le ali, la sera, all’imbrunire, volò via verso la notte.

3) Si dice che sia un tipo strano: hai mai incontrato o conosciuto un’artista?

Quel “tipo strano” che avevo incontrato a Campo de’ Fiori mi doveva solo servire per indicarmi la strada per trovare Piazza Venezia a Roma. Fu davvero un incontro speciale che ha segnato tutta la mia vita, ma anche la sua. Sì per quei tempi per una borghese altoatesina, tutta casa-studio-scuola e chiesa un giovanotto barbuto con i capelli lunghi poteva essere un tipo strano. Ma non mi impediva di chiedergli come arrivare a piazza Venezia. A pensarci bene ora, la tipa strana mi pare sia stata io. Il suo comportamento anche un po’ scanzonatorio mi stava bene. Aveva un po’ le sembianze dei disegnatori di ritratti delle piazze al centro di Roma. Ci eravamo alla fine scambiato i numeri di casa. Nel 1973 non c’erano ancora i telefoni portatili. 

Riflettendo su tutto il percorso  di ben trentatre anni di conoscenza e convivenza, anzi una vita intensa, mi rendo conto che insieme siamo riusciti a creare qualcosa di non programmato. Non siamo stati noi, era la Vita che ci ha portato a quello che non avevamo mai cercato. Ci eravamo trovati nell’amore che fu anche arte e prevalentemente arte, di colore, di parola, ma specialmente di sogni. Tutto messo insieme, spesso dolorosamente incomprensibile, per noi stessi, ma fortemente voluto, e non compreso da tanti. 

4) Si dice anche che sia un narcisista estremo. O un caratteriale disturbato?

Credo che essere narcisisti, sia un po’ di tutti e non ci sia bisogno di essere artisti. La domanda mi richiama in mente il romanzo di Oskar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray. Lo avevo letto da giovanissima. Ebbe su di me un effetto formativo, che allora non avevo individuato. Volermi rispecchiare in qualcosa che non ero io, desiderare l’eterno essere felice, ben presto esperienze nuove di vita me lo fecero dimenticare. Il “mio” artista non era un narciso e il suo modo di approcciarsi ai suoi studenti era tale da aiutare sempre anche a sfruttare i difetti per ricavare qualcosa di positivo. 

5) Perché acquistare un quadro, un’opera d’arte?

Per acquistare quadri, opere d’arte ci deve essere uno scopo preciso: il piacere di possederle, volere ispirarsi nella propria galleria d’arte, avere come compagni pensieri e emozioni condivise del loro creatore. Può essere un voler accumulare ricchezza che aumenti per i propri eredi. Se medito i dipinti del mio museo, vedo dietro ogni pennellata la fatica che produce piacere nei suoi occhi che si specchiano nel mio sorriso compiacente per il risultato. Le pennellate luminose di nubi roteanti, di onde quasi trasparenti, campi invitanti a passeggiate pomeridiane, vincono sulle disabilità prodotte dalla Distrofia Muscolare Progressiva. La fatica di vivere diventa amore del vivere suo e della Vita in se stessa che lui nelle sue poesie nei suoi scritti cantava: le forme burrose dei corpi femminili, il bisbiglio del vento sugli specchi d’acqua di fiumi e laghi, il cambiamento dei cieli che gli ricordano Van Gogh, i Sisley, i Monet e abbraccia le loro forme burrose come di corpi di donne di cui si era innamorato. Io vedevo l’artista che lui negava di essere. A me piace ora abitare in questo museo d’arte folle che fa ricordare i suoi versi dal sapore dolce e amaro, spesso aspro, intrisi di vita vissuta, vita negata, vita combattuta, sudata, reclamata….

Poi gli album di fotografie con visi di bimbi, nipoti che cambiano nel tempo e cercano futuro, sognato da lui fotografo. Vita fresca, a lui negata, ma fissata da lui sulla foto, stampata da lui, insieme a me, per goderne almeno l’ombra.

Vita di insetti a caccia, come una volta lui: larve di coccinelle con un ghiotto boccone di afide spaventata in bocca: foto sadica di cacciatore frustrato dalla Distrofia Muscolare.

6) In che misura è “ricco” un artista (contemporaneo)?

Non ne ho conosciuto artisti ricchi. Forse bisognerebbe esserne dell’ambiente per saperlo.

Io considero Welby un artista contemporaneo ricco perchè pieno di estro, una ricchezza che riesce a sprigionare per chi lo conosce e lo ha conosciuto nella sua vita reale, nella sua semplicità. Il suo approccio alle persone che lo incontrarono per la prima volta, andava dalla battuta formale all’interpretazione di chi aveva di fronte e non sbagliava mai a scegliere il linguaggio e i temi di conversazione. quasi come un sarto che sa scegliere il vestito giusto per il suo cliente. Linguaggio forbito in tutti i campi di letteratura, arte, storia, filosofia, politica e medicina. Sapeva incuriosire e stimolare a far domande i ragazzi ed era giocoliere per i bambini. Le stesse regole valgono per le sue lettere formative per suo nipote studente. Esempi di alta letteratura, che possono misurarsi con gli epistolari di scrittori e letterati da me conosciuti nelle enciclopedie italiane e tedesche.

7) Parlando di libertà, sei tentato a immaginare l’artista come un soggetto anarchico o vincolato dal sistema?

So che una bella dose di anarchia era in lui, a partire dal suo ‘68. Nel suo rapporto con la madre, con se stesso, con il suo corpo, anarchico anche lui che aveva bisogno di essere governato. Critico sul sistema e alla fine disubbidiente, non avendo altra scelta per non soffrire più e per correggere una legge incostituzionale, il Codice Rocco 579.

 

8) Quali sono le esigenze di un’artista? Materiali o solo estetiche?

Prima di tutto lo sono le idee, tutto il resto non è difficile. 

Le esigenze materiali di un artista possono essere variegate. Chi deve fare un’opera d’arte su commissione deve rifornirsi di tutto quello di cui possa avere bisogno per accontentare non solo se stesso ma in particolare il cliente. A Roma c’è Fausto delle Chiaie, artista eclettico per il quale le esigenze material sembrano non esistere. Le sue idee sono infinite. Rita Vitali Rosati sa far vivere anche i fiori morti, appassiti e spenti in uno splendore diafano e vitale.

9) Artisti o artiste, a chi daresti lo scettro? 

Che vinca sempre il migliore.

Mina Welby