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Nove domande ai critici | Paolo Balmas

Per fortuna ci sono gli artisti. Condividi, e in che misura, questa intonazione o inno che dir si voglia?
Direi di più. Gli artisti sono indispensabili. Senza di loro la civiltà regredisce. Ma non credo che c’entri la fortuna. In un certo senso è la natura stessa della comunicazione  che genera l’attività artistica. Nessuno usa il linguaggio solo a fini pratici, tutti giocano in qualche misura con esso. Alcuni si spingono  più in la e dalla semplice raffigurazione del mondo in cui vivono  passano alla prefigurazione o configurazione di altri mondi. A questi individui possiamo riconoscere il merito funzionale di contribuire ad evitare l’irrigidimento del linguaggio favorendo la sua trasformazione in sintonia con i mutamenti del sociale. All’interno di questa compagine di innovatori, da qualche decennio, è invalso l’uso di distinguere tra semplici “creativi” e veri e propri “artisti”, dove la differenza tra i due gruppi starebbe nel modo di adoperare l’immaginazione, dopo essersi affacciati alla finestra della trasgressione. Il creativo puro e semplice, infatti,  si limita a portare subito a casa quei risultati che gli consentiranno di migliorare gli strumenti del vivere quotidiano; l’artista, invece, sospinto da una commistione più disinibita tra attività desiderante e interrogazione esistenziale, tende ad immergersi in una ricerca a più ampio spettro,  che può anche giungere a modificare il sentire stesso dell’uomo e con esso il pensiero del proprio tempo.

Considerando la “liquidità” della nostra epoca, quali sono, se ci sono, i limiti del soggetto artista.
La  “liquidità” della nostra epoca è frutto del prevalere dell’economia finanziaria sull’economia d’impresa.  La rete è lo  strumento che se ne è fatto interprete come meglio non si sarebbe potuto.  Alla classe dominante d’oggi non  servono più vere e proprie personalità di riferimento in ogni suo settore di attività, ma solo degli interpreti chiave calati ciascuno nel proprio ruolo di competenza. Nel settore dell’arte stanno prevalendo in quest’ottica i grandi collezionisti, un certo numero di super-galleristi e i manager di alcune  potentissime case d’asta. Tutti costoro non hanno più remore a muoversi in una dimensione di spettacolarizzazione del proprio rapporto con la produzione contemporanea, una spettacolarizzazione che, rispetto ad altre figure del settore, li fa  apparire sempre più come vere e proprie divinità.  Interagendo tra loro a partire direttamente dal mercato questi protagonisti sui generis, possono oramai intervenire sulla fortuna di un singolo artista con un incremento  di fama e di quotazioni un tempo impensabile che verrà presto consolidato dal circuito dei media, web compreso. Una sorta di salto nell’altrove che   immette, di punto in bianco, il pupillo di turno in un olimpo a parte rispetto a quello dei maestri del passato. C’è però una condizione senza il rispetto della quale tutto il meccanismo si inceppa:  è necessario, infatti,  offrire qualcosa  al pubblico in cambio delle forme di certificazione offerte dal vecchio sistema by-passato alla grande. Qualcosa che possa sostituire il progressivo  consenso della critica, il lavoro paziente e rischioso dei galleristi, il serrato scambio di opinioni tra addetti ai lavori e via dicendo. La risposta non poteva che essere affidata all’opera stessa,  un’opera che dovrà necessariamente compiere anch’essa un salto nell’altrove,  un opera “monstrum” in grado di autocertificarsi  in base al suo inaudito tasso di incredibilità,  alla sua capacità di mandare un segnale forte ed irreale in qualche modo omologo al suo spropositato valore di scambio.  Come tutto questo possa costituire un limite per l’artista d’oggi non è difficile capirlo.  Prima egli doveva solo fare i conti con la storia, con i linguaggi e i temi più avanzati dell’arte a lui coeva, ora invece dovrà anche misurarsi  con la  strana aura dei nuovi “capolavori”, tanto più “virali” quanto più, apparentemente, privi di genealogia. Rimanere fedeli alle proprie motivazioni profonde gli costerà sempre più caro in quanto il sistema dell’arte gli apparirà diviso in due tronconi, quello vincente ma irraggiungibile del nuovo mercato e quello di sempre ancora difficilissimo da scalare,ma oramai offuscato da un sentore di inadeguatezza ogni giorno più cupo.

Qual è il tuo filo diretto con l’artista, il suo mondo, la sua vita privata? Ti sei mai innamorato di un’artista?
Mi è capitato spesso di stabilire un rapporto di amicizia con gli artisti che ho cominciato a frequentare per ragioni professionali.  Un rapporto che ha poi coinvolto anche  le rispettive famiglie.  In ogni caso anche attenendomi soltanto ad una frequentazione finalizzata soltanto al lavoro, come preparare una mostra o organizzare un convegno,  ho finito sempre per cercare di conoscere più da vicino le personalità umane con cui avevo  a che fare, i loro problemi, i loro guai, le loro aspettative, speranze e antipatie. Nel mio caso poi la stretta collaborazione con gli editori della rivista Segno è valsa a farmi entrare in una rete assai più complessa, e  direi anche divertente, di rapporti di amicizia con artisti ed altri operatori su scala sia nazionale che internazionale. Per quanto riguarda la seconda parte della domanda  debbo rispondere  di no. Naturalmente senza nulla togliere al fascino delle artiste che ho avuto modo  di conoscere.

“Eppur mi son scordato di te” cantava Lucio Battisti, o un’amnesia momentanea: chi ne ha fatto le spese quel giorno? 
Da parte mia non mi sono mai scordato  di nessuno degli artisti che ho imparato a stimare e quando mi è capitata l’occasione di contribuire a valorizzarne il lavoro l’ho sempre fatto. Al contrario è accaduto a volte che qualcuno, in qualche scheda bio-bibliografica, si sia scordato di me, degli articoli che avevo scritto per lui o della partecipazione a qualche evento espositivo che gli avevo procurato.  Una dimenticanza dietro la quale non  è stato davvero difficile individuare ogni volta la stessa goffa intenzione di attribuirsi un percorso culturale diverso da quello realmente compiuto, di rinnegare cioè degli esordi che io, invece, avevo correttamente registrato.

22 lezioni di vita imparate leggendo Harry Potter, o è sempre meglio il nostro Pinocchio? Chi è il Geppetto dell’arte?
Le avventure di Harry Potter sono solo un prodotto altamente professionale da gustarsi durante l’adolescenza nel  calduccio della propria cameretta,  le lezioni di vita che si  potrebbero ricavare dalla loro lettura  in genere  svaniscono con il fumo del primo spinello o il primo bacio seguito da qualcosa di più. Pinocchio è tutta un’altra cosa. Ti fa subito sentire i sapori, gli odori, i suoni e persino le luci e le ombre di un territorio fra mare e campagna che sta subendo un processo di assimilazione alle istituzioni di una nazione moderna, ma è ancora ben lontano dall’a ver dimenticato quella saggezza popolare, candida e cinica ad un tempo che il buon governo granducale, forse suo malgrado,  aveva saputo tutelare.  Pinocchio è stato per tutti noi l’antidoto al libro Cuore e in qualche modo anche una via d’uscita dalla resa al perbenismo che inficia e sostanzia ad un tempo Psicoanalisi freudiana, tant’è vero che la Fatina che dovrebbe rappresentare il super-io ha una innegabile carica erotica e il Grillo che dovrebbe rappresentare la coscienza viene preso a martellate. Quanto al Geppetto dell’arte chi altri potrebbe essere essere se non tutte quelle persone a modo che sono pronte a perdonare qualsiasi intemperanza agli artisti tranne quella di fare delle opere in cui non si capisce nulla.

Qual è il difetto migliore nell’artista di successo?
I difetti degli artisti di successo sono già presenti in nuce in ogni artista e sono tutti banali e prevedibili. Cercare il meno peggio tra loro mi sembra inutile, un po’ come organizzare un concorso per eleggere “miss-bruttina”.

A chi l’uomo del Monte dice si? A chi dice no?
L’uomo del Monte è solo un ispettore vestito di bianco mandatosi campi  dall’omonima ditta di scatolami. Dice si a tutti i prodotti che sono già pronti a essere inscatolati secondo  le istruzioni che ha ricevuto. Dice no solo ai prodotti ancora immaturi. Tutto il resto neppure lo prende in considerazione. Ma perché preoccuparsi di lui e non andare a vedere come stanno le cose lassù?

“Alla mediocrità chi ci pensa?”, si domandava Carmelo Bene….
Per ora solo un gran numero di truffatori ancora legati a vecchi schemi interpretativi e organizzativi.  Il numero dei mediocri tuttavia cresce in maniera esponenziale e si adegua sempre meglio ai nuovi miti propagati dai media. Il piatto è ricco e la caccia è aperta.  Attendiamo tutti gli anticorpi, ma non è detto che l’attuale sistema dell’arte riesca veramente a produrli.

Predicare bene e razzolare meglio……un trend? 
Se con questa formula si intende dire che oramai sono sempre più quei giovani critici che propugnano idee anti-sistema solo per ritagliarsi un ulteriore posto privilegiato nel sistema, credo che il trend sia quello di sempre reso però più stridente nella sua contraddittorietà dall’esaurimento delle formule ideologiche entro le quali provare a disciogliere il tutto come in un minestrone ogni volta insaporito da nuove spezie.