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The Mental Trip – Un grande viaggio di ritorno

Dopo la mostra al UCCA, dove HH. Lim, sfidando il concetto stesso di spazio, in una dinamizzata ed amplificata visione fontaniana, lo attraversava facendolo ruotare all’interno dei frutti consumistici del pensiero umano, l’artista interviene sugli ambienti della galleria Tang Contemporary art Beijing alternandone percezione e fruizione.

Il titolo The Mental Trip è lo spunto per un viaggio metaforico ed evocativo attraverso una struttura espositiva che, al contempo, abbraccia diverse forme d’espressione.

Come un abitante non occidentale che sopravvive nel contesto di dominanza eurocentrica, i temi e le immagini della differenza, nel confronto e nella negoziazione, vengono rappresentati da Lim con immaginazione ed energia creatrice.

Le rappresentazioni tipiche delle opere di HH Lim che simboleggiano le culture orientali e occidentali vengono messe, nello stesso lavoro, in posizioni parallele e contrastanti. Questi simboli negli oggetti di vita quotidiana vengono ridefiniti come una sorta di esistenza animistica, mentre, nel frattempo, essi corrispondono perfettamente all’intenzione dell’artista di esprimere i propri interessi nell’elasticità, nell’ambiguità e nella mitica essenza del linguaggio stesso.

La mostra si apre con un progetto nuovo creato ad hoc per lo spazio: “The Mental Trip”. La forma di gabbia a spirale quadrata, inspirata al pozzo di San Patrizio, un lavoro di ingegneria straordinario realizzato tra 1527 e il 1537, invita il pubblico ad iniziare un percorso, un viaggio evocativo e simbolico. Nella gabbia si individuano due vie che pur senza contatti tra loro nascono, si snodano e si concludono parallelamente. L’una conduce verso il centro della gabbia, verso il proprio più profondo io, il forziere da proteggere e nascondere, l’altra, viceversa, proprio partendo dal centro stesso della struttura, ci conduce verso l’esterno evocando in noi un moto di liberazione e luce.

La contrapposizione, mai come oggi attuale, tra “sicurezza” e libertà, si snoda tra file di sbarre che evocano mura trampiane e/o i mattoni che quotidianamente inseriamo per proteggere o nascondere le nostre insicurezze, debolezze e paure.

Dall’antro vagamente materno verso il quale i professionisti del terrore e delle paure consapevolmente ci conducono, l’artista ci invita ad un percorso parallelo di liberazione che ci conduca ad abbandonare i falsi forzieri e sbarre verso la liberatoria consapevolezza e coscienza di noi stessi.

Il percorso prosegue nella stanza centrale, ove tre video riproducono le performance più notevoli di uno studio che indaga il constante rapporto tra mente e corpo. L’artista cerca di misurare la distanza tra mente e corpo nell’arco del tempo.

Lo stesso concetto, poi, viene evocato nelle tre sedie anch’esse esposte nella sala. Per l’artista la sedia è un compagno constante di strada perché rappresenta essa stessa una struttura di dinamica attesa, sia quale “punto di vista” che quale evocativo strumento di meditazione.

In modo quasi surreale e metafisico, nell’ultima stanza della mostra, l’artista indaga sulla forza della resistenza. Intitolandosi: “c’est la vie” HH. Lim mette alla prova la autosopravvivenza di un cactus che attraversa il soffitto. Nuovamente l’artista si confronta con il concetto di spazio reinterpretandolo nelle sue claustrofobiche misure finite.

La ulteriore “gabbia”, rappresentata questa volta nella limitazione che impedisce l’elevazione e ci pone nuovamente di fronte ai nostri limiti, viene attraversata e vinta dalla forza che l’artista qualifica come “resistenza”. Il significato metaforicamente passivo del termine si eleva superando le barriere spaziali elevandosi oltre le stesse nella ricerca di spazio e di luce.

Infine, come unica opera dipinta, HH. Lim ci propone il disegno di un gorilla su fondo grigio. In un rimando darwiniano l’artista ci riconduce, in uno spazio kubrickiano di limiti irrisolti, in un ciclo senza fine, dove l’uomo e la tecnologia sembrano inseguire percorsi diversi quanto mai paralleli.

Marina Navarro

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