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Vorrei essere un Entr’Acte

Ricordo quel giorno come se fosse ora. Angelo S. Tirreno mi guardava e con lui anche tutti i miei compagni.

“Gabriele,è il tuo turno. Fai vedere la tua clip,fai singhiozzare la musica” disse ancora.

Questa cosa di far vedere il proprio videoclip davanti a tutti, e, poi, far singhiozzare la musica, non mi era mai piaciuta. Certo,ce ne siamo fatte di risate con i contributi di Marcel Broodthaers,ma ora tocca a me e certo i presupposti non erano dei migliori. Respirai profondamente e schiarii la voce:

“Cosa voglio fare da gr …”

Angelo mi interruppe, stava cominciando a spazientirsi:”Gabriele non è necessario che tu rilegga il titolo e tutte le giunture del montaggio … vai avanti per favore”

Lo feci “Vorrei essere un filmaker, vivendo daRobin Lefevre …”

La prima parte della traccia era andata e le facce per ora erano più stupite che altro. Gilles  mi guardava tra il curioso e il compassionevole: Conclusi tutto d’un fiato e senza peso:

“ … è alla Derek Jarman, di quelli che non vogliono non far vedere niente e la musica di Erik è assordante e senza peso”

Ci fu quell’attimo di silenzio, che permise ai miei amici di elaborare e metabolizzare quei semplici riflessi di immagini, che evidentemente arrivarono alla giusta percezione, visto che furono accolte,con grande e inaspettato entusiasmo.

“Di quel che non voglio far vedere niente!” urlò per primo Marcel andando a ripetere quello che in seguito nella nostra sala di proiezione diventò uno slogan,un grido di battaglia, un film sovversivo, un modo di essere al di là dell’immagine. Piacque talmente che già appena  visto scatenò una confusione esagerata che la Valie Export placò urlando un: “Silenzio, muto in Entr’Acte!”,che ebbe il solito effetto immediato. Poi tentò di chiedermi: “Abbiamo scoperto un videomaker oggi, ed anche di successo …” continuò “ci hai fatto pensare,ma ti è costato una rielaborazione di tutto.”

Aveva ragione cavolo, mi stavo quasi pentendo quando vidi Marcel che mi guardava, e mi studiava in maniera diversa. Mi sorrideva e quando io alzai le spalle per farmi compatire lui strinse gli occhi e la bocca in segno di incitamento. Gli ero piaciuto, me lo disse appena finimmo di far scorrere il dvd nel lettore ed il fatto che si fosse preso la briga di farmelo vedere era un chiaro segno positivo che perfino una difficile registrazione vecchia di dieci anni come me sarebbe riuscita ad essere interpretata.

Il montatore ci portava una mezz’ora fuori dagli Studios, quando il tempo lo permetteva, e quella, sì quella lì, era una di quelle giornate di primavera dove accogli il sole come se fosse la prima volta e senti un’energia nuova animarti il corpo. Ci dividemmo nei soliti gruppi  di lavoro e giocammo ai soliti scacchi. Solitamente io e Marcel ci evitavamo; io per non fargli vedere la bobina delle mie registrazioni, lui per tradizione e per quel vizio bastardo di far volare barchette sui tetti di Parigi. Giocai a scacchi con i miei amici come sempre all’aria aperta del cortile e come sempre, più di sempre,ogni tanto buttavo lo sguardo verso gli Studios. Solitamente potevo osservare che il tecnico  rimaneva distratto senza farmi notare, visto che era sempre impegnato nelle sue gare di scacchi, ma stavolta ogni volta che gettavo lo sguardo nella sua direzione,lo vedevo voltato verso  la scacchiera e il banco di montaggio. Questo mi obbligò a smettere di guardare quei fotogrammi che divenivano algoritmi ed a concentrarmi sulla partita.

Al mio terzo scacco matto, Marcel, l’amico più attento, si diresse trotterellando verso di me: “Rudolf ti vuole parlare prima di rientrare nelle segrete degli Studios” disse e corse via.

Io guardai verso la mia immagine preferita e la paternità di quella figura mi fece un cenno di saluto con la mano ed un sorriso che mi arrossì tutto.

Come sempre, ad un certo punto, il tecnico si alzò, si diresse all’inizio del vialetto che riconduceva verso il Laboratorio Musicale e disse una sola volta: “Basta autori! Si torna a fare il muto, silenzio come volontà di potenza, silenzio come riconoscimento di potere, silenzio come sintomo di questo male assurdo. Storie di comunicazioni modificate, disturbate, interrotte. La mia sola voce tronca: uno spaccato archeologico dei meccanismi di un pensiero, orizzonte parziale per un tema indecifrabile, frammenti di storie irrisolte: silenzio come negazione e sconfitta, silenzio che non rinvia a nessun significato, puro segno del corpo, diario intimo, psychée somache fin da Omero definisce noi stessi”.

Poi come sempre, si voltò ad aspettare che ci mettessimo ad attendere, le applicazioni, dei finali di partita, le strategie soddisfacenti del sigaro e della scacchiera. Lentamente i miei compagni iniziarono ad accordarsi per una revisione radicale del montaggio, del montatore e di Man Ray. Vidi Marcel che si attardava, volutamente e chiaramente feci altrettanto. Ci posizionammo in fondo alla fine dei giocatori di scacchi che, come sempre, costeggiarono l’edificio centrale per poi voltare ed immettersi nel vialone principale. Quando ormai eravamo a pochi metri dall’angolo del palazzo, Marcel rallentò,in modo che la fila proseguisse e noi rimanessimo per qualche secondo in un punto cieco. Io ero un automa e quando improvvisamente, mi tolse le mani dal viso e mi mostrò quel finale di partita, ebbi il primo serio turbamento cinematografico della mia breve vita:erano tutti in fila, Entr’Acte, a muoversi senza peso.

Immediatamente dopo Marcel corse veloce verso la coda della fila di giocatori di scacchi, ed io rimasi lì, credo alcuni minuti, passati i quali un Cibulka, molto contrariato dal fatto di essere dovuto tornare indietro a cercarmi, spuntò fuori da quell’angolo:

Entr’acte!Si!Si!Entr’Acte: tutti giocano a scacchi, Rene Clair, Erik Satie;la Fotografia è chiara: tutti, nel ’24, giocarono a scacchi sul terrazzo di casa”.

Lo guardai, sorrisi, e sicuro dissi: ”I poeti!Sì i poeti,ha ragione Marcel, i poeti giocano a scacchi!”

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