home Critica, Notiziario, Riflessioni Riparliamo di Biennale – opinioni e sguardi di Segno

Riparliamo di Biennale – opinioni e sguardi di Segno

Della Biennale di Venezia se ne è parlato tantissimo nei giorni immediatamente successivi all’inaugurazione dello scorso 13 maggio, e in quel momento le opinioni, le polemiche e i giudizi non sono mancati. Tuttavia l’estate pare abbia addormentato la laguna facendo dimenticare a molti che la rassegna internazionale è tuttora in corso, e che chiuderà soltanto ad autunno inoltrato. Per richiamare l’attenzione sulla Biennale, i cui temi non sono affatto esauriti, abbiamo pensato nelle prossime settimane di riproporre alcuni approfondimenti pubblicati sul n.263 estivo di Segno, a firma dei più autorevoli collaboratori della rivista.

Per uno sguardo generale vi invitiamo a leggere l’ opinione di Paolo Balmas

Uno sguardo a 360°di Paolo Balmas

Al di la del garbo signorile che contraddistingue la scrittura di Chritstine Macel “Viva Arte Viva” vuole essere una sfida senza sconti né concessioni a due fantasmi che da sempre incombono sulle Biennali veneziane e altre manifestazioni della stessa caratura: il grande mercato internazionale e la critica che ad esso si collega. Ridurre il numero degli artisti e dare a ciascuno di loro molto più spazio che in passato non è solo un atto di equità volto a rimetterli al centro dell’esposizione cui partecipano per favorire la piena estrinsecazione delle loro esigenze e delle loro poetiche, è anche un modo di riaffermare che questa volta nulla potrà intromettersi tra le decisioni del curatore e i diritti del pubblico.

E fin qui tutto bene, anche se dietro questa inappuntabile fermezza non è diffcile intravedere un certo piglio da funzionario statale più che consapevole della propria inarrivabile preparazione. Dove però l’intera costruzione comincia a scricchiolare è laddove la Macel si dice certa che sbarrando la strada a qualsiasi costruzione teorica precostituita e a qualsivoglia privilegio gerarchico conseguente alla fama già acquisita all’esterno, gli artisti potranno naturalmente recuperare ed espandere a pieno quell’afflato umanistico che non può non appartenergli semplicemente in quanto artisti. Anche se lo si intende in senso generico e non strettamente storico, l’umanesimo è pur sempre un dato culturale, un modo di vedere e di sentire che ciascuno vive a modo suo e secondo la cultura e l’ambiente in cui si è formato. Non credevano forse di agire in base a principi umanistici anche i conquistadores spagnoli che distrussero le civiltà precolombiane? O i colonizzatori Europei che aprirono la strada alla tratta degli schiavi dall’Africa? Certamente oggi anche un ragazzo di liceo saprebbe smontare simili pretese, in poche battute, ma chi ci dice che saprebbe fare lo stesso un giovane intellettuale del terzo mondo o del Medio Oriente alle prese con problemi di emancipazione di cui noi non ci rendiamo minimamente conto? Ma soprattutto chi ci dice che davvero un qualsiasi artista fornito di tutto il credito e la visibilità che vuole trovi sempre e immediatamente la strada per liberarsi di tutti i riferimenti storico critici e di mercato che potrebbero fare aggio su di lui? Non sarà più probabile, magari, che anch’egli sia cresciuto all’ombra di maestri locali che entro quei riferimenti erano cresciuti ed avevano com- battuto in assoluta sincerità le loro battaglie? Che credevano di guardare lontano ed invece pur nella loro generosità si portavano appresso pregiudizi di cui neppure si rendevano conto. Perché immaginare ogni artista, ogni vero artista, ad ogni costo come uno spirito eletto che emerge da una sorta di vuoto pneumatico non appena lo si libera da ogni ingombro arrecatogli dalla cultura che lo ha preceduto? Non è questo un pregiudizio idealistico che con la capacità di valutazione dell’operato reale di chicchessia non ha nulla a che vedere e che avremmo dovuto trovare solamente negli archivi dell’ideologia ottocentesca piuttosto che ai giardini di Castello o alle Corderie dell’Arsenale nell’anno di grazia 2017?

Ma tant’è, l’importante non è porsi quesiti di fondo come questi quanto andare a controllare i risultati di un programma espositivo che, pur essendo suddiviso in ambiti, famiglie o comunque criteri di selezione che ricordano, quanto a titoli, altrettanti capitoli di una lettera di Orazio o di Cicerone a qualche nobile pupillo della classe equestre romana, potrebbero benissimo risultare invece, sorprendentemente produttivi e rivelatori. Non c’è che da cominciare a passeggiare nell’antro un po’ labirintico del Padiglione Centrale e poi proseguire ancora un po’ trasognati tra le mura austere ma rassicuranti degli antichi cantieri in cui i Veneziani erano soliti accompagnare i loro alleati più titubanti per fagli capire contro quale razza di potenza marinaresca stavano per mettersi. Lo abbiamo fatto con tutta la solerzia e per no l’acribia di cui siamo stati capaci, non ostante le stesse didascalie ad altezza di bambino ci remassero contro, ma, purtroppo, al posto della sorpresa abbiamo trovato esattamente quello che ragionevolmente c’era da aspettarsi, nient’altro che il prodotto del buon gusto di una persona colta ed aggiornata, capace di uno sguardo a 360 gradi sull’intero orbe terracqueo. Molte cose belle, qualche caduta e soprattuto, a causa di un certo eccesso di terzo-mondismo, tanta, tanta, rabbia di nostri confratelli storicamente meno fortunati i quali ci stanno tutti mandando in qualche modo lo stesso sacrosanto messaggio che potremmo riformulare come segue: “non chiedeteci più armonia o più bellezza di quella che sappiamo scorgere, dobbiamo prima liberarci, metabolizzandole e digerendole, o anche vomitandole a dovere, tutte le distorsioni, l’infelicità e le mostruosità che la cosiddetta civiltà occidentale ci ha regalato per secoli, e dobbiamo farlo secondo i nostri percorsi e non secondo le facili scorciatoie etnologico-folkloriche che siete sempre stati pronti ad accettare paternalisticamente da noi.”

Più agevole e piacevole la passeggiata tra i padiglioni nazionali: bellissimo, anzi straordinario quello italiano, non per malinteso sciovinismo, ma perché è proprio così, Cuoghi, Andreotta Calò e Husni Bey questa volta erano tutti e tre in stato di grazia o for- se sono semplicemente dei geni destinati a far parlare di sé ancor più di quanto si è n qui fatto, o forse tutte e due le cose insieme. Fuori della norma anche il padiglione della Germania soprattutto per l’apparato scenografico che forse avrebbe potuto supportare anche performance più inquietanti e personalizzate. Intelligente, ma poco evidenziato nella sua logica quello del Brasile, Deludenti Gran Bretagna e Stati Uniti. Lodevole per misura e sensibilità l’Australia con Tracey Moffat.

Il premio Paolo Balmas va naturalmente ai tre artisti del padiglione Italia, ma anche al cartone animato di Rachel Rose che ho riguardato da capo tre o quattro volte.

Un’ultima cosa: Viva Arte Viva è proprio un brutto titolo o almeno in italiano suona male, suona un po’ spaghetti western. Perché nessuno ha avvertito la stimabile dottoressa Macel?