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Ya Basta Hijos de Puta. Teresa Margolles al PAC

Noi. Non più loro, non più tu. Una volontà di presa di responsabilità quella strettamente e intensamente intrinseca al lavoro di Teresa Margolles in mostra al PAC di Milano a cura di Diego Sileo fino al 20 maggio 2018. Un’artista che condanna, attraverso elementi spesso quasi minimali, la violenza di un Paese, il Messico, in cui morti, traffico di droga ed esseri umani, ingiustizie e marginalità sociali sono all’ordine del giorno.

Ya basta hijos de puta! grida a gran voce il titolo dell’esposizione meneghina con parole forti e dirette che conducono la mente al ragionamento e alla presa di coscienza di ciò che accade auspicando che non succeda mai più. La Margolles ha vissuto per lungo tempo a Ciudad Juárez, città in cui son stati registrati centinaia di femminicidi, studiando e vivendo da vicino la paura che si inietta nei corpi e nelle menti di tutta la società. Gli studi che l’artista ha condotto all’Istituto di Medicina Legale a Città del Messico si ricollegano ad opere che raccolgono tracce e resti della violenza, legano la scienza ad un tentativo di poeticizzazione della tragedia. La nebbia di Vaporización che invade una delle sale del PAC è vapore che deriva dall’ acqua nella quale sono state immerse lenzuola usate per avvolgere cadaveri di italiani deceduti per diverse forme di violenza. La sensazione è alienante, non alla vista, offuscata e velata, ma al tatto, al contatto. È impossibile non visualizzare interiormente il sopruso. I residui di fili per ricucire i corpi dopo le autopsie compongono 57 Cuerpos, un cordoncino lungo 21,9 metri davanti al quale il pubblico si prostra, osserva i segmenti uniti e cammina al suo fianco; un limite e un percorso allo stesso tempo che conducono nella direzione della resistenza, del cambiamento e della lotta a fianco delle vittime.

Di forte impatto, emotivo e fortemente tangibile è Joyas, riproduzioni di gioielli ispirati a quelli indossati dai narcotrafficanti. Il cosiddetto ajuste de cuentas in Messico causa morti ma anche distruzioni di oggetti, quali auto o finestre, che hanno sostituito le pietre preziose normalmente incastonate nei monili. Ogni manufatto di valore conduce al senso della morte, alla persona spesso anonima e alla scena del crimine, anche qui attraverso tracce, che è raccontata, scritta ed accostata ad ogni teca. Gioie che contengono dolore, quindi, per passare ad immagini che visivamente ti permettono di entrare subito in contatto con quelle sofferenze e con quella città.

Torno all’inizio del percorso espositivo per incontrare per l’appunto la serie fotografica che apre la mostra al PAC, Pistas de baile, in cui i transessuali posano con alle loro spalle ciò che resta del luogo in cui lavoravano. Il centro storico di Juárez è stato quasi totalmente raso al suolo e le prostitute si riappropriano, orgogliose e con i loro abiti provocanti, degli spazi distrutti. Irrealizzabile è d’altro canto per loro riappropriarsi della vita delle loro colleghe e amiche che puntualmente vengono torturate e uccise senza che siano attivate indagini sull’assassinio. Karla è una di queste. La sua foto a grandezza naturale è presenza imponente all’interno di una delle sale, accompagnata da un pezzo di cemento, un audio e il certificato di morte che narrano il momento della sua  scomparsa. Una ferita dunque come quella che durante la performance, realizzata proprio in onore di Karla, è stata eseguita in occasione di Miart su uno dei muri del PAC da una donna transgender, Sonja Victoria Vera Bohórquez. Noi, non più loro, non più tu. Una responsabilità in prima persona che ricorda ingiustizie e non si gira dall’altra parte, rendendo l’arte un mezzo per conoscere e per far uscire emozioni derivanti da tracce ricomposte e rese ricordi eterni.

 

 

Ya Basta Hijos de Puta. Teresa Margolles

fino al 20 maggio 2o18

Pac
Padiglione d’Arte
Contemporanea

Via Palestro, 14
20122 Milano
+39 02 8844 6359