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Secco, umido o Banksy?

Del collegamento tra arte e inquinamento, tra le paludi delle riviste di settore, si scrive poco. La ragione è semplice: il tema non è ritenuto interessante. A chi può mai interessare lo sviluppo di un problema simile? Ai critici? Ma no. Sono troppo occupati a inquinare il mondo con la gloria, loro.

Qualche tempo fa mi capitò tra le mani, presso una bancarella di via Libertà, a Palermo, un libriccino stampato negli anni ottanta, di non più di novanta pagine e di una casa editrice sconosciuta.

L’autore, oggi defunto, sosteneva una tesi interessante, formulata nella domanda che che qui sintetizzo: con la sovrapproduzione di opere d’arte, avremmo conseguentemente un soffocamento dei nostri spazi vitali?

È da tenere d’occhio, ovviamente, il contesto: il libro fu scritto in un periodo di fantascienza imperante e di creatività inutile, infarcita dal denaro e parecchio stupida (tanta fogna artistica prodotta negli anni ottanta deve essere ancora differenziata, dichiarano con toni più borghesi i collezionisti. O mi sbaglio?).

A distanza di quasi quarant’anni possiamo affermare che questo libro non ha ricevuto l’attenzione che avrebbe meritato; e che la domanda dell’autore continua a essere pertinente. Sì, pertinente. Tranne che per la critica.

Perché la critica, che utilizza le proprie capacità intellettive per trastullarsi i genitali cerebrali, da alcuni anni pare che desideri attuare una fusione nucleare con l’affascinante discarica della cronaca rosa.

Fatevi un giro tra gli scaffali della Mondadori o della Feltrinelli, se potete. Ci son titoli che farebbero inorridire perfino il divertentissimo Dagaspia.com, sicuramente più valido di qualsiasi altra rivista d’arte.

Per esempio, ecco quali libri è possibile acquistare. Da come diventare artista all’invito di non farlo. Da come produrre l’opera d’arte perfetta al perché quell’opera non poteva essere prodotta da chiunque. Dall’arte spiegata ai figli, ai mariti, agli zii, alle nonne, agli amanti, alla vicina, ai gatti, ai cani e agli alieni, all’arte non spiegata. Dall’arte che scompare a quella che si espande. Da tutto, proprio tutto su questo e quell’altro artista, al niente, proprio il niente dell’arte in generale… e così via.

Banksy, la star, che appare sempre come le rondini, come i cerchi nel grano, come gli ufo, come i brufoli, come l’influenza, e cioè senza avvisarti, senza un motivo e quanto meno te l’aspetti (fondando, in questo modo, l’unica sceneggiatura valida del suo ridicolo teatro), ne ha combinata un’altra delle sue.

Stavolta l’artista oscuro e monellaccio, che fa tremare i potenti, le aste e le borse di tutto l’universo si è fatto sentire in una delle città più inquinate del pianeta Terra, a Port Talbot, in Gran Bretagna, tristemente famosa per le sue acciaierie. Una Taranto del nord, insomma. Molto più fredda. Molto.

L’opera (mi fa strano definirla così) illustra un dolce bambino con cappellino e pon pon, armato di slitta, che, teneramente, tira fuori la lingua e tenta di captare dei fiocchi di neve che cadono da un invisibile cielo.

Voltato l’angolo, e qui tenetevi perché l’esperienza percettiva è da brividi, simile a una sindrome di Stendhal da Nutella, a noi fruitori non rimane che urinare una lacrimuccia, perché scopriamo l’epilogo moraleggiante: quei fiocchi di neve, in realtà, provengono da un cassonetto incendiato.

Se l’arte intende avanzare riflessioni sull’inquinamento in questo modo, o innalzando giardini verticali, beh, forse è un bene se finora essa n’è stata alla larga da tali importanti argomenti.

Se però l’arte avesse quattro minuti e quattro secondi di libertà, la inviterei all’ascolto di Malaterra, cantata da Gigi D’Alessio. Non è Banksy, certo; e non è di moda tra i radical chic. Tuttavia…

Vabbè, non parlo, non parlo. Giudica tu. Dico soltanto questo, e mi riferisco a quei critici o a quei quotidiani che hanno dato positiva attenzione a questo evento: l’aver scritto che quella di Banksy è un’operazione ecologica vi ha qualificato per ciò che siete. Rifiuti.

 

(Fonte foto: Google.)

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Dario Orphée La Mendola

Nato ad Agrigento. Maturità scientifica. Laurea magistrale in filosofia. Insegna Estetica ed Etica della Comunicazione presso l'Accademia di Belle Arti di Agrigento e Progettazione delle professionalità presso l'Accademia di Belle Arti di Catania. Critico e curatore indipendente. Collabora con numerose riviste, scrivendo di arte, estetica, filosofia della natura e filosofia dell'agricoltura. Si sta occupando dello studio del sentimento, di gnoseologia dell'arte, estetica della natura e scienze naturali.