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Nove domande ai critici | Stefano Ferrari

Per fortuna ci sono gli artisti: condividi, e in che misura, questa intonazione o inno che dir si voglia?

Come non potrei?! Anche da un punto di vista teorico, nelle mie lezioni di Psicologia dell’arte, uno dei presupposti è che gli artisti, come già diceva Freud, hanno molto da insegnare alla psicologia. Ci sono spesso delle straordinarie sovrapposizioni e degli intrecci suggestivi tra le poetiche degli artisti (le riflessioni sul loro fare arte) e la psicologia, soprattutto la psicologia del profondo. Il che non significa che poi gli artisti abbiano una particolare simpatia per queste discipline, soprattutto se esse diventano troppo saccenti e pretendono di spiegare “troppo”… Anzi, come si è notato molte volte, questo occuparsi in fondo delle stesse cose, degli stessi enigmi – questo eccesso di familiarità tra arte e psicoanalisi – può rovesciarsi nel suo contrario e dare luogo a una sorta di reciproca resistenza, che ha le sue radici nelle dinamiche del perturbante, una familiarità rimossa e che ritorna nonostante tutto.

Ma a parte il piano teorico, è lo sguardo che l’artista ha sul mondo che è fondamentale… sia quando ci comunica la bellezza e la gioia, sia quando – molto più spesso – ci mette di fronte al dolore e all’angoscia. Perché nell’arte c’è sempre – io credo – una qualche possibilità di riscatto. O almeno, voglio continuare a crederlo: non a caso, parlo di arte come riparazione…

 

Considerando la “liquidità” della nostra epoca, quali sono, se ci sono, i limiti del soggetto artista?

Il limite del soggetto artista coincide probabilmente con la sua stessa forza, cioè la sua fragilità, la sua esasperata sensibilità, il suo sentire in eccesso… Qualcosa quindi che ben si adatta alla “liquidità” di cui parli… L’artista respira e assorbe – si nutre degli umori “liquidi” della nostra epoca: sono al tempo stesso il suo veleno e la sua medicina – un veleno e una medicina che egli metabolizza per noi che lo stiamo a guardare, che lo stiamo ad ascoltare.

 

Qual è il tuo filo diretto con l’artista, il suo mondo, la sua vita privata? Ti sei mai innamorato di un artista?

Beh, come sai, invito spesso degli artisti all’interno delle mie lezioni, perché, come dicevo, hanno sempre qualcosa di interessante da dire a chi si occupa di arte e psicologia.

Inoltre, da un punto di vista teorico (ma anche sulla base di una universale esperienza) c’è quasi sempre un forte legame tra la vita privata dell’artista e la sua opera, e quindi la loro frequentazione, le loro confidenze sono preziose per capire (non per spiegare) il senso e il non senso delle loro opere. Al di là del fatto che l’opera ha sempre una sua autonomia, ci sono degli aspetti che si possono intuire, “annusare” solo attraverso una frequentazione privata con l’artista.

Innamorarsi di un artista può essere un’esperienza bellissima, ma non credo che serva a capire di più le sue opere. Anzi scatta prima o poi una forma di fastidio e gelosia nei confronti di quel lavoro che assorbe quasi tutte le sue energie e che sottrae tempo e sostanza all’amore…

 

Eppur mi son scordato di te”, cantava Lucio Battisti, o un’amnesia momentanea: chi ne ha fatto le spese quel giorno?

Non so a cosa ti riferisci in particolare. Ma il tema della caducità, della facilità e della inevitabilità con cui si perdono le cose appartiene sia all’amore che all’arte. L’arte avrebbe la pretesa di contrastare la perdita o almeno di elaborarne il dolore – per certi aspetti è la sua missione. Ma prima o poi, l’oblio totale – non quello di Battisti ma quello di Proust, è destinato a vincere anche sull’arte.

 

22 lezioni di vita imparate leggendo Harry Potter, o è sempre meglio il nostro Pinocchio? Chi è il Geppetto dell’arte?

Per mia distrazione o per semplici motivi anagrafici non ho avuto modo di imparare nulla dalle ventidue lezioni di vita di Harry Potter. Quindi resto ancora con Pinocchio, che dell’artista ha la curiosità e la leggerezza. Quanto a Geppetto, è proprio lui l’artista che con le sue mani e la sua fantasia ha creato questo suo doppio, quel Pinocchio che continuiamo ad amare…

 

Qual è il difetto migliore nell’artista di successo?

Naturalmente il successo, l’avere avuto successo.

 

A chi “l’uomo del Monte” dice sì? A chi dice no?

Se “l’uomo del Monte” è, in senso lato, il Mercato (un’entità molto concreta ma anche molto astratta, molto “liquida” per usare il riferimento precedente – una realtà comunque che non saprei definire e che sostanzialmente non conosco) credo che i suoi “sì” e i suoi “no” sfuggano in gran parte al nostro controllo. Certo, rimane sempre il talento, la determinazione, la fortuna, la faccia tosta e il non senso delle cose del mondo…

 

“Alla mediocrità chi ci pensa?”, si domandava Carmelo Bene…

Alla mediocrità ci pensiamo tutti, anche troppo. Anche quelli che dicono di volare alto.

 

Predicare bene e razzolare meglio… un trend?

Sì, sarebbe auspicabile, ma di solito avviene il contrario. E poi oggi è raro anche sentire qualcuno che si limiti a predicare bene…