Figura carismatica e inconfondibile, Fabrizio Plessi si presentava con la visione sciamanica di un pioniere contemporaneo, anzi intercontemporaneo, un asceta con i capelli lunghi e fluenti, da tempo bianchi. Lo sguardo penetrante, vivace e sempre curioso di un eterno ragazzo di fronte all’immensità del creato, si accompagnava a una presenza dinamica. Affabile, sapeva comunicare con una passione contagiosa la complessità del proprio universo creativo.
Fabrizio Plessi, profeta della videoarte e demiurgo degli elementi naturali tradotti in linguaggio elettronico, si è spento, ma i suoi fiumi digitali non si spengono, le sue acque tecnologiche, che hanno attraversato decenni di sperimentazione visiva, continueranno a scorrere, come nel fatidico “panta rei”.
Nei giorni scorsi il popolo dell’arte ha annunciato e lamentato la scomparsa di un maestro capace di fondere la materia primigenia con il bagliore freddo dei monitor. Riduttivo imporgli la definizione di videoartista: la sua complessa poetica visiva ha sempre trovato genesi nei tracciati grafici, nei bozzetti e nella fisicità ancestrale di materiali come il marmo, la terra, la paglia, il ferro e il carbone. Da queste “convivenze impossibili”, dall’incontro dialettico tra la corposità tattile di questi supporti tradizionali, “poveri”, e i nuovi dispositivi di riproduzione visiva è nato il “cangiante elettronico”, sono nate installazioni scenografiche in cui la tecnologia non si è mai imposta come puro artificio, ma si è rivelata uno strumento per raccontare l’anima fluida del mondo.
L’elemento liquido ha rappresentato l’ossigeno stesso del suo pensiero, la linfa e la bussola di una vita intera. Sebbene emiliano di nascita, Plessi scelse Venezia come patria elettiva e sorgente inesauribile di ispirazione: la sua era una vera e propria devozione per la dimensione lagunare, dove il costante rifrangersi dei bagliori sulle onde penetrava direttamente nel gesto del disegno, alterandone le geometrie, ammorbidendone le traiettorie e trasformando ogni intuizione grafica in materia viva e mobile. Venezia per Plessi non è mai stata un semplice sfondo romantico, ma un laboratorio di liquidità mentale, uno specchio cosmico in cui l’acqua si faceva metafora dell’esistenza, del flusso inarrestabile del tempo e delle mutazioni continue del paesaggio umano. Nelle sue visioni, il moto ondoso delle maree si trasmutava nel flusso incessante dei pixel, insegnando alla luce elettronica a scorrere con la medesima grazia e imprevedibilità delle correnti marine.
Dai gesti ironici e performativi degli anni Sessanta fino alle imponenti visioni del nuovo millennio, il suo percorso ha dimostrato come anche l’atto apparentemente vano di tracciare solchi nell’acqua possa trasformarsi in una conquista poetica. La rivista «Segno» ha accompagnato questo lungo e inarrestabile cammino creativo, documentando le fasi salienti di una carriera formidabile. Fin dagli albori, la visione concettuale dell’artista ha trovato attenzione tra queste pagine cartacee, con una primissima e fondamentale pubblicazione risalente addirittura al 1978, ai primi passi della testata giornalistica. Un dialogo critico costantemente alimentato nel corso del tempo, capace di riaccendersi con le riflessioni del 1996 e del 1998, per poi approdare nel nuovo millennio con gli approfondimenti del 2005 e del 2011. L’indagine si è fatta ancora più densa con due articoli nel 2014 e ulteriori analisi nel 2015, fino a giungere alle recenti ricognizioni del 2022 e del 2023.
Affiorano vividi nella memoria gli straordinari capitoli espositivi legati a Venezia, come quelli incastonati nella suggestiva atmosfera di Palazzo Venier dei Leoni alla Collezione Peggy Guggenheim. Ma fece ancora più scalpore la sua videoinstallazione «Le cariatidi dei poveri», l’opera storica concepita da Plessi nel 1996 per la Galleria Lucio Amelio. Era la Napoli del nuovo rinascimento della metà degli anni Novanta. Nel cuore di una città culturalmente straripante, la galleria di Lucio Amelio si trasformò nel palcoscenico di un esperimento visivo straordinario, firmato da Fabrizio Plessi. L’impatto per chi entrava nello spazio espositivo era immediato e suggestivo. L’opera si presentava come una colonna instabile e solitaria, una torre verticale composta da vecchie valigie consumate, sormontate da una lampadina accesa che proiettava una luce fioca e intima. Questa pila di bagagli non poggiava sul pavimento, ma era letteralmente sorretta da un televisore a tubo catodico. Sul monitor scorrevano immagini ipnotiche e spettrali. Plessi aveva posizionato la sua telecamera negli aeroporti, filmando gli schermi dei detector durante i controlli di sicurezza. Sotto gli occhi del visitatore passavano così i bagagli, messi a nudo dai raggi X: scheletri di oggetti quotidiani, vestiti, ricordi, ombre liquide che scorrevano senza sosta.
Nelle grandi architetture storiche e negli allestimenti monumentali, come la grande antologica allestita nel 2024 al Palazzo del Broletto a Como, affiancata dalle sezioni di disegni e bozzetti diffuse tra Pinacoteca Civica, Museo Diocesano e Teatro Sociale, la sua opera ha dato corpo a sei forze primordiali: l’acqua vitale, il fulmine propulsivo, il fuoco ardente, la lava incandescente, la lucentezza sensuale dell’oro e la sublimazione vaporosa del fumo. Attraverso vasche specchianti e l’eco del suono, la sua visione ha umanizzato i media contemporanei, dimostrando come l’atto creativo debba sempre governare lo strumento tecnologico per aprirsi a idee capaci di superare i confini del già visto.
Ogni parola stampata nel corso dei decenni ha tracciato il mutare delle maree elettroniche, seguendo la corrente di un pensiero artistico in incessante divenire. L’opera totale di Plessi rimarrà un argine contro lo scorrere inesorabile dei giorni. Le creazioni multimediali, sintesi perfetta tra memorie ancestrali e scenari futuri, continueranno a scorrere nei musei, nei luoghi storici e nell’immaginario collettivo globale. Il viaggio del grande navigatore elettronico non si arresta oggi, ma confluisce in un oceano di luce perenne, lasciando in dote un’eredità visiva destinata a rigenerarsi all’infinito.
Leggi l’intero articolo su segnonline.it