home Interviste Nove domande ai critici | Antonio Zimarino

Nove domande ai critici | Antonio Zimarino

Per fortuna ci sono gli artisti: condividi, e in che misura questa intonazione o “inno” che dir si voglia?

Mah … sinceramente il termine “artista” lo trovo pericoloso di questi tempi … è un nome abusato di cui tanti o troppi si fregiano o che viene attribuito con criteri troppo variabili. Personalmente lo uso con cautela e parsimonia perché bisognerebbe intendersi bene su come e perché esso debba o possa essere usato! “Artista” può significare troppe cose contraddittorie, cose grandiose e meschine allo stesso tempo. A volte questo termine diventa un’etichetta che condiziona troppo gli atteggiamenti, le relazioni e i rapporti, spingendo ad inquadrare tutto entro le convenzioni implicate in quel termine, dentro lo schema mentale che ci siamo fatti della parola e delle cose che si ritengono legate ad essa . Io avrei serie difficoltà teoriche a definire il termine, vista la sua stratificazione semantica e le distorsioni interessate a cui viene sottoposto, per cui trovo che non dica più chiaramente della “persona” e dell’agire che dovrebbe rappresentare.

Personalmente preferisco allora parlare di “persone” prima ancora di “artisti”. Ti dico quindi che sono entusiasta ogni volta che scopro quanto siano splendidamente umane molte persone che si è soliti includere dentro questa etichetta: sono profondamente incantato da quelle persone che soffrono, amano, comprendono, lottano, pensano e desiderano condividere o dire, o dirsi o raccontare e raccontarsi. Mi piacciono molto le persone che “creano” o dispongono condizioni, cose, immagini per condividere, per lasciare segni della propria profondità nel mondo e nelle relazioni. Per fortuna dunque, ci sono “esseri umani” capaci di offrire e condividere con gli altri, opere, sensi, azioni, oggetti, immagini e di aprire, mostrare, far vivere anche agli altri, spazi sempre nuovi di intelligenza, significati e profondità.

 

Considerando la “liquidità” della nostra epoca, quali sono, se ci sono, i limiti del soggetto artista?

Mah! Se ti riferisci a limiti formali, ti direi che non esistono. Essere “liquidi” non riguarda quale forma viene usata per definire o proporre la propria posizione nei confronti di qualcosa. La “liquidità” riguarda soprattutto il nonsenso entro cui si dicono o si fanno le cose, oppure l’incapacità o la mancanza di volontà di avere o definire un’etica al proprio agire: chi si occupa d’arte in genere ha (o dovrebbe avere) sempre una sua “etica”, anche paradossale o distorta che sia.

Chi invece fa cose che possono essere facili per tutti spettacolarizzando l’ovvio o compie operazioni palesemente intenzionate a provocare scandalismi à la page per vendersi nei salotti ricchi, ecco quella secondo me è liquidità perché è l’adattamento, l’accettazione e magnificazione del banale. Certo, anche fare monumenti al banale e con il banale può avere un suo senso ad esempio, dietro l’apparente banale della Pop Art e di Warhol c’é un senso lacerato e lacerante della “banalizzazione” estetizzante del consumismo, mentre invece, dietro e di fronte al banale di Koons o di tanti lavori di Hirst, c’è solo il gioco che si esaurisce in ciò che vedi e in ciò che vendi.

I limiti in arte, non sono nelle forme, nei modi o negli oggetti. I limiti sono eventualmente nel “Senso” che appare o non appare nelle cose che si dicono e si fanno. Provo a spiegarmi … ad esempio, “provocare” a tutti i costi attraverso situazioni estreme, può essere anche soltanto l’espressione un po’ grottesca e triste di un disperato bisogno narcisistico, un banale tentativo di farsi notare “urlando” più forte. Se invece una certa situazione estrema è ciò che è ritenuto necessario per poter dare forma e percezione a qualcosa che si sente o si riconosce importante da mostrare o rivelare, “provoca” davvero, perché oltre e attraverso l’emozione spinge a cercare il Senso di ciò che si vede. Forse l’unico limite a cui l’artista (o il critico – curatore) dovrebbe prestare attenzione è quello di non scadere nell’Inautentico: se si forza la mano alla tecnica o al linguaggio e si perde il senso profondo di quello che si fa, si è superato il limite … insomma il limite non è nell’oggetto o nella forma, non è dato da convenzioni ma è nella mente, nell’atteggiamento, nell’avere o meno un’etica coerentemente definita e responsabile della propria attività creativa.

 

Qual è il tuo filo diretto con l’artista, il suo mondo, la sua vita privata? Ti sei mai innamorato di un artista?

Mi innamoro degli esseri umani, della qualità della forza della loro interiorità, non degli artisti. Io ho paura di un filo troppo diretto con le persone “creative”; personalmente amo contemplarle a distanza, amo vedere e scoprire la densità di ciò che fanno, ma ho difficoltà a frequentarle. Mi sembra molto più grande a volte quello che donano rispetto a quello che sono realmente. Le opere sono quasi più “pure” delle persone, sono “di più” di loro stesse. La quotidianità e la familiarità sono a volte un impaccio alla comprensione profonda. Personalmente sento di dover rimanere distante anche se non vorrei a volte, ma la distanza mi aiuta a capire. La frequenza, la familiarità a volte banalizza. Per me l’amicizia e l’amore per chi fa arte autenticamente e con tutto se stesso si esprime ridandogli il meglio e le cose più autentiche di quello che comprendo e imparo da loro, con le migliori idee che nascono dall’averli osservati e contemplati. Non è facile essere distante da ciò che ami non è facile cercare di “non possedere” ma questa “distanza” io la trovo indispensabile ed enormemente stimolante.

 

“Eppur mi son scordato di te”, cantava Lucio Battisti, o un ‘amnesia momentanea: chi ne ha fatto le spese quel giorno?

Ti posso assicurare che non sono una persona che dimentica o se questo accade, è perché non sono stato capace di capire bene una persona. E questo genera in me un rammarico per il quale in genere, mi scuso e cerco di rimediare. Ti posso invece dire che molto spesso vengo “dimenticato” e mi sono fatto anche un’idea precisa del perché: non sono modaiolo, non impongo, non esercito poteri. Posso essere dimenticato perché rimuovere, disconoscere o dimenticare è ritenuta cosa utile da chi fa arte con precise ambizioni di successo. Addirittura, in molti casi, dimenticare viene “imposto” dalle persone o dal giro di relazioni a cui ci si vuole avvicinare e ci si vuole integrare per desiderio di “successo”.

Dal momento che non vendo prodotti, (tanto meno me stesso) e non sono capace a farlo, e per il fatto che non studio o non scrivo di cose, opere o persone verso le quali non abbia un reale interesse, dal momento che per me lavorare nell’arte non è un modo di scalare ad ogni costo notorietà e successo, tento come posso di rispettare il lavoro di chiunque si impegni con sincerità e onestà intellettuale. Ad esempio, anche se ci sono artisti di cui non amo il lavoro o non ne vedo particolari qualità, a chi chiede cerco di offrire un confronto dal mio punto di vista o magari anche un supporto discreto e gratuito. Lavoro invece profondamente e completamente solo con chi ha catturato il mio interesse e la mia curiosità intellettuale con le sue opere oppure mi dedico totalmente ai progetti di cui valuto la potenziale densità di temi e questioni interessanti.

Ho scelto di non vivere del lavoro di critico e di curatore proprio per poter essere libero di occuparmi d’arte e di fare cose non per “necessità” ma per interesse culturale. Non scrivo su commissione e se qualche volta è accaduto per circostanze non cercate, provo ad essere intellettualmente onesto. Mi è dunque capitato molte volte che artisti o organizzatori di eventi che ho sinceramente aiutato e stimato o con cui avrei desiderato lavorare ancora, mi abbiano scaricato o anche ignorato poi, per loro convenienze. Li capisco però: i sistemi relazionali dell’arte richiedono a volte scelte dure per poter stare a galla e avere successo. Insomma, non essendo per natura un “rampante” vengo spesso e volentieri messo da parte perché mi rifiuto di esercitare una qualche forma di potere che non sia legato a un “senso” o ad una questione culturalmente sensata.

 

2 lezioni di vita imparate leggendo Harry Potter, o è sempre meglio il nostro Pinocchio? Chi è Geppetto nell’arte?

Le favole sono realtà trasfigurate. Quello che si apprende eventualmente attraverso di loro, appartiene al reale a cui esse rimandano, non è proprio alla favola. Ho letto e rileggo con piacere Harry Potter perché dentro ci trovo un sunto pratico e divertente di tante cose comunque dette e ridette da secoli di letteratura, poesia e di saggistica: trovo molto più interessanti queste altre forme di scrittura. La favola di Pinocchio non l’ho mai amata e anche da bambino, mi ha sempre dato fastidio perché costantemente ed esageratamente simbolizzante, per poi cadere in una scontata normalità perbenista. Ho sempre preferito Kipling, Edgard Rice Borroughs o Verne o più in generale l’avventura, il possibile, il sogno e l’imprevisto. Geppetto ? Un personaggio indubbiamente patetico ma con una certa qualità di verità all’inizio, per poi normalizzarsi anche lui alla fine nel bieco perbenismo di una mentalità borghese umbertina. Di quale Geppetto vogliamo parlare in arte? Di quello patetico e un po’ vero o di quello perbenista a normalizzato? In realtà, questi geppetti sono molti, e la “sindrome di geppetto” appartiene a molti, direi a tutti i sognatori insoddisfatti, ma monoliticamente sicuri di se una volta ottenuta la tanto agognata certificazione perbenista del loro successo … no, i geppetti non sono interessanti più di tanto …!

 

Qual è il difetto migliore dell’artista di successo?

Artista di successo … anche qui, ci dovremmo mettere d’accordo sul termine … cosa significa “successo”? Per quasi tutti il “successo” è il riconoscimento in popolarità e in economia ma conosco “artisti” convenzionalmente riconosciuti come tali e ritenuti “di successo”che vivono del loro lavoro per essere sempre alla ricerca d’altro, artisti per i quali il “successo” significa avere la possibilità di essere liberi di fare ciò che amano fare o essere con se stessi, con la propria arte e con gli altri.

Conosciamo tutti al contrario, artisti bravi, molto bravi che pure hanno venduto o dovuto vendere se stessi, la loro etica e la loro ricerca autentica per essere riconosciuti “di successo”, misurato ad esempio, dalla gratificazione della corte che gli si dispone intorno e dal potere che sono in grado di esercitare sugli altri. Tanti sono tecnicamente capaci ma per il “successo” diventano cattivi, sprezzanti o gelosi delle proprie relazioni e del posto che occupano. Selezionano solo relazioni convenienti e finiscono per odiare o ignorare sistematicamente le persone nuove e autentiche, impedendogli di avere riconoscimenti perché probabilmente gli ricordano quello che di buono hanno dovuto sacrificare per “il successo”. Le loro opere a volte sono buone, molto buone, come nostalgie di cose “vere”, “grandi” e “pure” che pensano di non poter più avere.

Il “successo” magari è transitorio, volubile e volatile e c’è a chi questo basta. Ad altri artisti invece no. Cosa vuol dire allora avere successo? Come lo si misura? Non lo so, realmente: penso che ciascuno sappia cosa sia o non sia, oltre la definizione economico – mediatica del termine. Detto questo, credo che il miglior difetto, che è poi il vero grande pregio di un artista che sia noto e affermato nel contesto economico sociale, sia quello di raggiungere e mantenere la consapevolezza e la modestia di quanto siano contraddittorie e pericolose parole (e ruoli o comportamenti) come “artista” o “successo” per restare, in definitiva “umano” senza soccombere totalmente ad un ego smodato . Poi, come dicevo prima, al di là di tutti i difetti umani o specifici che gli artisti possono avere o mostrare, quello che parla davvero è la qualità di ciò che fanno.

 

A chi “l’uomo del Monte” dice si? A chi dice no?

Chi mai ha stabilito che debba esistere un “Uomo del Monte” in arte? Chi ha stabilito che abbia il diritto di dire si o no? Si o no riguardo a cosa? Chi o che cosa, o quale processo gli ha dato un potere tale di dire si o no? Ecco, prima bisogna rispondere a queste domande. Il dire si o no dipende da come questo “uomo” ha raggiunto il potere e da come lo esercita, da chi glie lo ha dato e dal perché. Insomma, chi sarebbe “Del Monte” cioè quale brand avrebbe mai l’autorità di dire si o no, cioè di stabilire il giusto e lo sbagliato? E poi, rispetto a cosa? A se stesso?

Ci sono curatori, galleristi potenti capaci di creare o far finire fortune: il loro fare o dire dipenderà dalla loro qualità umana, dalla loro etica, da una loro cultura dimostrabile, dal fatto che ce l’abbiano o meno, ma soprattutto deriva dalla spendibilità del loro potere mediatico-relazionale.

A chiunque pensi, dica o si comporti come “Uomo Del Monte” bisognerebbe chiedere conto e pretendere che sia in grado culturalmente di spiegare in modo credibile il proprio si o il proprio no. Ma non lo si fa mai. Si lascia invece che molti personaggi del mondo dell’arte (in particolare italiana) esercitino autorità e poteri “ab-soluti” cioè che non debbano rendere conto delle loro decisioni, scelte o discorsi; e questo è un fatto davvero strano: ci sono curatori, promoters o giornalisti che scrivono cazzate sesquipedali, che non parlano di opere ma di se stessi o del loro potere relazionale, che non sono in grado di articolare discorsi sensati o con un minimo di aggiornamento su basilari questioni teoriche della materia arte sulla quale decidono, che dispongono le cose a seconda del potere o dell’interesse di questa o quella galleria o fondazione … perché gli si da potere? Certamente per convenienza, arrivismo, semplificazione di mercato, strategie comunicative e una serie di debolezze che tutti pensano, primo o poi di poter sfruttare a proprio vantaggio, per accelerare la corsa verso “il successo” … in realtà questa condizione di dipendenza e sudditanza del potere di questo o quell’”Uomo Del Monte” è un fenomeno prevalentemente italico proprio tipici del nostro sistema relazionale semi mafioso. All’estero non è proprio cosi, per fortuna ..

 

“alla mediocrità chi ci pensa”?, si domandava Carmelo Bene …

… a parte la battuta di Carmelo Bene che ovviamente dovrebbe essere contestualizzata, ma anche in questo caso … le parole, le parole …!!! Di che cosa parliamo se parliamo di “mediocrità”? C’è la mediocrità a cui siamo costretti, la mediocrità che è propria di qualcosa, la mediocrità che altri ci affibbiano … il discorso è enorme e non ci se la cava con qualche battuta …

Negli ambienti dell’arte, tutti in un modo o nell’altro pensano alla mediocrità e c’è chi ci pensa sempre perché vorrebbe credere o sperare di sfuggirla fidandosi di definizioni, gesti, atteggiamenti o giudizi stabiliti da chi e perché esattamente, non si sa. Agiamo o reagiamo a questa parola convenzionalmente definita, senza mai fermarci a pensare come essa è stata costruita e si costruisce nel nostro immaginario. “Mediocrità” è un concetto relativo e ci sono solo due modi per considerarla credibilmente: il primo sarebbe quello di possedere un valore positivo assoluto sul quale dovremmo essere tutti d’accordo. Il secondo è quello di metterci d’accordo su un sistema di riferimenti relativo per poter altrettanto relativamente, stabilirla. Ma chi è in grado di stabilire un parametro assoluto? E chi si mette mai d’accordo su alcuni di essi? Chi li delinea i parametri? In base a cosa li disponiamo? Perché? Definire questo campo di questioni sarebbe il compito della “critica”. Ma cosa è mai oggi la “critica”? Esiste ancora? Chi la pratica? In quali termini?

Per dire che qualcosa sia assoluta o mediocre dovremmo ad esempio, dimostrare cos’è arte oppure dovremmo decidere dei parametri credibili per fare ipotesi di mediocrità o di valore. Ma tutta la tradizione filosofica da Wittgenstein in poi, attraverso l’estetica analitica e le più recenti riflessioni ci dicono che è assurdo e senza senso stabilire una univocità al termine “arte”. Invece l’estetica contemporanea ci dice che la stessa idea di arte è un “campo” estremamente complesso di questioni irriducibili ad una definizione, nel quale ci si dovrebbe muovere con assoluta cautela e per via di ipotesi e proposta. E ancora di più per l’Arte Contemporanea: di essa possiamo dire solo attraverso quali processi la ipotizziamo come tale e che certi processi possono essere assolutamente discutibili, circostanziali e soggettivi. Chi dice che una cosa sia o non sia? Il punto è questo. Le selezioni sono fatte dal mercato, dalla comunicazione che ci dicono variamente e ciclicamente cosa è “in” e cos e “out”. Ma in base a cosa? Alle speculazioni degli art advisor? Alle professionalità comunicative di un top curator? Al prezzo del mercato? All’efficacia della campagna di marketing culturale che si è disposta? Alla popolarità o meno di questa o quella galleria? A quanto è figo o meno il curatore? E il pensiero dov’è? L’analisi critica dov’è?

La “critica” quella vera, quella che si fonda sul “distinguere” tra le cose (dall’etimo greco “chrino”) oggi non ha voce, non può esprimersi e non trova spazio facile nell’imperante sistema socio-economico dell’arte perché si fonda su principi e ancoraggi opposti alle necessità di tale sistema… ma anche perché in passato è stata spesso sciocca, interessata e supponente. La “curatela” è una critica in atto enormemente condizionata da relazioni di potere, disponibilità economiche e mediatiche: il curatore si adatta a ciò che ha o che può fare, l’unica libertà gli è data dal livello di disponibilità economica e dal potere personale, ma sappiamo bene che chi offre disponibilità economica non è mai così disinteressato e chi ha potere personale, se non ha una seria visione etica, usa il potere in modo soggettivo. Ma vogliamo capire o no che l’arte che ci viene fatta vedere è una “proposta” tutta da verificare e non una “verità”?

Cos’è allora “mediocre”? Prima mettiamoci d’accordo in relazione a cosa, come e che vogliamo valutare poi cominciamo a parlare rispetto a che cosa o come qualcosa può essere detta mediocre o meno. Attenzione il mio non è un discorso velleitario e assurdo ma è semplicemente il “procedere” coerente del metodo critico. Insomma il modo fondamentale oggi per gestire mercati e stabilire successi e mediocrità passa per l’eliminazione e il depotenziamento della critica e attraverso il suo asservimento al potere economico attraverso l’invenzione delle ambigue professionalità del curatore – comunicatore. Perdonatemi se queste mie considerazioni appaiono solo delle boutade apparentemente velleitarie di uno che in fondo, non è niente e nessuno nel “sistema” … ma davvero esiste una vastissima letteratura a riguardo che puntualmente è interessatamente ignorata da coloro che dovrebbero conoscerla … insomma discorso è davvero molto difficile da affrontare in poche battute ….

 

Predicare bene e razzolare meglio … un trend?

No assolutamente no. Nel vasto campo di significati che implica il termine “arte” e nel suo altrettanto vasto sistema di relazioni e sensi, pensare, dire bene e fare anche bene è cosa alquanto rara! Però, ad onor del vero, è possibile anche trovare progetti, idee e situazioni molto interessanti e positive. Se invece in questa domanda intendiamo per “razzolamento” (il termine di per sé indicherebbe solo un muoversi casuale alla ricerca di .. ) qualcosa di negativo, secondo il ben noto proverbio … beh certo, non ci possiamo aspettare che esso possa essere smentito!

Nelle vicende d’arte di oggi, le parole e le prediche possono e devono sempre apparire belle perché è fondamentale promuovere o “vendere” qualcosa ad un pubblico in una “piazza” estremamente affollata e competitiva; ma sono tali e tante le esagerazioni e il nonsenso verbale della “promozione” che è quasi scontato che essa sia totalmente il contrario dell’agire o dell’essere.

Il problema come però ho più volte ricordato anche prima è che abbiamo svuotato e stiamo svuotando sempre di più le parole da un loro senso coerente. Per cui “predicare” e dire cose a caso è operazione facile, apparentemente innocua e persino sfrontatamente e consapevolmente leggera e divertente … tanto alle parole nessuno ci crede in partenza.

E invece è esattamente su quelle che bisognerebbe metterci d’accordo perché sono le parole, le narrazioni e i discorsi che costruiscono mondi, sensi, significati, modi di percepire e leggere ciò che si vede. Se le svuotiamo di senso, se non gli diamo una sostanza in termini di contenuto e di realtà, continueremo a costruire mondi “senza senso”, facilmente manipolabili e governati da questo o quel potere “pratico”, economico o mediatico che sia e si restringerà sempre di più la possibilità di capire qualcosa della “materia fondamentale” di cui sarebbe fatta l’Arte Contemporanea, cioè, di quello che accade intorno e dentro di noi, come uomini e come società.