Entrando negli spazi della Galleria Alfonso Artiaco, si ha la sensazione di attraversare due universi distinti, quasi opposti, eppure legati da un filo comune: il linguaggio nell’arte contemporanea. Due mostre, due sale, due artisti: Sorry, Wrong number di Glen Rubsamen (Hollywood, California, 1957) e Another Time di Robert Barry (New York, 1936), visitabili dal 2 marzo al 9 maggio 2026. Da una parte, la rarefazione estrema di Barry; dall’altra, la densità visiva e percettiva di Rubsamen. Due pratiche che sembrano muoversi in direzioni divergenti, ma che chiedono entrambe di rallentare, osservare e riflettere sul linguaggio e sulle immagini.


veduta parziale della mostra, Alfonso Artiaco. Ph Grafiluce, courtesy Alfonso Artiaco
Basta attraversare il corridoio perché, sulla sinistra, si apra la prima sala. Qui sono i dipinti di Rubsamen ad accogliere chi entra. Da lontano appaiono come fotografie: immagini compatte, nitide, quasi trattenute. Ma è avvicinandosi che qualcosa cambia: la superficie si dissolve in pennellate visibili e la materia pittorica ne rivela il gesto. La mostra Sorry, Wrong number, contiene la recente ricerca di Rubsamen dove il linguaggio urbano invade la superficie pittorica attraverso numeri, insegne e frammenti testuali. L’artista californiano ha a lungo lavorato su paesaggi di albe e tramonti, dove il cielo era protagonista assoluta, ma già in lavori come quelli presentati nella mostra Gleaming and Inaccessible (2017) presso la Galleria Alfonso Artiaco, si intuiva una trasformazione: alberi e viti assumevano qualità quasi umane, mentre torri per cellulari e lampioni iniziavano a comportarsi come organismi viventi. Non più elementi funzionali, ma presenze che crescono, si espandono, occupano lo spazio come una forma di vegetazione contemporanea. Questa ambiguità si intensifica nei lavori più recenti come in The Unsuspected (2025) o Without Warning (2025) dove gli elementi urbani e linguistici si integrano nel paesaggio, dando origine a immagini in cui naturale e artificiale, organico e tecnologico, si confondono. Le opere di Rubsamen costruiscono paesaggi saturi di segni: numeri di telefono, insegne, frammenti linguistici che si depositano sulla superficie come residui del quotidiano. Tra questi, le insegne a neon giocano un ruolo cruciale. Non sono semplici dettagli urbani, ma veri e propri dispositivi luminosi che attraversano la composizione: linee di luce che tagliano lo spazio, lo ritmano, lo rendono vibrante. In questi lavori, ciò che emerge è quanto la presenza del testo sia un elemento centrale. Parole, numeri e simboli non accompagnano l’immagine, ma ne determinano l’ossatura. Provenienti da contesti commerciali ordinari, questi frammenti vengono ricomposti all’interno di strutture visive calibrate con precisione. Il senso resta mobile, sospeso tra chiarezza immediata e possibilità aperta. L’approccio dell’artista è misurato, attento. Le opere evitano ogni dichiarazione esplicita, mantenendo una distanza che lascia emergere la complessità del paesaggio urbano. Ne deriva un invito a rallentare lo sguardo, a sostare nell’atto stesso del vedere. E non è, in fondo, lo stesso invito che attraversa anche la mostra Another Time di Robert Barry?


veduta parziale della mostra, Alfonso Artiaco. Ph Grafiluce, courtesy Alfonso Artiaco
Il passaggio da una sala all’altra non è solo fisico, ma percettivo. Dalla densità stratificata di Rubsamen si arriva alla chiarezza radicale di Barry, per accorgerci, di qui a breve, che questa chiarezza non semplifica ma apre. Appena varcata la soglia della seconda sala — che segna anche il ritorno dell’artista newyorkese alla galleria dopo la mostra del 2022 — si viene catapultati in una dimensione altra, dove le parole di Barry occupano entrambe le pareti di fondo. Sono grandi, si estendono nello spazio, si muovono in direzioni diverse. Non impongono, non sovrastano, eppure inondano. C’è silenzio, ma è un silenzio pieno. Le parole di Barry non descrivono: attivano. Isolate e distanziate, trasformano lo spazio senza saturarlo, creando una tensione continua tra presenza e assenza. Il suo vocabolario è essenziale — meno di trecento termini — e composto da parole che non indicano oggetti, ma stati: “actual”, “intimate”, “familiar”. Questi termini alludono a ciò che è in divenire, a ciò che sfugge alla fissità della rappresentazione. La mostra attraversa oltre cinquant’anni di ricerca, restituendo la coerenza del percorso di Barry come figura centrale dell’arte concettuale. A partire dalla fine degli anni Sessanta, ciò che emerge è una pratica che ha progressivamente spostato l’attenzione dall’oggetto al pensiero, dalla presenza alla possibilità, in linea con quella “smaterializzazione dell’oggetto artistico” teorizzata da Lucy Lippard. Un punto chiave è rappresentato dall’opera murale All the things I know but of which I am not at the moment thinking – 1:36 pm; 15 June 1969 (1969), uno dei suoi statement più radicali. Realizzato per la mostra 557,087, curata da Lucy Lippard al Seattle Art Museum Pavilion, l’opera affronta un contenuto mentale impossibile da conoscere o rappresentare, affermando la priorità del pensiero sulla forma materiale. Le sue installazioni verbali, come dei veri e propri “arcipelaghi semantici”, restano sospesi tra presenza fisica e potere evocativo, dialogando con lo spazio architettonico che le ospita. E poi i monocromi. Superfici apparentemente silenziose, in cui le parole attivano l’intero campo visivo. In questi Untitled (2024), il colore non è sfondo ma spazio mentale: la parola lo attraversa senza dominarlo, insinuandosi come una traccia fragile. Più che essere letta, sembra affiorare. Barry costruisce così un linguaggio che non descrive, ma orienta, aprendo continuamente il senso.
Se Rubsamen costruisce immagini che sembrano fotografie per poi rivelarsi pittura, Barry compie il gesto opposto: parte da qualcosa di immediatamente leggibile — la parola — per svuotarla di ogni funzione stabile. In entrambi i casi, ciò che viene messo in discussione è la fiducia nello sguardo e nel linguaggio. Le due mostre finiscono così per costruire un unico spazio di esperienza. Da un lato, un mondo in cui il linguaggio cresce, si moltiplica, si illumina e si disperde — come le insegne al neon che attraversano i dipinti di Rubsamen —; dall’altro, un linguaggio che si riduce all’essenziale, che si espande nello spazio fino a diventare ambiente. Tra saturazione e silenzio, tra accumulo e sottrazione, tra distanza e prossimità, tra immagine e parola, che il lavoro di entrambi gli artisti trova il suo punto di contatto più profondo.
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Dal rumore visivo al silenzio: Rubsamen e Barry alla Galleria Alfonso Artiaco