Se la musica con le sue parole nasce per essere cantata, allora l’atto della Cancellatura nasce per far ascoltare il silenzio che resta. Ed è proprio ciò che accade con Canto Napoli, la mostra che Emilio Isgrò dedica alla città partenopea, un progetto inedito curato da Eike Schmidt, Direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte, visitabile dal 10 aprile al 29 settembre nelle sale 81-83-84 del secondo piano. L’artista siciliano rende omaggio a Napoli intervenendo con il suo tratto distintivo, la Cancellatura, su venticinque partiture celebri. Su queste superfici, si posano insetti come richiamati dalla dolcezza di melodie, armonie e versi che le abitano.

Artista concettuale e pittore – ma anche poeta, scrittore, drammaturgo e regista – il Maestro Emilio Isgrò (Barcellona Pozzo di Gotto, 1937) è uno tra i maggiori protagonisti dell’arte contemporanea internazionale. Dagli anni Sessanta, ha fatto della cancellazione un linguaggio, trasformando pagine e immagini in territori da riscrivere. In Canto Napoli si rivolge per la prima volta alla musica napoletana. In questo dialogo inedito, Isgrò attraversa e reinterpreta gli autori della grande tradizione ottocentesca fino ai nuovi classici, da Salvatore Di Giacomo a Pino Daniele. Il percorso attraversa i grandi capisaldi della canzone napoletana, da ‘O Sole mio (1898) a Napul’è (1977), passando per Funiculì funiculà (1880), Torna a Surriento (1894) e ‘O surdato ‘nnammurato (1915). Accanto a questi, risuonano Malafemmena (1951), Anema e core (1950) e Tu si ‘na cosa grande (1964), insieme ad altre melodie che hanno costruito l’identità di Napoli. Tutte le scritture musicali riarrangiate da Isgrò in mostra sono state realizzate nel 2025 con tecnica mista su carta e stoffa. Accanto ad esse, trovano posto tre lavori a tutto tondo: due mandolini e una chitarra classica a dimensione reale, attraversati dagli stessi insetti che popolano le opere bidimensionali.
Attraversando le sale dalle pareti rosse, dove la luce soffusa si raccoglie e si fa precisa sulle opere, il silenzio prende corpo, come se avesse un ritmo proprio. Non è assenza: è attesa. È la pausa negli spartiti, quel tempo sospeso che non si canta ma senza il quale nessuna musica esisterebbe. Le opere in stoffa si aprono come pagine affiancate, due superfici che ricordano un leggio: ma non più davanti a un musicista, bensì sospese, sottratte all’uso, appese al muro. Si cammina allora più lentamente, quasi per non interrompere questo tempo sospeso, come se ogni passo potesse disturbare qualcosa di fragile. E in quel rallentare, la frenesia resta fuori, mentre dentro si apre uno spazio diverso: un ascolto che non riguarda solo la canzone, ma ciò che nel testo resiste, insiste, chiede di essere finalmente sentito. L’immagine caotica e sovraccarica della città si fa essenziale, attraverso un’operazione che rende ermetici i brani iconici della canzone napoletana. È proprio in quelle lacune che Napoli si fa presenza viva: non nella melodia completa, ma nella sua eco spezzata. Ed è proprio qui che la musica non si perde ma si concentra, si fa essenziale, come se ogni parola sopravvissuta portasse il peso e la bellezza di tutte le altre scomparse. Non nega, ma libera.


Ma le opere in mostra di Emilio Isgrò non si compongono solo di spartiti cancellati e di parole ermetiche, ma anche di insetti. Se le cancellature, nel lavoro di Emilio Isgrò, agiscono in una tensione continua tra rivelazione e nascondimento — coprendo le parole quasi a custodirle, a sottrarle all’usura — gli insetti introducono invece un principio opposto, un movimento che rompe la fissità della pagina. Sulla superficie della carta, le loro traiettorie non sono mai casuali: si addensano, si disperdono, si intrecciano in configurazioni che ricordano vere e proprie processioni. Il direttore del museo, Eike Schmidt, nonché curatore del progetto, osserva come «la loro coreografia collettiva rende evidente la dimensione sociale della canzone» così come sono sociali gli insetti —sciami di formiche e nugoli di api — raffigurati dall’artista siciliano. Questi esseri viventi, che animano le pagine, si rivelano nella luce focale, come impreziositi dal suo taglio preciso. Illuminano. Spicca tra le opere in mostra ‘O sole mio per due motivi ben precisi: è l’unica ad essere stata realizzata con uno sfondo nero ed è l’unica ad essere animata da farfalle. Nell’immaginario comune, la farfalla è legata all’idea di bellezza, di rinascita e metamorfosi. È come se Isgrò dicesse: alcune opere della tradizione non si limitano a scomparire o resistere, ma si trasformano in qualcosa di diverso e ‘O sole mio è proprio quel caso limite: è segno di una metamorfosi possibile, di una bellezza che non si spegne ma si rigenera. Si trasfigura. Come Napoli stessa, capace di attraversare la storia senza perdere la propria luce, trasformando ogni ferita in canto, ogni perdita in nuova forma di vita. Esattamente come accade in Voce ’e notte — prima partitura da cui ha avuto origine tutto il lavoro — emblema di una Napoli struggente e vitale insieme, espressione di un desiderio di vita che oggi appare ancora più urgente.
Così come la città partenopea ha un legame profondo e istintuale con la musica, così anche Emilio Isgrò. Come ricorda Marco Bazzini (responsabile scientifico dell’Archivio Emilio Isgrò) durante la presentazione della mostra, l’artista siciliano è cresciuto in un ambiente in cui la musica era molto presente e ricorda come questo dialogo attraversi tutta la sua produzione. In Canto Napoli, ha osservato, questa relazione si rinnova in modo originale attraverso il lavoro sugli spartiti. Isgrò, nel corso della sua carriera, ha cancellato tutto ciò che si poteva cancellare e, in un certo senso, lo spartito lo ha aspettato per essere cancellato a sua volta. Allo stesso modo, Bruno Corà (membro del comitato tecnico-scientifico dell’Archivio Emilio Isgrò), ha letto la mostra come un’estensione del concetto di canzone napoletana intesa come patrimonio culturale allargato, o come la definisce lo stesso Isgrò «profondamente democratica».
Sul tema della Cancellatura, Emilio Isgrò la riconduce a una matrice filosofica siculo-greca che, idealmente, tocca anche Napoli. Il suo gesto si colloca tra il dubbio dei sofisti e il metodo socratico del domandare: non offre risposte, ma costruisce condizioni di ricerca. Interrompono l’immediatezza. Attivare uno sguardo più consapevole. Anche la canzone napoletana, in Canto Napoli, non si dà più come evidenza, ma come esperienza da attraversare, da decifrare. Come afferma lo stesso artista, «per vedere, devi sollevare il velo, operando uno sforzo»: l’opera non si concede, ma chiede partecipazione, trasformando la visione in un atto di conoscenza. È la logica stessa delle cancellature di Isgrò: togliere per rivelare, sottrarre per far emergere nuovi significati. Bruno Corà sottolinea come l’invenzione della Cancellatura di Emilio Isgrò si sia ormai affermata come dispositivo flessibile e incisivo, capace di produrre senso attraverso un gesto critico che seleziona ciò che resta e ciò che scompare, invitando a esercitare oggi più che mai uno sguardo consapevole e interpretativo.
Diventa evidente, dunque, che una mostra sulla canzone napoletana, anche quando interpella testi remoti, ha una sua correlazione con il presente e, ancor di più, con il futuro. La Cancellatura di Emilio Isgrò sa essere un dispositivo critico e poetico allo stesso tempo, capace di riattivare e di interrogare. Con un piede nel passato e lo sguardo rivolto verso il futuro, resta allora da tenere a mente che, in natura, «nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma».
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Canto Napoli: la mostra di Emilio Isgrò alla città partenopea