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NOT MODULAR. Un’intervista ad Andrea Luporini e Daniela Spaletra

Not Modular è un’audio installazione, originariamente concepita per la galleria FourteenArtTellaro, che è stata presentata in questi giorni al MAAM (Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz), “barricata d’arte” ideata da Giorgio de Finis al civico 913 di via Prenestina, Roma. Potete raccontarci come è nata la vostra ricerca che vi ha portato ad affrontare il tema del sacro?

Come spesso ci capita, all’inizio, ci stavamo entrambi ragionando autonomamente. Grazie a Gino D’Ugo, curatore di FourteenArtTellaro, e alla sua proposta di presentare un lavoro per Eppur si muove (rassegna 2017), abbiamo deciso di sviluppare insieme un lavoro su questo tema. La sfida più grande è stata quella di affrontare un oggetto dalle infinite sfaccettature, con un significato erroneamente legato a doppio filo al concetto di religione, trattandolo con rispetto e senza pregiudizi. La necessità che ci ha spinto a lavorare sul sacro è basata sulla volontà di “riappropriarsi” di uno degli aspetti più importanti della nostra esperienza come esseri umani.

Una delle prime sensazioni che si hanno venendo in contatto con la parola sacro è un senso di venerazione e di inferiorità che genera immobilismo. Diversamente, voi recuperate la dimensione del sacro in un’esperienza terrena e materialistica. In che modo si collega con il “mondo delle possibilità”?

Il Sacro Volto, la Sacra Sindone, il Sacro Cuore, oggetti in cui l’aggettivo funziona da diaframma fra il fedele e la divinità, creando una distanza, una gerarchia. Nell’Islam il termine sacro letteralmente si traduce con “separato”. Che si tratti di un luogo o di una pratica vietata, viene posto un limite fra ciò che è concesso e ciò che non lo è per volere di Dio. In generale, nelle religioni, sacro e soprannaturale vengono utilizzati come sinonimi, scambiando l’esperienza del sacro con l’esperienza mistica, riportando ciò che di inusuale ci troviamo davanti a una spiegazione trascendente: che sia un tramonto o un fiore, il nostro stupore di fronte a qualcosa che interrompa il tessuto consueto della realtà, ovvero l’esperienza del sacro, viene spiegato attraverso la “grandezza di Dio” e lì ci si ferma. Ma sia i tramonti che i fiori sono concreti, esistono, così come esistiamo noi, non c’è nulla di trascendente. La meraviglia davanti a un oggetto al quale attribuiamo significati ulteriori è un movimento interno all’Io che ci porta al di fuori grazie alla possibilità di poter pensare anche a ciò che non è ma che potrebbe essere. In questo modo noi proviamo l’esperienza del sacro, facendo passare la realtà attraverso il pensiero e dandole la possibilità di prendere qualsiasi forma.

Un altro aspetto importante che emerge è la connessione tra sacro e biologico, espandibile su scala universale. Quindi per voi questa dimensione del sacro è connaturata in ogni essere?

È connaturata in ogni essere umano, inteso come Homo Sapiens.
Parlavamo del sacro come di un oggetto che esce dall’ordinario, che interrompe il tessuto consueto dell’abitudine e ci porta verso significati ulteriori. Paradossalmente, è proprio questo fenomeno che ha spinto l’uomo a cercare risposte nella religione, ma non bisogna cadere nell’errore di contrapporre razionale e irrazionale per spiegarlo: è un fenomeno biologico presente nella fisiologia umana, mentre l’irrazionale e il trascendente ne sono esclusi per definizione.
Il sacro non è un sentimento, ma un’esperienza di carattere universale: la religione non è innata nell’uomo, mentre la sensazione di dipendenza da un ente che sia altro rispetto a noi è invece presente, così com’è presente a livello inconscio negli animali rispetto a quella che potremmo chiamare natura.

Ed è qui che subentra la funzione e l’importanza della lingua. La lingua è un intermezzo tra corpo e trascendenza…

La differenza fra uomo e animale sta nella lingua e prima ancora nella doppia natura cognitiva della nostra mente divisa fra sistemi modulari, più immediati e dipendenti da una logica di causa/effetto, e sistemi non modulari grazie ai quali oltrepassiamo le possibilità del reale. Attraverso la parte non modulare del nostro cervello, siamo in grado di rendere tangibile anche ciò che non lo è e fare esperienza di enti che si possano anche solo pensare. Tutto ciò è possibile grazie alla capacità linguistica che ci permette di andare oltre l’esperienza puramente corporea senza cadere nella trascendenza, consentendoci di provare la “sorpresa del sacro” e di riconoscerla, assegnandole un nome.
Proprio per questo motivo abbiamo deciso di dare al nostro lavoro la forma di un’installazione sonora, utilizzando la preghiera come unità costitutiva di un insieme più ampio formato da decine di preghiere sovrapposte. Pregare non significa chiedere qualcosa a qualcuno ma dare corpo attraverso la parola a sensazioni e tensioni ipotetiche, rendendole reali attraverso il suono. In NOT MODULAR la funzione della preghiera viene ribaltata, passando dall’essere espressione linguistica dell’esperienza del sacro a oggetto inconsueto che possa interrompere la consuetudine e generare quell’istante di contemplazione da cui il sacro stesso deriva

Traccia Audio: https://notmodular.bandcamp.com/track/not-modular-fourteen-art-tellaro-version

Vedo che avete già realizzato assieme altri progetti come ad esempio Public Gardens. È un lavoro intrinsecamente legato ai luoghi nei quali si sviluppa e che apre punti di vista differenti sul territorio, specialmente quello contaminato da sostanze nocive. Affronta inoltre inconsuete possibilità di rigenerazione e decontaminazione…

Public Gardens è stato ideato e realizzato da tre persone, portato avanti negli ultimi due anni insieme a Maria Grazia Cantoni, artista e amica che ci ha fatto conoscere e con cui lavoriamo abitualmente. È nato come unione un po’ estemporanea di lavori diversi sullo stesso tema ed è diventato un progetto totalmente nuovo che verrà presentato nella sua ultima forma il 2 dicembre a Modena presso la galleria Gate 26A. Il luogo da cui tutti e tre siamo partiti nella nostra ricerca è la collina di Pitelli a La Spezia, sede di varie discariche legali e non. Alla base di questo lavoro c’è una doppia presa di coscienza sul problema e sul suo possibile superamento: la presenza di sostanze nocive è vista da molti come qualcosa da nascondere sotto il tappeto, in primis dalle autorità, ma anche dalla popolazione stessa che subisce gli effetti dell’inquinamento; dall’altra parte, sulla collina nascono ovunque ostinatamente piante e fiori dalle proprietà fitoriparatrici che hanno in sé la capacità di depurare il terreno dai metalli pesanti, ma che ne sono allo stesso tempo contaminate. La nostra ricerca si muove su questo confine sottile, in cui natura e intervento umano convivono quotidianamente.

Perché non concentrarsi ora sui vostri lavori individuali, partendo magari da Andrea. A misura di Braccio è una ricerca fotografica mirata a riconsiderare la problematica ambientale nel suo carattere quotidiano. Da dove deriva questo titolo e cosa porta con sé?

A misura di braccio è molto legato a Public Garden, tanto da aver fatto parte, con due fotografie della serie, alla sua prima versione. Parla dei meccanismi di rimozione che applichiamo quotidianamente nei confronti di realtà altrimenti terribili, meccanismi che ci portano a “dimenticarci” delle fabbriche e delle discariche intorno a noi che influiscono non solo sulle nostre abitudini ma anche sulla forma dei luoghi in cui viviamo. I panorami che compongono questa serie non sono minacciosi, anzi, si limitano a mostrare in maniera acritica territori come il borgo di Cadimare, con il porticciolo e la discarica militare di Campo in Ferro, oppure la spiaggia bianca di Rosignano Solvay, con la fabbrica da un lato e il mare reso simile a quello delle Maldive dai solventi chimici dall’altra. Probabilmente il significato di questo lavoro è ben rappresentato da un piccolo particolare presente in una di queste immagini: una coppia di futuri sposi sul bagnasciuga durante il servizio fotografico prematrimoniale, faccia sorridente alle ciminiere e spalle al mare simil-tropicale, per un album meraviglioso da cui è tagliata completamente fuori la causa di tutto quell’azzurro. A misura di braccio, a distanza d’offesa sono parole di un brano di De André, Disamistade, utilizzate in questo lavoro per rappresentare il conflitto fra la noi stessi e i luoghi del disastro, così vicini da poterli toccare.

Passando invece a Daniela, Surface è un’opera che indaga la mitologia greca, ricollegandola però a problematiche e questioni identitarie dell’oggi…

Questo lavoro, composto da ritratti di donne col volto dipinto di bianco e una serie di barattoli contenti vernice che riprendono la pigmentazione originaria dei soggetti, parla di uguaglianza non limitandosi a dire che “siamo tutti uguali”. Dipingendo di bianco il volto dei soggetti si compie un gesto antichissimo, un ribaltamento della percezione del mondo che i Greci spiegavano col mito dell’uccisione di Dioniso: questa divinità rappresentava il globo terrestre, in continuo movimento e non misurabile, per cui inconoscibile. I Titani, per poterlo uccidere, dovevano prima interrompere il suo moto e ci riuscirono dipingendogli il viso di bianco durante il sonno. In questo modo, guardandosi allo specchio, il dio non si riconosce e si ferma, finendo preda dei coltelli dei suoi assassini che lo fanno in sette pezzi. Apollo ricomporrà poi il corpo del fratello posandolo su un piano, riducendo il globo a una carta geografica e dando vita all’era della conoscenza della Terra da parte dell’uomo.
In Surface, lo strato bianco sui volti neutralizza il soggetto, mostrando la superficie di carne comune a tutti noi e separando quest’ultima dai preconcetti legati alla razza. Si viene a creare così una mappa del genere umano che ci ricorda che non siamo isole, ma individui posti uno accanto all’altro, all’interno di un unico piano. La presenza dei contenitori di colore serve da legenda per decifrare questa mappa e ci ricorda la diversità propria di ogni volto che potenzialmente potrebbe accogliere ogni colore, ma ne avrà sempre uno e uno soltanto. In questa riflessione sta la forza di questo lavoro, il cui soggetto (il vero corpo smembrato) diventa alla fine lo spettatore stesso con le sue credenze che, almeno per un attimo, vengono sospese, messe in dubbio, misurate secondo una scala inedita, quella di un’umanità liberata da giudizi di valore socialmente imposti.