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Alessandro Para è il vincitore del Premio FotoGrafia di do ut do

Il 5 Febbraio scorso si è svolta nell’Aula Magna dell’Accademia di Belle Arti di Bologna la
cerimonia di premiazione dei vincitori del Premio FotoGrafia, promosso da do ut do, per sostenere la ricerca meritevole di attenzione degli studenti dell’Accademia. Quattro gli studenti premiati che riceveranno attrezzatura specifica per proseguire e approfondire i loro studi. Il Primo Premio è stato assegnato ad Alessandro Para autore della Fotografia intitolata Tombarolo al lavoro, premiata per l’intensità espressiva dell’immagine, la competenza e l’abilità pratica nel rendere il soggetto ritratto strettamente legato al tema 2026 Identità: «non come affermazione individuale ma come io plurale, condizione che esiste solo nella relazione e nell’attraversamento dell’altro. Non un’identità da dichiarare, quindi, ma da abitare.»

Il significato del tema Identità
Il Premio FotoGrafia dedicato all’Identità, rappresenta la scelta far affrontare ai partecipanti il tema
della pratica fotografica come modalità di apertura ad ulteriori domande, attraverso una ricerca che
sappiamo non produca conferme. Studiando le opere dei più grandi autori del Novecento si è potuta
osservare la diffusione di un concetto d’identità mai definito, ma caratterizzato dalle contraddizioni,
dalle tensioni storiche, sociali ed esistenziali. La fotografia prima di essere considerata il risultato di
una visione è luogo di pensiero, uno spazio in cui l’osservare è stato in funzione di trasferire sulla
superficie della carta fotografica una posizione definita rispetto a ciò che accade nel mondo.
L’immagine quindi, in questo contesto, non è descrittiva ma risponde all’esigenza sentita di dover
mettere a fuoco le situazioni più spinose del vivere. Da questa prospettiva il Progetto dedicato
all’Identità ha offerto l’opportunità di mettere in luce il valore etico e sociale della ricerca artistica
come esercizio di responsabilità. La creatività è generatrice di consapevolezza, costruisce campi di
relazione per rendere visibile l’invisibile della marginalità. Questo è il motivo per cui do ut do è da
considerarsi un contesto culturale impegnato nella produzione di senso, luogo di convergenza tra
formazione, sperimentazione e condivisione, dove l’identità venga continuamente messa in
discussione per dare spazio alla ricerca autentica.

Cos’è do ut do?
Do ut do propone e organizza esposizioni e appuntamenti dedicati all’Arte, all’Architettura, al Design con esponenti della Cultura, per riflettere su temi di valore etico-sociale. Il coinvolgimento di artisti, istituzioni, gallerie, imprese, collezionisti ha lo scopo di sostenere la Fondazione Hospice MT. Chiantore Seràgnoli Onlus; un ente no profit, che attraverso la gestione di alcuni Hospice e l’Accademia delle Scienze di Medicina Palliativa – ASMEPA – opera per migliorare la qualità della vita, alleviare la sofferenza dei pazienti con malattie in fase avanzata e progressiva, e sostenere le loro famiglie. Da dieci anni do ut do è un significativo impegno verso il territorio. Tutte le edizioni si sono basate sulla valutazione estetica di quelle opere successivamente donate per un fine umanitario. La generosità come fondamento di questo Progetto, sin dalla sua prima edizione, ha sviluppato l’importanza del contenuto umano dei lavori scelti per appartenere a questa Collezione.

Un lavoro aperto e di prossima esposizione
Le fotografie presentate in questo articolo costituiscono un lavoro in fase di sviluppo e di prossima esposizione, e fanno parte di un Progetto diviso in due sezioni. Quelle in Bianco e Nero (eccetto quella che ha vinto il premio FotoGrafia) rientrano nella Prima Sezione dal titolo Unorthodox. Le immagini sono state scattate nel Maggio 2024 e hanno come soggetto la Pasqua Ortodossa, occasione in cui A. Para si recò per la prima volta in Romania al seguito del fotografo romeno Dorin Mihai. Nato e cresciuto a Galati in Romania Dorin Mihai si è trasferito in Italia nel 2000 e dal 2022 collabora con l’agenzia di stampa ANSA come fotoreporter. Egli è un riferimento per A. Para, uno dei suoi maestri, dal quale afferma di continuare ad apprendere.

Perché la scelta di Maramures?
Maramures è uno dei luoghi scelti per sviluppare alcuni progetti fotografici. E’ una regione lontana dalla civiltà urbana, ancora con la capacità di proteggere paesaggi, tradizioni e tesori. Dopo un primo viaggio in quei territori, il desiderio di approfondire ed esplorare le loro particolarità con la fotocamera è stato determinante nel convincere A. Para a intraprendere un altro viaggio nel Dicembre del 2025; questa volta oltre a Dorin Mihai era presente un altro importante fotografo romeno, documentarista di villaggi romeni da oltre vent’anni: Sorin Onisor. Le fotografie scattate sono parte della Seconda Sezione del Progetto dal titolo So Far (Fino ad ora) e durante il secondo viaggio in Romania è stata scattata la fotografia vincitrice del Primo Premio di FotoGrafia do ut do: Tombarolo al lavoro. A. Para l’ha definita un «fuori programma», tuttavia le fotografie migliori sappiamo arrivino improvvisamente. Ricorda con precisione la mattina in cui D. Mihai aveva da poco cambiato il rullino della sua “assolutamente” nera Mamiya 7II, che lui desiderava tanto poter provare.

Che cosa accadde?
La magia ebbe inizio nel momento in cui dalle mani di D. Mihai la Mamiya 7II passò in altre mani,
quelle di un giovane desideroso di conoscere. Nell’istante successivo al passaggio della fotocamera
giunta nelle mani di A. Para, egli colse l’attimo e quell’immagine: Tombarolo al lavoro anch’essa
parte di un progetto sviluppato in Romania. L’interesse del fotografo è documentare la sezione
meridionale di Maramures, che costituisce il distretto di Maramures (in romeno Județul
Maramureș; dal latino Maramuresensis) uno dei 41 distretti della Romania ubicato nella regione
storica della Maramures. «Questa immagine racconta la realtà del fare: in un tempo uguale ma in
uno spazio diverso.» Definire un “tombarolo” quell’uomo non è corretto: poiché egli non è un
ricercatore e scavatore abusivo di tombe antiche, protette dalla legge, da cui asportare oggetti
preziosi o comunque d’interesse archeologico da poter vendere ai collezionisti. Quell’uomo è
semplicemente un lavoratore, colto mentre si concede una pausa seduto fumando una sigaretta, per
alleggerire la fatica di dover scavare con la sola pala una fossa preparata per accogliere una bara.
Oggi, come un tempo, in quella zona non sono ancora disponibili attrezzi meccanici in grado di
aiutarlo a svolgere il suo faticoso lavoro e la scelta di averlo definito, seppur erroneamente rispetto
alla realtà, un tombarolo ha attirato l’attenzione.

La scelta del luogo nella ricerca
Una importante considerazione relativa alla progettualità di questo promettente fotografo, riguarda la scelta dei luoghi in cui decide di sviluppare momenti di un pensiero non limitato, se non dalla carta, ma formativo. Gli istanti fissati sono parte della sua vita e influiranno in quella e nella fotografia successiva, divenendo contenuto di ricerca e storia dell’individuo. Per alcuni lettori potrà sembrare una normale affermazione, forse un’ovvietà, ma la qualità delle immagini data dalla forma decisa nell’immediatezza del fare, dovrà sempre essere una grande sorpresa. Ogni attimo scelto, il tempo scelto, pre-influisce sul contenuto e il risultato, ponendosi come base offerta a chi osserva per liberare il pensiero. Il suo essere in movimento, nel percorso di studio per ottenere una buona fotografia, presuppone di trovarsi in un punto dello spazio in cui convergano più elementi in un’unità misteriosa, comprensibile solo se scomposta. Ad A. Para interessa cogliere figure e determinazioni particolari, dove trovare la vita rafforzata proprio dalla forma particolare in sé. Egli vede e riproduce per fissare ciò che identico non potrà mai più tornare, lo cerca accuratamente con lo sguardo di chi pretende di ottenere la profondità reale dell’immagine, condizione fondamentale perché la sua fotografia affermi tutte le sue possibilità.

Alessandro Para si racconta
Il mio nome è Alessandro Para. La prima volta che ho preso in mano una fotocamera è stata alla fine del 2019. Riconoscendola come un oggetto di grande valore, il mio primo approccio alla fotografia è stato condito da un pizzico di terrore nella generale fascinazione che ogni giorno mi pervade sempre più. Mi sono laureato alla Facoltà di Fotografia alla Libera Accademia di Belle Arti di Rimini ad Ottobre 2024 per poi continuare il percorso accademico presso la facoltà Magistrale di Fotografia presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove tutt’ora studio. La fotografia per me si costituisce dall’insieme di più fattori: un culminare perfetto del caso, un momento decisivo precisamente scolpito, una verità imprescindibile e una menzogna clinicamente artificiale. L’insieme di queste caratteristiche si concentrano nel “Clack” che nel mirino separa la visione dal blackout dell’immagine catturata. Quello che ne segue è pura emozione, a partire dall’incertezza che caratterizza l’attesa di vedere le immagini ancora latenti, sino a quando le fotografie si materializzano finalmente davanti ai nostri occhi. Credo fermamente nella fotografia incontrovertibilmente spontanea, raramente e per estrema necessità mi pongo in condizione di dover
“in qualche modo” manipolare una scena. Ritengo la mia statura, definita “diversamente imponente”, favorevole, permettendomi di muovermi con destrezza alla ricerca dello spiraglio di realtà e del gesto “perfetto” da immortalare. La definizione della ricerca dell’immagine perfetta si riferisce all’istante in cui vedo ciò che ritengo appartenga al culmine emozionale, l’apice di quell’emozione che una fotografia incasella perfettamente all’interno dei suoi estremi.

Per conoscere il lavoro di Alessandro Para:
Instagram: alessandropara
La pubblicazione delle immagini di questo articolo è stata autorizzata da Alessandro Para.

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Alessandro Para è il vincitore del Premio FotoGrafia di do ut do

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