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Pensieri finali sul Miart 2018

Chiusa domenica scorsa l’edizione 2018 di Miart. Proviamo dunque, dopo questo lungo bagno di immagini, stavolta a freddo e non a caldo a stilare alcune brevi considerazioni generali. Confermiamo sicuramente la prima impressione: Miart è apparsa una fiera fresca e dinamica, bene organizzata ed elegante, dove le sezioni si sono presentate in modo distinto e riconoscibile, dai giovani ai grandi classici fino al design perfettamente integrato con i diversi linguaggi artistici. Giudizio dato poco dopo l’inaugurazione da Roberto Sala dalla redazione on-line che condivido pienamente sebbene a mio parere forse la sola eleganza non è elemento sufficiente per decretare la riuscita o meno della fiera.

Se l’eleganza è sinonimo di qualità, allora l’aggettivo è perfetto tanto per il comparto dedicato al moderno quanto per quello contemporaneo, entrambi di alto livello anche se manchevoli di pezzi veramente rari o straordinari, eccezione fatta per la proposta della Gladstone Gallery (New York – Bruxelles) con il dialogo tra le fotografie di Mapplethorpe e le sculture in bilico di Rondinone: innegabilmente notevole.

D’altra parte, e si potrà leggere qui di seguito in particolare l’autorevole parere di Pietro Marino, la tendenza manifesta in tutte le fiere italiane di andare alla riscoperta di artisti storicizzati è sicuramente un spia che indica l’incertezza del mercato in questo particolare momento storico bisognoso di sicurezze più che di azzardi. Un aspetto, tuttavia, che aldilà delle questioni legate alle ovvie economie, indica una tendenza generalizzata che porta inevitabilmente a chiedersi alla fine quanto senso abbia o meno avere fiere vicine (Artissima) in parte così simili. Ma cosa forse ancora più preoccupante è il pensiero che ciò corrisponda ad un affaticamento delle nuove generazioni.

Infatti è deludente, a mio parere, Emergent, dove anche gli stranieri mostrano le medesime difficoltà dei giovani artisti di casa nostra, evidentemente incagliati in un assurdo meccanismo che li trascina a volte in imbarazzanti emulazioni dei “grandi” (senza conoscerli evidentemente) o in produzioni deboli, senza mordente e carattere. Nessuno chiede chissà quale originalità ma intensità assolutamente sì. In tal senso la cugina minore ArtVerona sul fronte giovani sembra avere trovato una dimensione più convincente e di ricerca. Peccato! Ci auguriamo questa sezione alla prossima edizione possa essere il fiore all’occhiello di una fiera che guarda oltralpe.

Meritevole invece e a conferma di quanto sopra, è la sezione Generations: ogni stand due gallerie con un artista a testa a confronto dove la ricerca e la sperimentazione, anche quando taluni accostamenti sono apparsi persino troppo curiosi, fanno di questo gruppo la parte più interessante e originale del Miart, sicuramente da incentivare come formula propria ed inedita.

Abbiamo chiesto, infine, i pareri a tre diversi esperti del settore, ciascuno dei quali impegnato in ruoli e campi diversi trascritti qui in queste brevi a cura di Roberto Sala. Rispettivamente abbiamo chiesto l’impressione sul Miart 2018 ad Alessandra Klimciuk, Responsabile Arte e Cultura Fondazione Stelline Milano, alla gallerista Valentina Bonomo di Roma e a Pietro Marino, giornalista e critico d’arte, autorevole firma della Gazzetta del Mezzogiorno. Tre diverse opinioni che restituiscono una visione a tutto campo da punti di osservazione diversi.

Alessandra Klimciuk Quest’anno il Miart mi è sembrato in crescita, anzi devo dichiarare la verità, mi sembra ogni anno maturi sempre di più, anche se lo scorso anno non ero venuta, vedo rispetto all’edizione precedente soprattutto una grande vitalità che si respira anche in città, molto più ricca di appuntamenti iniziati addirittura quattro giorni prima dell’inaugurazione. Mi sembra accresciuta anche la presenza di gallerie internazionali, così il pubblico ricco di presenze dall’estero. Ottima edizione.

Valentina Bonomo Sono venuta a visitare il Miart avendo partecipato alla fiera qualche anno. Mi sembra rispetto al passato che ci sia una grande ripresa e che con il tempo stia migliorando, grazie anche al lavoro del nuovo direttore Alessandro Rabottini che propone un lavoro sempre più internazionale. Il primo giorno mi è parso ricco di presenze interessanti, cosa molto importante oltre alla qualità degli espositori stessi.

Pietro Marino Miart 2018 sembra confermare una linea strategica già avviata da Vincenzo De Bellis e proseguita da Alessandro Rabottini, cioè il trovare una mediazione fra il moderno e il contemporaneo, fra il primo e il secondo Novecento e l’arte degli me ultimi decenni, dunque una linea mediana fra Artissima e ArtFiera Bologna. La cosa interessante è la qualità di questa offerta, sia da parte delle gallerie nel senso di importanza dei pezzi esposti proposti, sia come aggressività, aspetti che insieme sembrano configurare una sorta di richiamo a un passato recente più che a una progettualità rivolta al futuro. Non so se questa è una buona scelta, se è una decisione delle gallerie o della fiera. Ne ho parlato anche con De Bellis che è venuto a Minneapolia. A me sembra veramente una tendenza nel tempo: riportare, riconsiderare, rivalutare gli ultimi decenni di arte italiana soprattutto mi pare significativo a questo punto anche per Milano che si collega a un’apertura di mercato che sembra superare momenti di crisi o di stanchezza.