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Space Oddity: Giulia Cenci

Che differenza c’è tra un corvo e una scrivania? Questo indecifrabile indovinello, culmine della letteratura vittoriana e metafora di un’epoca, è l’incipit di uno dei passi più significativi di Alice’s Adventures in Wonderland, quando la protagonista dialoga con il suo alter-ego narrativo, il Cappellaio Matto, e conclude con l’idiosincrasia sul Tempo. Giusto un secolo dopo, anno più anno meno, Gilles Deleuze riprenderà la diatriba fiabesca nel suo Logique du sens contrapponendo il Tempo identificato da Alice, il susseguirsi di eventi, il tempo “logico” e percepito e carnale (Kronos), con il Tempo del Cappellaio, solo passato e futuro, un continuo divenire (Aion): è il Tempo dell’Arte.

Un’analisi filosofica sulla simultaneità, e non meno priva di Meraviglie, emerge dalla mostra personale Ground-Ground di Giulia Cenci presso la galleria SpazioA di Pistoia. Giovane promessa del panorama internazionale, la Cenci propone spesso e volentieri nel suo operato una sincronizzazione allusiva dell’oggetto nella totalità temporale, portandolo al limite della sua riconoscibilità e polarizzandolo in un’instabilità costante. Se in passato alcuni suoi lavori “recitavano” l’inevitabile venendo esposti come potrebbero apparire in un prossimo futuro, in quella che è stata definita “archeologia del presente”, nell’attuale mostra pistoiese l’intervento attivo sugli oggetti si fa più deciso e potente, abbandonando qualsiasi velleità di mimesis: l’opera perde la sua individualità formale a favore di un inglobamento dello spazio che viene assorbito nella sincronizzazione accennata. Evoluti in senso armonico, come in una partitura musicale, anche per la forte connotazione grafica percepita nel particolare e nell’insieme, i pezzi esposti obbligano una partecipazione attiva del fruitore, costretto a scavalcare i cavi che intervallano la profondità della galleria, costringendo una concentrazione fisica oltre che mentale: questo accento sul “tutto” ricorda molto il percorso affrontato da Giovanni Anselmo, spiccato nella tensione immanente, sul punto di esplodere, degli oggetti sospesi, delicatamente straziati nella loro collocazione innaturale e nella loro composizione artificiale: materia organica, bucce, frammenti di metallo, schegge di materiale industriale,… vengono inghiottiti da resine e leganti e plasmati a nuova forma, in nuovi ibridi. Un’aggressività addolcita proprio perché congelata, e deforme nel suo essere scoperta: non dissimile dalla “severità” dei busti imperiali del V secolo, la Cenci “idealizza” l’apparato plastico del suo lavoro che, in tal modo, perde la sua naturalezza, pur mantenendo ancora una decisa riconoscibilità, “alludendo” l’oggetto con il suo spettro, anzi con il suo ectoplasma.

Sintetizzare il tutto, cercare un equilibrio temporale e dimensionale tra l’artifizio e il naturale, il pieno e il vuoto, in un amalgama razionale dal sapore cyberpunk, ma lirico, come il cinema di Tsukamoto. Da notare anche la cifra letteraria che permea il lavoro della giovane artista, classe ’88, puntualizzando la citazione che accompagna lo statement della mostra, l’inizio del romanzo The Waste Land di T. S. Eliot, opera totalizzante, sintomatica per questa esposizione, sinfonia della globalità vissuta nel nostro non-Tempo, ingordo e connaturato.

La Recensione alla mostra di Giulia Cenci è pubblicata sul numero 265 di Segno

GIULIA CENCI
ground-ground

SpazioA 

Via Amati 13, Pistoia 51100

Fino al 13 gennaio 2018