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PLEASE COME BACK. Il mondo della prigione al MAXXI

Acquisire, condividere, conoscere, corrispondere, all’interno del mondo digitale, ogni sorta di informazione, pubblica o personale, è diventata un’attività semplice e quotidiana per gran parte della popolazione globale che ha semplificato il compito di chi adopera ed elabora liberamente dati in nome della “guerra al terrore”. Parallelamente alla diffusa necessità di costituire una propria personale vetrina digitale, grazie a nuove forme di apparente auto affermazione attraverso la rete e tutti gli strumenti che questa mette a disposizione, la costituzione di gigantesche banche dati, accessibili a chi agisce in nome della protezione della nostra sicurezza, sembra poter effettivamente mettere in discussione la canonica definizione di prigione. Parte da queste riflessioni PLEASE COME BACK. Il mondo come prigione?, mostra inaugurata lo scorso 8 febbraio al MAXXI di Roma che ha spinto i curatori, Hou Hanru e Luigia Leonardelli, a coinvolgere 26 artisti che con le loro opere si sono confrontati con argomenti legati al tema della prigione, intesa non soltanto come spazio fisico ma anche come condizione mentale o come metafora della nostra contemporaneità. Anche quando l’analisi socio-politica inerente ai temi affrontati sembra essere l’affermazione di un punto di non ritorno, né gli artisti né i curatori offrono soluzioni definitive alla domanda posta nel titolo, potremmo considerare il mondo stesso una prigione? La prima parte del titolo, invece, è il riferimento al neon esposto in mostra dal duo Claire Fontaine, PLEASE COME BACK, che sollecita il sentimento di un’assenza, sia essa stimolata dalla condizione solitaria del detenuto quanto dalla necessità di guardarsi nuovamente indietro. Tuttavia, in questo contesto, tornare indietro e abbandonare la rete potrebbe essere equivalente all’ipotetico rifiuto del fuoco milioni di anni fa. Ciò che potrebbe essere considerato diversamente, invece, è il principio stesso di prigionia; se fin troppo spesso “imprigionare” appare come un tentativo di nascondere sotto il tappeto problematiche più profonde, legate indissolubilmente allo all’assetto delle nostre società, raramente si riesce a prendere in considerazione la disinvoltura con la quale si è inclini a rinchiudere se stessi all’interno di mura e recinti. Proprio dalla simbologia del muro sono stati stimolati i titoli delle tre sezioni che suddividono la mostra: Dietro le mura; Fuori dalle mura; Oltre i muri. Ognuna delle sezioni si è sviluppata nella Galleria 5 del MAXXI, ma fanno eccezione due lavori che accolgono i visitatori nell’atrio principale del museo. Elisabetta Benassi richiama direttamente la figura dell’attivista afroamericana Angela Davis, che ha portato avanti anche una battaglia sociale per l’abolizione delle galere, attraverso la barriera antiproiettile che veniva utilizzata per difendersi durante le uscite pubbliche e che ricorda stilisticamente le strutture di Dan Graham. H.H. Lim, invece, ha presentato una gabbia dalla quale fuoriesce una panchina. All’interno una valigia blindata crea un effetto estraniante che ridefinisce la cella attraverso le sue principali funzioni: per chi siede all’esterno la valigia esercita una forte tentazione, come il caveau di un tesoro, ma per chi è all’interno non esiste altro se non l’ossessione per la libertà. Salendo nella galleria 5, spicca il grande schermo curvo sul quale vengono proiettate le video-installazioni di diversi artisti, tra i quali Inverso Mundus del collettivo russo AES+F e le interviste ai detenuti di Rebibbia e Civitavecchia di Gianfranco Baruchello. La relazione tra la prigionia, la sorveglianza e gli sviluppi tecnologici ha trovato una soluzione formale nelle video-installazioni di Mikhael Subotzky, che ha raccolto alcune riprese a circuito chiuso utilizzate dalla polizia di Johannesburg per l’arresto di alcuni criminali nel centro della città, e di Harun Ferocki, che ha indagato l’articolata relazione che lega sguardo, potere e tecnologia attraverso le telecamere di sorveglianza della prigione di massima sicurezza a Corcoran. Jenanne Al-Ani, invece, ha sviluppato una prospettiva visiva a partire dall’occhio freddo del drone, simbolo delle nuove guerre particolarmente utilizzato in Medio Oriente. Nei lavori di altri artisti si può riscontrare il riferimento alla loro personale esperienza del carcere. È questo il caso di Gülsün Karamustafa, detenuta in Turchia negli anni Settanta, e di Zhang Yue che ha utilizzato il disegno su diversi tipi di supporti trovati sul luogo per realizzare immagini del carcere che gli è stato vietato fotografare. Il sistema di sorveglianza, che ha avuto una crescita enorme dopo l’11 settembre, ha stimolato la nascita di nuovi campi di indagine artistica che ha portato Jenny Holzer ad indagare su documenti desecretati, poi trasmessi attraverso una tele che riconsiderano la pittura di storia sotto una nuova luce; il caso delle rivelazioni di Edward Snowden ha invece spinto Simon Denny a pensare ad una nuova estetica tecnologica che si basa sull’invisibilità dei sistemi di controllo. La riflessione dalla quale sono partiti Hou Hanru e Luigia Leonardelli è stata sviluppata tramite un itinerario che aspira a riconsiderare il concetto stesso di prigionia mediante un’impostazione espositiva dal forte impianto socio-politico che ha tenuto in considerazione il complesso rapporto tra lo sviluppo tecnologico e una sempre più accentuata politica di controllo in grado di mettere in discussione il principio di libertà individuale attraverso l’eliminazione, spesso con il nostro consenso, dello spazio intimo e personale del singolo.

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