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T-Yong Chung “Stanze | Odes to the Present”

Celata tra la scalinata di Trinità dei Monti e la celebre Fontana della Barcaccia di Pietro Bernini, la Keats-Shelley House propone fino al 10 agosto la mostra Stanze | Odes to the Present di T-Yong Chung (Tae-gu, Sud Corea, 1977 – vive e lavora a Milano), a cura di Fulvio Chimento.

Per questa splendida casa-museo, nei cui ambienti riecheggia ancora la presenza del poeta John Keats (che vi visse e vi morì nel 1821 a soli venticinque anni) – celebre per i componimenti quali l’Ode a un usignolo, La vigilia di Sant’Agnese, La Belle Dame sans Merci, La caduta di Iperione e Lamia – e dei letterati Percy Bysshe Shelley e Lord Byron, il coreano ha ideato un’esposizione site-specific che si amalgama perfettamente nel contesto ospitante, colmo di stratificazioni di senso e di segni, grazie alla sua naturale attitudine a relazionarsi con l’antico ed il moderno effettuando una trasposizione e ri-attualizzazione in termini artistici di temi cari alla poesia.

Stanze | Odes to the Present nasce, infatti, per celebrare il bicentenario dell’anno più creativo sia di John Keats sia di Shelley, che nel 1819 produsse i suoi celebri poemi politici L’Inghilterra nel 1819, La maschera dell’anarchia, Ode al vento occidentale, e completò il dramma lirico Prometeo liberato. Prendendo spunto da ciò, l’artista ha prodotto lavori volti a commemorare la forza creativa del luogo. Interventi delicati e potenti al tempo stesso, si susseguono nelle quattro sale i cui interni sono occupati dal mobilio ottocentesco, suppellettili varie e teche contenenti preziose opere letterarie: dai manoscritti autografi degli autori sopra citati ai testi originali di Jorge Louis Borges, Oscar Wilde, Mary Shelley, Walt Whitman, personalità che hanno contribuito a rinnovare le tematiche inerenti alla poesia romantica.

Il percorso inizia nel vano accanto al bookshop, dove bassorilievi cartacei, gradevoli sia nei toni sia nelle fattezze, fanno da contraltare al video che mostra il procedimento attraverso il quale Chung elabora le proprie sculture-ritratto: dalla creazione dell’opera tramite classici metodi appresi in Accademia alla sua parziale cancellazione con una levigatrice. Un’operazione condotta con cura e preventivamente progettata per esaltare il vuoto inteso come generatore del tutto e, quindi, come prosecuzione tra passato e presente. Qui, la casualità ha lasciato il posto ad una prassi oculata e studiata col fine di creare lavori ispirati alle suggestioni emanate dal sito e prontamente colte dall’asiatico grazie alla sua particolare sensibilità di matrice orientale. Controllo del mezzo scultoreo declinato in chiave contemporanea, immediatezza di relazione con l’arte d’ispirazione antica, originalità concettuale nell’elaborare bassorilievi ottenuti tramite la lavorazione di materiale povero (la carta), sapienza nell’utilizzo del tessuto come supporto di stampa, oltre a un’innata capacità analitica del disegno sono le doti tecniche e linguistiche impiegate dall’artista per valorizzare il patrimonio del museo.

Al piano superiore i busti realizzati in materiali vari, dal bronzo al cemento, sono disposti nelle tre stanze e sul terrazzino che affaccia sulla famosa scalinata romana. A questa produzione fanno da contorno molteplici uccelli eseguiti a tuttotondo: usignoli e allodole collocati in posti impensabili si confondono tra mobilia varie. Volatili che rivestono un valore totalizzante nella poesia di Keats e Shelley in quanto il loro canto, definito divino ed universale, esemplifica il rapporto presente nella poesia romantica tra infinito e finito, tra il celestiale cinguettio ed il caduco poeta.

Emblematico è il titolo della mostra perché, oltre a ricondurre al vano domestico, inteso come ambiente privato dedito alla meditazione e concentrazione intellettuale, avvicina il fruitore al pensiero di Keats, il quale in una lettera definì la vita come una casa dalle molteplici “stanze”. Inoltre, tale vocabolo rimanda alla metrica della poesia provenzale: una “canzone” poteva essere composta da un numero variabile di strofe dette “stanze”.

Calandosi nelle opere e nella breve vita di John Keats T-Yong Chung – artista a metà tra antico e contemporaneo e tra occidente e oriente – sviluppa una serie d’interventi che, investigando l’Io, ci pongono di fronte all’intimità dell’uomo contemporaneo e alle sempre attuali riflessioni sulla fugacità della vita.