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PARÁTHYRA di Gennaro Branca e la frenesia della Pittura

Fra le mostre che hanno caratterizzato questa caldissima estate 2017 e fra quelle che hanno avuto luogo nella più magica e mistica delle isole italiane, la Sicilia, c’è quella dell’artista salernitano Gennaro Branca intitolata Paráthyra, uno spaccato di pittura che s’inserisce nel contesto della XVII edizione del Festival Internazionale Cinema di Frontiera a Marzamemi – Pachino in provincia di Siracusa. Proprio qui, a Marzamemi, nello specifico all’interno della Tonnara, splendido esempio di spazio post-industriale risalente alla dominazione araba, Branca ha installato un gruppo di opere inedite, fra le quali un trittico allestito lungo la parete della navata di destra e un polittico di dieci moduli sull’altare di fondo.

Costruita nel XVI secolo, la Tonnara di Marzamemi, è una delle più antiche e importanti tonnare della Sicilia Orientale, ed è un luogo, come tutte le Tonnare dove: tradizione, riti antichi, vita semplice, quotidiana e lavoro s’intrecciano, riportando alla memoria pratiche (come la mattanza) e abitudini che oggi ai più, appaiono quasi folcloristiche e poco attinenti alla realtà. In questi spazi, fra pareti in pietra di tufo e le grandi arcate che dividono la tonnara in quattro navate, la pittura di Branca, materica e segnica, spesso aderente ad un dettato che affonda le proprie radici nella spontaneità della street, dove anche la parola, il writing che talvolta abita le sue tele è presente, e dove il colore, alcune volte acceso e squillante, altre cupo e tenebroso, impera sulla superficie, sembra far rivivere la concitazione, la frenesia ma anche il turbamento che questo luogo trasuda da ogni parte nel ricordo di quell’intreccio di reti che attanagliavano i tonni.

Quel legame fra uomo e natura, che nella Tonnara si respira, è anche uno dei temi sottesi all’intera ricerca di Branca che, come spiega Valeria D’Ambrosio, curatrice della mostra, è esplorato nelle tele di formato quadrato “PHL (2016), 1T2C (2017) e 1953 (2017), da intendersi quali campi di incontro-scontro sensoriale e immaginifico dal quale l’uomo non può che uscirne sconfitto”.

C’è poi il polittico Senza titolo (2017), allestito sull’altare alla fine della navata. Si tratta di un’opera creata espressamente per il Festival dove l’artista, spiega ancora una volta D’Ambrosio: “esplora l’idea di singolarità e fusione con l’intenzione di spingere l’osservatore a riflettere oltre il singolo elemento, inteso come frontiera fisica e mentale, ma che nel complesso diventa parte integrante del tutto. Le dieci tele si pongono, infatti, come finestre che raccontano di mondi diversi in bilico tra misticismo e scienza e che insieme diventano ritratto di un universo che si completa solo grazie alle singole parti”.

La mostra è realizzata con il sostegno del Festival Cinema di Frontiera e della Galleria d’arte Ellebi.