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VHS – MAMbo

È un mescolarsi di generi la rassegna video in corso al MAMbo – Museo d’Arte Moderna Bologna fino al prossimo febbraio, nell’ambito del progetto VHS +video/animazione/televisione e/oindipendenza/addestramento tecnico/controllo produttivo 1995/2000.

La mostra, a cura di Silvia Grandi, si compone di materiale audiovisivo accompagnato a strumenti per la produzione e fruizione di opere video, l’evento ha luogo da un progetto di Saul Saguatti di Basmati Film, e Lucio Apolito di Opificio Ciclope.

La rassegna inoltre, collocata nella Project Room del MAMbo, la ex sala video al primo piano del museo bolognese,  è realizzata in collaborazione con il Dipartimento di Arti dell’Università di Bologna e vuole essere un focus attorno alle ricerche in ambito audiovideo nell’epoca che precede la diffusione del digitale.

“VHS+” si presenta allo stesso momento come testimonianza della popolarità raggiunta, nell’arco cronologico di circa un ventennio, dalla storica tecnologia VHS, a lungo mezzo di riferimento nell’ambito della sperimentazione creativa e dell’autoproduzione.

Sotto gli occhi degli spettatori dunque, ricorrono i modelli espressivi che hanno segnato l’universo mediatico tra gli anni ’80 e i primi anni Duemila, fatti rivivere attraverso i montaggi di opere varie, realizzate in tempi diversi dagli autori invitati. Questi ultimi si identificano in associazioni, collettivi o marchi, in gran parte attivi ancora oggi, che tra l’inizio degli anni ’90 e i primi anni del XXI secolo hanno seguito in Italia una ricerca di impronta culturale attraverso l’uso del mezzo audiovisivo analogico.

I filmati in rassengna si compongono di prodotti diversi, girati per differenti scopi o committenze, e fanno osservare la molteplicità delle soluzioni espressive che questo mezzo ha reso possibili.

Tra essi troviamo in prevalenza video musicali e spot, documentari, sperimentazioni visive con grafica e suono che documentano il largo utilizzo della popolare tecnologia a bassa fedeltà, diffusa e resa vincente dall’agevole reperibilità degli strumenti, oltre che dai  bassi costi sul mercato.

Ad accomunare l’ampia quantità del materiale presentato, oltre all’immagine scarsamente definita soprattutto in raffronto agli standard odierni, è il fluttuare, nell’intento degli autori, tra l’adesione pura alle pratiche di genere e il suo capovolgimento in ricerca creativa pura, dove immagine e suono si fondono in reciproca simbiosi.

L’alternarsi della maggiore o minore vicinanza ai modelli televisivi o cinematografici, evocati da motivi estetici ormai impressi nell’immaginario collettivo, rende evidente l’importanza per gli autori di un contatto con il pubblico diretto e immediato. L’interesse nei confronti della società e degli avvenimenti che hanno segnato la cultura dell’epoca si lega in queste opere alla volontà di esserne in una certa misura interpreti a prescindere dall’inclusione al loro interno della parola o dell’elemento narrativo.

Possiamo considerare quest’ultimo tratto l’ulteriore carattere unificatore dell’intera produzione, riscontrabile certamente nelle riprese dove appare più marcata la  volontà di rappresentazione e mimesi , per estendersi alle opere, segnate da una ricerca di astrazione pura che resta in tutti i casi priva di estetismo fine a sè.

Dell’insieme di video presentati vale la pena ricordare gli autori, tutti collettivi italiani operanti nel campo della produzione audiovisiva sperimentale. Tra essi riconosciamo l’Opificio Ciclope, uno dei promotori della rassegna, nato a Bologna a metà anni ’90. Il lavoro del collettivo, ancora oggi operante, gravita nel periodo degli esordi attorno agli eventi del Link Project, la popolare associazione attiva nell’ambiente culturale underground del capoluogo emiliano. Opificio Ciclope ha successivamente svolto lavoro di comunicazione multimediale al servizio di numerose altre attività e istituzioni e, come gli altri autori, opera percorrendo la linea confine che separa le regole della produzione artigianale dalla sperimentazione.

Il lavoro sull’immagine è centrale per il collettivo milanese Otolab, che tra i vari generi si concentra sulla produzione cortometraggi, videoclip e opere di videoarte, facendo ricorrere nei loro caleidoscopici montaggi contaminazioni tra elemento visivo e le sonorità elettroniche. Otolab, oltre a svolgere attività didattica ha prestato in numerose occasioni i propri servizi nell’ambito di eventi artistici, muscali e di intrattenimento.

Il marchio  Fluid Video Crew opera tra Roma e il Salento a partire da metà anni ’90 e nella molteplicità dei generi a cui si è dedicato fa osservare un prevalere di opere documentarie. Portatori di una filosofia di gruppo i membri di Fluid Video Crew considerano unica l’esperienza a contatto con il reale e in continuo sviluppo l’opera, tanto da rendere spesso disponibili più versioni un singolo progetto.

Ogino Knauss  è stato attivo a Firenze da metà anni ’90 fino al 2007, anno che precede il loro trasferimento a Berlino. Tra le produzioni realizzate dal collettivo per conto di vari committenti o nell’ambito di collaborazioni con altre etichette indipendenti, troviamo videoinstallazioni, video musicali, vjing, videoperformance, cinema espanso fino alle fiction e ai documentari.

Il collettivo Sun Wu-Kung Hardcore Entertainment ha operato a Milano tra la fine anni ’90 e il 2003. Le attività di  Sun Wu-Kung si sono concentrate soprattutto nelle pratiche artistiche ospitando autori vari allora protagonisti della scena underground milanese, tra i generi visitati vi sono soprattutto i livemedia, il vjing, e soprattutto la video animazione operata con la tecnica del passo uno.